Dentro l’archivio di Piero Umiliani: il viaggio di Jolly Mare in “La luce dell’alba”. La nostra intervista
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Tony D'Onghia
- 23 Giugno 2026
Non capita spesso di imbattersi in un album capace di evocare meraviglia e senso di avventura come La Luce dell’alba; più raro ancora è che la sua stessa creazione sia stata un’avventura degna della musica che ha prodotto. Dietro il progetto c’è Fabrizio Martina, in arte Jolly Mare, che in occasione del centenario della nascita di Piero Umiliani ha dato forma a un album realizzato all’interno del leggendario studio Sound Workshop di Roma, utilizzando nastri originali e apparecchiature analogiche appartenute al compositore e conservate gelosamente dalla sua famiglia.
Per la prima volta, l’archivio di Umiliani è stato aperto a un intervento artistico esterno, consentendo l’accesso a sessioni multitraccia inedite e a strumenti rimasti intatti per decenni all’interno di uno degli studi di registrazione più importanti della storia musicale italiana. Il disco è stato costruito interamente attraverso processi analogici, lavorando direttamente su nastri magnetici e materiali d’archivio: un approccio che permette di riattivare la magia dell’universo creativo del Maestro, tra colonne sonore cinematografiche, library music, jazz, sperimentazione elettronica e psichedelia.
Il risultato è un emozionante atto di riscoperta e reinvenzione, un dialogo tra passato e presente che restituisce nuova vita a un patrimonio sonoro unico. Di questo affascinante processo creativo abbiamo avuto l’occasione di parlare direttamente con il suo autore.
Faccio una premessa: chi conosce la tua musica probabilmente non è stato molto sorpreso dall’uscita di La luce dell’alba. In un certo senso, nella tua produzione si potevano già notare elementi riconducibili a un certo repertorio di musicisti e compositori italiani, che forse ti hanno influenzato più o meno consapevolmente. Per questo volevo chiederti, più in particolare, in che modo Piero Umiliani è entrato nella tua vita e da dove è nata questa fascinazione che ti ha portato a realizzare questo progetto.
Da ammiratore, è difficile risalire al momento preciso in cui Umiliani è entrato nella mia vita. Ho però un ricordo piuttosto nitido del periodo in cui stavo iniziando a costruire il mio studio, nel 2018. Avevo comprato un sintetizzatore, un Minimoog Model D, e mi divertivo a improvvisare su alcuni brani di Umiliani. Ho ancora delle registrazioni di quel periodo, quindi parliamo di parecchi anni fa.
Più nello specifico, ho conosciuto la famiglia del compositore grazie alla realizzazione di un remix pubblicato da Discomania. Siamo entrati in contatto per questioni burocratiche e, dal momento che loro trascorrevano le vacanze estive dalle mie parti, ci siamo incontrati. Le figlie, Alessandra ed Elisabetta, mi hanno invitato a visitare lo studio e, qualche mese più tardi, ci siamo rivisti. Ho avuto il piacere e l’onore di entrare in uno spazio appena restaurato e di vedere molti strumenti appartenuti al Maestro, rimasti inutilizzati per tanto tempo.
Mi sono proposto di riaccenderli e di provare a usarli, per quello che riuscivo a comprenderne. Sono tornato con l’intenzione di studiarli e conoscerli meglio. Successivamente ho avanzato l’idea di registrare su alcune composizioni di Umiliani e ho selezionato una serie di brani provenienti dalla sua discografia. Le figlie hanno accolto con entusiasmo la proposta e abbiamo recuperato le tracce originali dai nastri conservati nell’archivio.
Con nostra sorpresa, su alcuni di quei nastri abbiamo scoperto delle registrazioni multitraccia. Ci siamo lasciati con la curiosità di capire che cosa sarebbe potuto nascere da quel materiale. Io ci speravo. Speravo che potesse emergere qualcosa di interessante, ma senza alcuna certezza.
Ci siamo poi ritrovati nello studio circa un anno dopo. Ho presentato una serie di demo nella stessa regia dove il Maestro aveva il suo banco e le sue casse. Vedere l’entusiasmo dei familiari mi ha colpito e incoraggiato. A quel punto ho proposto di realizzare un album concepito come una collaborazione immaginaria tra me e Umiliani.
Si può percepire una forte continuità tra le mie improvvisazioni, gli overdub, gli arrangiamenti e le parti originali. C’era una sensibilità comune, come se lavorassimo sulle stesse frequenze. Gli strumenti che avevo a disposizione nel mio studio incontravano quelli originali di Umiliani in maniera del tutto naturale. Da lì, fino alla fine del 2023, ho organizzato numerose sessioni di registrazione grazie alla disponibilità dello studio. Ci sono tornato da solo e insieme ad altri musicisti. Abbiamo registrato parti di tastiera, sintetizzatori, chitarre e tutto il resto. Gli arrangiamenti sono stati poi completati nel mio studio di Milano.
Ci sono aneddoti o curiosità riguardo alla realizzazione dei singoli brani?
Un esempio è Dentro la Notte, la Luce dell’Alba. È la prima traccia del disco, ma è stato anche il primo brano su cui ho lavorato in studio. E, credimi, è nato spontaneamente da un’improvvisazione di tre minuti all’ARP Solina, il leggendario sintetizzatore analogico degli anni Settanta, che ho poi utilizzato integralmente. È stata un’esperienza molto emozionante. Non nasco come tastierista, ma come chitarrista e bassista, quindi la mia conoscenza dello strumento è piuttosto basilare. Eppure ho sentito un trasporto, un’energia che sembrava guidarmi.
Ascoltando l’album si ha davvero l’impressione di trovarsi davanti a una musica nata in maniera naturale, spontanea e organica. Si avverte una certa magia. È qualcosa di molto distante dal classico formato del remix, per esempio.
Fin dall’inizio era esattamente questo il mio obiettivo. Non volevo campionare né realizzare un remix: non mi interessava. Il repertorio di Umiliani è stato approfondito e reinterpretato più volte, così come quello di molti altri grandi compositori italiani che hanno conosciuto una nuova stagione di interesse nei primi anni Duemila grazie al fenomeno della lounge music. C’è addirittura chi ha sostenuto che Umiliani abbia inventato la lounge music. Lui stesso era sorpreso da questa definizione.
In ogni caso, tutta quella fase di remix e riletture era già stata ampiamente esplorata. E poi l’idea stessa del remix applicata a questo tipo di composizioni non mi affascinava particolarmente. Io volevo immaginare di lavorare insieme a lui. Mi piaceva pensare che potesse dirmi: “Qui c’è questa bobina. Tieni, Fabrizio, siamo arrivati a questo punto”, oppure: “Ci sono queste percussioni, prova a suonarci sopra”. Non perché quei brani avessero bisogno di essere completati: non mancava assolutamente nulla. Ma io immaginavo il progetto come una sorta di staffetta. “Io sono arrivato fin qui, vediamo tu che cosa ci faresti”.
Anche per questo ho cercato di non appesantire il materiale originale. Spero che questa intenzione emerga dall’ascolto. Ho sempre ragionato in termini complementari.
Hai ascoltato molta musica di Piero Umiliani prima di iniziare il progetto? Per prepararti a entrare nel suo mondo, fatto anche di tanto umorismo.
No, volutamente ho cercato di non farlo. Era una musica che apparteneva già ai miei ascolti passati e ho preferito evitare ulteriori immersioni per non rischiare di imitare i suoi schemi compositivi. Anche nella fase di mixaggio e mastering, che ho curato personalmente, non ho cercato riferimenti specifici. Volevo mantenere il mio punto di vista il più neutrale possibile, lavorando esclusivamente su ciò che avevo davanti.
Naturalmente, alcune influenze sono emerse comunque in maniera inconscia. In Samba Sioux, per esempio, quando ho composto il tema al Clavinet, mi sono detto: “Ma io il western non ce l’ho nelle vene”. Eppure è venuto fuori così. Anche il tema cinematografico di Dentro la notte ha qualcosa di profondamente umilianiano. Evidentemente era già dentro di me.
È stato importantissimo lavorare nel suo ambiente e a contatto con la sua famiglia. Senza la presenza delle figlie e della moglie non sarebbe stata la stessa esperienza. Sono loro a mantenere vivo il Maestro, non soltanto nel ricordo. L’umorismo che ritrovi nella sua musica era presente anche nelle nostre conversazioni, nei pranzi condivisi, nelle giornate trascorse in studio.
Questo è stato il modo in cui abbiamo vissuto la realizzazione del progetto. Umiliani, che purtroppo non ho mai conosciuto personalmente, era una persona geniale ma allo stesso tempo leggera e ironica. Sono caratteristiche che ho ritrovato nel rapporto con la sua famiglia.
Sono sensazioni che si avvertono anche leggendo i titoli dei brani. Più in generale, da cosa ti sei lasciato ispirare nella loro scelta?
Per fare un esempio, La luce dell’alba nasce da un racconto della signora Stefania, la moglie del Maestro. Una sera, in studio, condivise con me un episodio legato a un viaggio in Egitto. Si trovava lì insieme a Piero e al regista del documentario L’oro del Nilo, che gli aveva chiesto di accompagnarlo durante le riprese per trovare ispirazione per la colonna sonora.
Mi raccontò di un sopralluogo notturno sul Nilo e di un viaggio in barca verso una destinazione che oggi non ricordo con precisione, forse la foce del fiume. Le imbarcazioni raggiunsero la meta proprio al sorgere del sole. Lo raccontò con una tale intensità e partecipazione, ripercorrendo anche il rapporto con il marito, da emozionarmi profondamente. E mi colpì il fatto stesso che stesse condividendo quel ricordo con me.
Da lì è nato il titolo dell’album. Il brano Dentro la notte, la luce dell’alba, che apre il disco, si sviluppa infatti in due movimenti: nella prima parte emerge il fascino della notte, con il suo mistero e il suo misticismo; nella seconda arriva invece la luce del giorno.
Altrove, il terzo brano, evoca la sensazione della partenza verso un luogo lontano. È come dire: “Vado altrove, fuggo con la mente”. È qualcosa che ho sempre cercato nella musica. Evidentemente era un tema molto caro anche a Umiliani. In quel brano convivono la gioia della partenza, il senso di liberazione che accompagna ogni viaggio e, nella seconda parte, anche l’incertezza di non conoscere ancora la destinazione.
Potendo collaborare con Umiliani in maniera immaginaria, mi sono lasciato guidare da queste suggestioni: il viaggio, la natura, il desiderio di scoperta. Sono temi profondamente legati alla sua sensibilità e altrettanto importanti per me. Mi è venuto naturale pensare a un viaggio, alla voce del vento, a tutto ciò che ci mette in contatto con il mondo. Sono tra le esperienze più preziose che possiamo vivere.
Per finire, vorrei chiederti come è nata la collaborazione con Francesco Bianconi
La collaborazione è nata grazie al mio caro amico Alberto Bazzoli, compositore e pianista. Ha prodotto i due album di Francesco, ha suonato con i Baustelle e ha partecipato in maniera significativa anche al mio disco. Attraverso lui ho conosciuto Francesco in un paio di occasioni e, nel backstage di un concerto la scorsa estate, gli ho proposto quasi spontaneamente di provare a scrivere qualcosa insieme, anche sapendo quanto fosse appassionato di Umiliani.
Poco tempo dopo mi ha inviato il testo. In origine avrei dovuto cantarlo io, ma quando ho sentito come lo interpretava lui ho deciso di farmi da parte e lasciargli completamente il brano. Come si può sentire, il risultato è molto diretto e istintivo. È stata anche l’unica eccezione vocale all’interno del disco.
Mi sono chiesto se non sarebbe stato interessante inserire altri brani cantati, ma non li percepivo adatti a queste musiche. Umiliani è conosciuto soprattutto per le sue colonne sonore e per i suoi temi strumentali. Ha sempre dato maggiore spazio alla musica che alla voce. L’intenzione era mantenere questa caratteristica. Amo sia la musica cantata sia quella strumentale, ma in questo caso la dimensione strumentale mi sembrava decisamente più appropriata, anche se Il Senso rappresenta una piacevole e divertente eccezione.
