Luca Zennaro
Luca Zennaro, foto per la stampa (2022)

Possibilities are endless. Intervista a Luca Zennaro

Zenmusic, l’EP del chitarrista Luca Zennaro uscito lo scorso primo luglio per Jipo Music, si apre su gentili note di piano. L’atmosfera smooth, posata, a tratti sospesa di quei primi, volatili secondi, sembra portarci nel territorio franco di un sofisticato jazz da sala fumosa e luci basse. Inserti elettronici si incuneano tra piroette che riecheggiano uno spiritual jazz dell’anno 3000: The Farthest Place You’ve Ever Been, che già dal titolo suggerisce la sensazione appena descritta, apre magistralmente l’ultima opera del giovane e talentuoso musicista di Chioggia; è anche il brano con cui Zennaro e soci (nella fattispecie Michelangelo Scandroglio al basso, Giovanni Iacovella alla batteria e Ze in the Clouds alle tastiere) iniziano il concerto – che è il vero e proprio release party dell’EP in questione – all’Ostello Tasso di Firenze dello scorso 24 novembre.

Un live che “premia” mesi di lavorazione (in studio e fuori) a un progetto ambizioso, tenutosi nell’ambito della rassegna Android Feelings (curata da Ruggero Pernisco in arte PPIERRRRE, creatore e label manager di Jipo Music, nonché produttore dell’EP), che investiga le varie intersezioni tra jazz, hip hop, elettronica e altri mondi (più o meno) contingenti. Il live “schiva” l’attitudine multiforme ed omni-comprensiva dell’opera originaria, indugiando pure (in una notevole jam finale) su passaggi chitarristici dissonanti ma che sollevano lo spirito (tra Arto Lindsay e una Mahavishnu Orchestra “liofilizzata”), e che in studio si stretcha tra la fusion, sprazzi di eccitata drum ‘n bass, ambient vaporosa, percorsi glitchati, buggati come in uno schema perverso di un videogame posseduto da un fantasma.

Il “ghost in the machine” qua è lo spirito (o la mente) del jazz racchiuso in un corpo meccanico, cromato, lucido e fluido: Zenmusic è “zen” perché perfettamente calato nell’ecosistema in cui deve essere – quello di un jazz colto, “alto” ma non borioso, che si prende anche la briga di sporcarsi le maniche della giacca per scandagliare il fondo di una pozzanghera e trovarvi nuove nuances; che assume varie sostanze e si inebria e si droga delle più disparate sensazioni, del feeling globale che non può (e non deve) essere ignorato. Una produzione di questa foggia e qualità è una boccata d’aria purissima, poiché riverbera internazionalità, pur non attenendosi a un codice ben specifico.

Abbiamo colto l’occasione per presenziare all’evento e fare una chiacchierata con Luca Zennaro. Di seguito, qualche estratto.

Raccontaci un po’ il percorso discografico che porta a questo EP…

Io ho iniziato a livello discografico con un album uscito nel 2018, registrato l’anno precedente, un disco più “acustico” di jazz moderno, dal titolo Javaskara, uscito per Caligola Records. Poi è uscito un album un po’ “sfortunato”, intitolato When Nobody is Listening, proprio perché è stato pubblicato a marzo del 2020. Registrato in sestetto, sono riuscito a portarlo brevemente in tour durante l’estate del 2020. Con l’ennesimo lockdown mi sono chiuso a produrre al computer, lavorare con i programmi, dato che mi era impossibile suonare con altri in studio, e tenendomi in contatto con Ruggero (Pernisco, di Jipo Music), abbiamo lavorato sull’album. C’è stata la grande opportunità di coinvolgere Chris Fishman, tastierista jazz di grido, già turnista e collaboratore di Flying Lotus, Pat Metheny, Skrillex e altri, e abbiamo ultimato questo EP di 18 minuti.

L’idea era quella di costruire questo progetto su una formazione modulare, della quale io sono il leader e che a seconda del cast di supporto cambia pelle anche in sede live: Fishman non è qua, è spesso impegnato negli States con i suoi innumerevoli progetti, e stasera sarà con noi Ze in The Clouds, uno dei nostri artisti preferiti in Italia, oltre al batterista Giovanni Iacovella e al bassista Michelangelo Scandroglio, che hanno partecipato alla realizzazione dell’album (assieme al sassofonista Francesco Panconesi), ma è appunto musica pensata e composta per essere traslata in contesti differenti. Una sera siamo una band di 4 elementi, la sera dopo può cambiare, con tutta la componente di elettronica che esce più allo scoperto, o qualche variazione sul tema che si inserisce; è un mutamento continuo, siamo una band ibrida: non è jazz, non è elettronica, non è ambient, non è glitch, ma è un po’ di tutti questi elementi messi assieme. L’EP in studio è pesantemente post-prodotto, per cui è anche difficile riprodurlo fedelmente dal vivo: la proposta è rivisitata, ma l’essenza resta.

Nell’ambito “ingessato” del jazz italiano, c’è margine per un progetto fuori asse come il tuo, anche in termini di date live?

In Italia ci sono molti organizzatori di festival giovani che non sono i soliti “vecchi” – Umbria Jazz, Veneto Jazz… rispetto a come presentiamo il progetto in corso, credo sia fattibile creare un dialogo con queste vecchie realtà e portare la nostra musica anche in contesti disparati. Può essere un dj set o un concerto, sto ancora cercando di capire come proporlo, è molto “borderline”. L’obiettivo è comunque quello di portare Zenmusic il più lontano possibile – anche fuori dai confini nazionali naturalmente.

Tu hai seguito un percorso accademico, suppongo… ti ha stimolato nello sviluppare un tuo linguaggio e ti ha spinto verso la sperimentazione/contaminazione, o ha sortito l’effetto opposto?

Ti posso dire che in Italia ci sono tanti conservatori diversi per impostazione, sono quasi tutti validi… ma io la penso così, ad “annate” diciamo. E sì, ci sono proprio annate buone: devi essere fortunato ad entrare in un’annata in cui ci sono insegnanti stimolanti, che vogliono che tu sviluppi un tuo linguaggio specifico, che trovi un tuo stile particolare, che tu ti esprima prima come musicista libero che come jazzista di formazione accademica. Io sono stato fortunatissimo appunto, perché quell’humus mi ha spinto poi a collaborare con altri musicisti/studenti di grandissima qualità, molto ispirati e aperti alla collaborazione e alla sperimentazione. Soprattutto suonando, registrando e vivendo con Chris Fishman ho compreso in che direzione sta andando il jazz oggi; per due anni ci siamo confrontati, abbiamo respirato l’aria che respirava lui e ho appreso molto dall’esperienza. Suonare con musicisti così ti fa crescere, a prescindere dalla natura della collaborazione, o dal luogo in cui questa è in atto.

Luca Zennaro
Luca Zennaro, foto per la stampa (2022)

Quale futuro, quindi, per te e per questo progetto?

Sinceramente sono contento per ciò che sto facendo adesso, è una dimensione personale che vorrei portare avanti ma allo stesso tempo vorrei iniziare a suonare come sideman, sapere che qualcuno ha il desiderio di avermi con sé per fare la sua musica mi rende orgoglioso e mi arricchisce, perché mi abitua poi ad adattarmi a nuovi sistemi. La mia speranza è che il jazz continui su questo percorso in Italia, perché noto una buona attitudine da parte di un nuovo pubblico, l’età media dell’ascoltatore del genere si sta abbassando ed è un ottimo segno, forse dato anche dall’apertura che questo genere ha sempre mostrato verso altri mondi sonori limitrofi e non. Finché il feedback è così grande e positivo credo ci sarà modo di presentare progetti come il mio che si aprono verso l’esterno e che includono varie sfaccettature: i giovani in Italia hanno interesse verso il genere, e alcuni dopo aver ascoltato l’EP mi hanno detto di continuare così, perché questa strada non è ancora abbastanza battuta e il dialogo tra elettronica, jazz e altre sonorità deve continuare il suo percorso.

Nel mio piccolo credo di aver trovato anche un ottimo team di collaboratori, che appunto hanno progetti propri molto particolari e riconoscibili, come Giovanni Iacovella, che lavora sul loop e sulle ritmiche con una batteria “preparata”, e in sede live propone questo ibrido tra la performance musicale e quella visiva, grafica, in un certo senso. La cosa bella è che abbiamo praticamente quasi tutti la stessa età, quindi è una cosa generazionale molto forte, non è slegata, non è casuale. Anche Ze in the Clouds ha uno stile tutto suo, che prende a piene mani da quelli che sono i miei e i nostri riferimenti principali (la west coast di Flying Lotus e la Brainfeeder, Anderson .Paak, Louis Cole, etc.), ma comunque mettendoci una sua firma e una sua cifra stilistica molto interessante.

credits: Alessandro Boscolo Agostini

Hai parlato di riferimenti e ispirazioni all’interno del jazz. Cos’è che ti affascina e ti ispira fuori da quel contesto?

Fuori dal jazz, direi che ho molti punti di riferimento, in primis la musica classica. La classica ha molti elementi che vorrei incorporare nella mia musica, ha quel senso di “respiro”, che è difficile da spiegare a parole… ad esempio quando ascolti i sestetti d’archi, le composizioni di Brahms… la nostra musica ha sempre un beat sotto, ha una pulsazione, laddove la classica ne fa a meno e va più a “flow”; è un movimento continuo, un saliscendi che conferisce ritmo alla composizione anche quando un “vero” ritmo, un ritmo fisico, udibile, non c’è. A me piacerebbe incanalare quel “flow” e quelle modulazioni nella mia musica. Vado un po’ a periodi ma ultimamente sto ascoltando moltissimo cantautorato anni ’60-’70 – Simon and Garfunkel, Crosby Stills Nash and Young… ascoltandoli e riascoltandoli, potrei trovare un punto di congiunzione tra quello che faccio e quello che ascolto. Potrei ad esempio inserire una parte acustica in un mio brano, per poi processarla, modificarla, in un certo senso “mascherarla”… le possibilità sono infinite e non mi precludo nessuna strada.

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