Profondo ambient. Intervista a Chihei Hatakeyama
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Riccardo Papacci
- 6 Settembre 2021
La maggior parte delle persone che non ha una passione per la musica ambient, reputa questo genere noioso, o tutt’al più come qualcosa da ascoltare passivamente come sottofondo mentre si fa altro. In effetti quest’ultima affermazione non è poi così peregrina, dal momento che proprio uno dei fondatori del genere, o quantomeno colui che ne fu il teorico principale, Brian Eno, non si dichiarò mai contrario a questo tipo di ricezione; anzi, ne mise in risalto gli aspetti positivi – che coinvolgevano il punto di vista dell’ascoltatore, come pure quello del compositore – in più occasioni durante il corso della sua carriera.
A cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quei suoni prodotti dai pionieri della musica concreta e della prima musica elettronica erano tra le sonorità più complesse e avanguardistiche che l’epoca consentisse. Nel corso degli anni i musicisti che proponevano ambient o che orbitavano attorno a quel movimento continuarono a sperimentare creando immaginari che hanno spesso dialogato con la filosofia, l’arte contemporanea, il cinema, l’ambientalismo e la religione. Nell’anno 2021, risulta letteralmente impossibile mappare la quantità di album ambient che escono ogni mese, da praticamente qualsiasi angolo del mondo. In questa pletora di suoni dilatati è davvero difficile selezionare le cose interessanti, ed è davvero raro trovare qualcosa di innovativo e di valore, anche all’interno della discografia di un singolo artista. Alcuni tra questi musicisti sfornano anche dieci o più album all’anno.
Chihei Hatakeyama è uno di questi. L’artista giapponese ha realizzato dal 2006 a oggi qualcosa come ottanta release. Dal suo esordio, Minima Moralia, uscito per Kranky, l’ormai leggendaria etichetta di Chicago specializzata in musica ambient e post-rock, Hatakeyama ha sempre mantenuto una prolificità invidiabile, legata a un livello qualitativo elevato. Ma negli ultimi anni, soprattutto con dischi come Scene, Afterimage, Forgotten Hill, Illusion Arbor e soprattutto con il recente capolavoro Late Spring, uscito pochi mesi fa, sembra aver acquisito una sua peculiare poetica, che lo distingue in maniera netta da qualsiasi altro musicista del giro. Cascate di melodie sfocate legate a delay e riverberi avvolgenti, rendono la sua discografia una tappa obbligata nel cammino di chiunque intenda scoprire quei nuovi scenari contemporanei che abbiano per tema la nostalgia. Indubbiamente vengono in mente gli album di Harold Budd, in particolare quelli con le collaborazioni con Robin Guthrie o Eraldo Bernocchi (col quale ha anche collaborato nell’ottimo Solitary Universe del 2018), ma sono riferimenti nobili, imprescindibili, se si affrontano certe sonorità. Ma questi riferimenti vengono inevitabilmente metabolizzati dalla sua visione del mondo, che resta orgogliosamente intrecciata alle sue radici nipponiche. Abbiamo deciso di saperne di più su questo artista, di cui è possibile reperire scarse informazioni in rete o altrove, e così abbiamo fatto una lunga chiacchierata che ha affrontato temi come la filosofia, il concetto di nostalgia e naturalmente la musica ambient.
Come hai iniziato a fare musica? Quando hai deciso di iniziare?
Ho iniziato a suonare per una band con i miei amici al liceo. All’epoca ero il tipico ragazzo delle superiori che copiava band come i Metallica e i Pantera. Dopo essere andato al college, ho iniziato a scrivere le mie canzoni. La musica techno era di tendenza, quindi ho deciso di formare una band che integrasse metal e techno, ma non sono riuscito a trovare il batterista giusto. Ma poi, uno dei membri della band aveva un Mac ed è stato allora che ho scoperto l’interesse nel comporre musica con un laptop. All’inizio non potevo permettermi di acquistare un computer, quindi ho iniziato utilizzando un campionatore economico chiamato w30 e il sequencer e cassetta MTR Yamaha più economici, e ho iniziato a comporre musica da solo. Allora ero così preso dall’idea di creare musica con questo particolare set-up, che ho messo insieme febbrilmente un’intera cassetta. Non so dove sia ora quel nastro, ma sono sicuro che è un trip-hop fatto male. Tuttavia, forse perché l’attrezzatura era troppo economica, ho sentito il limite nel fare musica da solo, quindi sono tornato di nuovo all’attività con una band. Era una band improvvisata, una cosiddetta “jam band”, influenzata dai BOREDOMS. Tutto questo intorno alla fine degli anni ’90. Anche questa band si è interrotta dopo circa due anni, quindi ho ricominciato a fare canzoni da solo. Tuttavia, non ero molto motivato e mi sentivo limitato nell’usare il vecchio sequencer Yamaha, così ho deciso di acquistare un power bookG4 appena uscito, un sacco di software, un’interfaccia audio e tutti i tipi di apparecchiature costose, chiedendo un prestito. Dato che a quel tempo lavoravo part-time, mi ci sono voluti tre anni per ripagare il debito. È stato allora che ho scoperto software come max/msp e Reason, che mi hanno spinto a creare musica elettronica. Era intorno al 2001 e tutto questo mi ha portato dove sono ora.
Qual è la tua attrezzatura di adesso?
Quella che uso di più è la chitarra elettrica. Uso anche molti effetti a pedale. Per quanto riguarda il sintetizzatore, uso α Juno e DX7, Prophet Rev2 e molti sintetizzatori modulari. Non mi servo più di così tanti software, ma uso Studio One per il missaggio e il mastering.

Come nascono le canzoni di Chihei Hatakeyama?
Per prima cosa seguo il mio istinto. Quando ti viene un’idea in modo naturale toccando lo strumento e lasciandoti guidare dal tono, capisci di essere in una buona situazione. Anche se l’85% dei materiali che ho creato con quel set sono inutili. Una volta che li ho ascoltati ripetutamente, li ho mixati, modificati, sovraincisi, a volte, se sono abbastanza fortunato, si trasformano in qualcosa. Mi capita anche di elaborare un concetto dettagliato prima e di creare musica di conseguenza.
Il tuo ultimo album si intitola Late Spring. Perché questo titolo?
Il titolo dell’album è ispirato al titolo del film di Yasujiro Ozu. Con questo album ho voluto esprimere l’impressione di un evento in un giorno di primavera. È così che ho deciso i titoli delle canzoni e il flusso della musica è stato strutturato secondo quel flusso. Pensavo che il film di Yasujiro Ozu avesse un certo status ambient, nel senso che si reggeva su dei sottili cambiamenti, così l’ho usato per il titolo di questo album.
Hai prodotto innumerevoli album, ma per il tuo ultimo Late Spring hai iniziato a registrare dal 2018. Perché tutto questo tempo?
Ho fatto due tour europei nel 2018 che mi hanno costretto a sospendere la produzione dell’album. Comunque, a pensarci bene, in realtà è stata una buona decisione, dato che sono stato in grado di rivisitare le canzoni e di aggiungerne altre. Avere un concept per l’album ha aiutato a rendere questo aggiustamento il più agevole possibile. Per questo disco, oltre ad esprimere l’atmosfera della primavera con il suono, c’era anche l’idea di fare una registrazione one take senza sovraincidere il più possibile. Ecco perché l’ho registrato molte volte e ho cercato la registrazione migliore. La scelta di una registrazione è un compito che richiede tempo e perseveranza.
Consideri questo album più importante degli altri?
Sì, è un album molto importante. Ho fatto molti dischi in passato, ma questa volta mi sento come se potessi farlo più liberamente. Non è che dovessi seguire le istruzioni di qualcun altro per gli album precedenti, ma mi sentivo come se fossi in grado di liberarmi da me stesso durante la creazione di Late Spring. C’è qualcosa nei miei pensieri che è rimasto intrappolato lì. Ad esempio, un altro artista a cui mi sono ispirato, o un dipinto, la musica contemporanea, un certo tipo di sound art, la musica “ambient” o qualsiasi altro genere già codificato. Tutto ciò che esisteva dentro di me, o che vi si trovava in modo già artisticamente formato. Mi sentivo come se fossi naturalmente liberato da quel genere di cose. Ma forse questo ha a che fare con la mia età…

Uno dei tuoi primi dischi si chiama Minima Moralia. Qual è il tuo rapporto con la filosofia?
Mio padre studiava filosofia quando era giovane, quindi a casa avevamo molti libri di filosofia. Naturalmente, mi sono appassionato alla filosofia, e quando stavo facendo Minima Moralia stavo leggendo un libro di filosofia. Tuttavia, a un certo punto ha iniziato a interessarmi di più ricercare qualcosa attraverso il suono, piuttosto che pensarlo filosoficamente con le parole. Penso che questo sia accaduto quando tenni un concerto dal vivo a Nara, mentre stavo suonando un lungo bordone, qualcosa mi colpì. Non ho letto molta filosofia negli ultimi tempi, ma penso che i libri di filosofia che ho letto quando ero più giovane siano molto importanti nella mia composizione.
Quali filosofi ti hanno influenzato maggiormente?
Sono stato influenzato da L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Walter Benjamin e dalla sua teoria sulla perdita dell’aura. Tuttavia, quando si tratta di musica, penso che Adorno mi abbia dato molti suggerimenti.
Quanto è importante per te e la tua musica il concetto di riverbero e di delay?
Sia il riverbero che il delay possono estendere il suono nel futuro. Consentono inoltre di regolare la diffusione spaziale del suono. In altre parole, è un concetto di tempo e spazio. Uso anche molta sintesi granulare per allungare il suono. La prima volta che ho incontrato la sintesi granulare è stato con Max / MSP e il primo Reaktor. Ricordo ancora l’impatto. Al giorno d’oggi, uso spesso la sintesi granulare con i sintetizzatori modulari. Uso spesso il riverbero quando suono la chitarra. Gli effetti di riverbero per pedali per chitarra si sono evoluti notevolmente, quindi di recente suono spesso con più pedali di riverbero.
Nella tua musica i suoni rimangono sospesi nell’aria e le melodie sono appena accennate. Perché ti piace lasciare l’ascoltatore in uno stato di perenne ambiguità?
Melodie ambigue e suoni sostenuti trasformano il senso del tempo dell’ascoltatore. Vedo la mia musica come un viaggio nel tempo, guidato dal suono. L’effetto musicale drammatico è sicuramente efficace, ma penso che mantenendo sempre l’ambiguità, l’ascoltatore possa concentrarsi solo sul proprio io interiore e sulla sua coscienza.

La tua musica è ammantata di nostalgia. Hai un rapporto particolare con questo sentimento?
Come ho già detto, penso che la musica abbia molto a che fare col concetto di tempo, e a volte mi viene da pensare che la musica sia proprio una specie di macchina del tempo. Ad esempio, se riascolti una canzone per la prima volta dopo molto tempo, ricorderai comunque l’ultima volta che hai ascoltato quella particolare canzone. Sento che la nostalgia è una delle componenti importanti della musica. Basta pensare a quando i vecchi viaggiatori si prendevano cura delle canzoni della loro città natale portando in giro il flauto e così via. La mia ambizione è quella di fare una canzone che anche quando la ascolti per la prima volta, possa farti provare nostalgia.
Con le tue canzoni è facile riportare la mente al passato e immaginare tempi lontani. Credi che sia giusto evocare il passato? Che rapporto hai con il passato?
Quando sto improvvisando e sono in buone condizioni, tendo a pensare alla mia infanzia e al vago scenario della mia prima adolescenza. Ad esempio, mi vengono in mente cose come la prima volta che sono andato in bicicletta su una strada nazionale in un luogo sconosciuto, o ricordi di una libreria di seconda mano in cui mi fermai un giorno da qualche parte nel mondo. Sono le cose più casuali. Non è come ricordare qualcosa che ha avuto un impatto decisivo sulla tua vita. Ricordo improvvisamente cose non importanti, che influenzano l’improvvisazione, e quella performance stimola la mia memoria. Quando si verifica quel ciclo e quella dinamica, è un segno che il contenuto è buono.
Ti piace la musica elettronica? Se sì, quali sono gli artisti di questo genere che segui e quali preferisci?
Mi piace Eliane Radigue. Soprattutto i materiali in cui ha utilizzato il sintetizzatore ARP, quelli mi piacciono di più.
Cosa rappresenta per te la musica ambient?
All’inizio del 2000, quando ho iniziato a fare musica per conto mio, l’ambient era considerato un po’ obsoleto. Ecco perché ho pensato di poter creare qualcosa di diverso utilizzando software come Max/MSP. Poi un giorno ho capito che liberandomi da elementi come ritmo, beat e batteria potevo creare più liberamente. È così che ho scoperto il mio stile musicale attuale. Sono passati alcuni anni e sono riuscito a pubblicare proprio quel Minima Moralia di cui parlavi poco fa su Kranky, e la mia musica è stata in maniera automatica diffusa a molte più persone. Credo che fosse intorno alla fine del 2000 che la parola “ambient” è emersa ancora una volta. Personalmente, non volevo essere coinvolto in nessuna categorizzazione e volevo solo continuare a creare musica tranquilla e quieta, ma il potere di quella parola è evidentemente enorme. Non ho potuto fare a meno di lasciarmi prendere da frasi come “ambient” o “droning”. Fu allora che scoprii l’idea del maestro del tè giapponese Sen no Rikyu. Non c’era il concetto di arte occidentale in Giappone, ma c’era un concetto di “strada” per padroneggiare una cosa. Ecco perché ci sono la cerimonia del tè e il kendo. Tutta la cultura giapponese dell’epoca (dal XV al XVI secolo) fu influenzata dall’idea dello Zen. Noi lo chiamiamo “wabi-sabi“. Influenzato dall’aspetto particolarmente minimale delle idee di Sen no Rikyu, il modo di pensare all’ambient è cambiato dentro di me. A quel tempo, stavo studiando John Cage e ho scoperto che anche il giardino di pietra del tempio Ryoanji, da cui Cage era rimasto particolarmente colpito, è vicino a quel periodo (Rikyu). A quanto pare Brian Eno usò quell’idea di John Cage per creare il concetto di ambient. Se segui quella storia, è molto interessante vedere come la storia dell’ambient e del Giappone trascendano il tempo e lo spazio, e scoprire quanto siano fortemente intrecciate. Quindi, facendo un tipo di ambient che includesse la Storia in quel modo, sono stato in grado di superare il concetto di genere. E ho anche potuto capire che è possibile parlare di ambient quando si presenta quella situazione in cui il pensiero orientale è naturalmente legato al pensiero occidentale.
Che rapporto c’è, secondo te, tra la musica e la filosofia?
Ho ammirato per la prima volta l’arte quando ero al liceo, quando ho saputo di Taneda Santoka, una poetessa dell’inizio del XX secolo, in TV. Quando leggo ora l’haiku di Taneda Santoka, sento l’atmosfera dell’avanguardia dell’epoca a causa del taoismo, e sembra che la sensibilità e la tradizione orientali si mescolino. Penso che all’inizio avrei voluto anche essere un poeta, ma le parole non mi uscivano. Col passare del tempo, quando ho iniziato a fare musica da solo, ho sentito che le composizioni che stavo facendo erano un po’ come poesia su suono. In questo senso, penso che la musica includa cose filosofiche, ma si può anche dire che non è una filosofia verbale, ma una filosofia del suono. Tuttavia, ci sono alcuni aspetti della musica che non lo sono. Questo è quello che penso.
