More mess, less stress. Intervista ai Liars
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Alessia Zinnari
- 14 Aprile 2014
Il 24 marzo è uscito, a meno di due anni da quel capolavoro che è stato WIXIW, l’ultimo album dei Liars, Mess. La sua pubblicazione è stata da subito accompagnata da una critica non troppo entusiasta. Tanto gli addetti ai lavori quanto i fan, specialmente quelli di vecchia data, si sono riscoperti parzialmente o totalmente delusi da un lavoro che sembra portare con sé ben poco del bagaglio culturale, intellettuale e artistico dei primi dischi della band newyorkese. Forse non eravamo pronti a un prodotto meno raffinato e all’apparenza più fruibile (in quanto quasi interamente ballabile), o forse, ancora una volta, fatichiamo ad accettare il fatto che una band possa crescere in direzioni diverse da quelle che ci saremmo aspettati affezionandoci ai suoi primi album.
Ai Liars, si sa, le etichette e le divagazioni pseudo-dotte sui generi di appartenenza non piacciono motlo, e nella nostra piacevole chiacchierata con Aaron Hemphill ce ne siamo tenuti alla larga. Abbiamo invece parlato di altro, come del loro approccio emotivo e tecnico alla produzione di Mess, o delle loro aspettative sulle reazioni del pubblico all’ascolto. Abbiamo scoperto inoltre cose piuttosto curiose, come il fatto che in Italia hanno suonato in salotti di case private pieni di entusiasti avventori o che in realtà la parola “mess” non ha un significato preciso, ma può essere qualsiasi cosa vi venga in mente quando la pronunciate.
Sono passati meno di due anni da WIXIW, il vostro ultimo album. Mess si presenta come la naturale prosecuzione di un percorso nel complesso mondo della musica elettronica e dance. Volendoci soffermare sulle tracce contenute in questo nuovo album, possiamo considerarle come il risultato di un’epifania post-WIXIW, oppure si tratta di qualcosa che aveva già preso forma durante la produzione del disco precedente?
Mess è esattamente come lo hai definito, la continuazione di un percorso all’interno di un genere. Ci siamo sentiti in un certo senso più esperti nel maneggiare programmi e strumenti che ai tempi di WIXIW ci erano sembrati difficili da gestire, e il tutto è confluito in una maggiore sicurezza e immediatezza al momento della produzione di Mess. Non possiamo dire che ci fosse già un’idea di Mess mentre lavoravamo a WIXIW, in quanto si tratta di due manifestazioni autentiche della nostra crescita nella composizione e nell’utilizzo di strumentazioni digitali. Certo non sarebbe stato possibile, durante la composizione di WIXIW, avere lo stesso approccio rilassato che abbiamo avuto con Mess. Nonostante sia passato poco tempo tra un album e l’altro, si tratta di due periodi molto diversi per noi, sia dal punto di vista personale, che da quello pratico. Ai tempi di WIXIW stavamo appena imparando ad utilizzare queste nuove strumentazioni.
WIXIW e Mess sono quindi due facce della stessa medaglia? Volendo disegnare il movimento che separa un album dall’altro, lo potremmo immaginare più come un moto circolare o rettilineo?
Non credo ci sia realmente un modo giusto o sbagliato di vedere la relazione fra i due album, ma la tua analogia è interessante. Per quanto riguarda la seconda domanda, penso che entrambe le figure che hai suggerito descrivano bene ciò che è avvenuto. Il moto rettilineo rappresenta la nostra crescente competenza nell’utilizzo della nuova strumentazione di cui ci siamo dotati, mentre quello circolare si potrebbe riferire a questo ritorno ad un approccio mentale alla composizione più istintivo e immediato.
Continuando con i parallelismi, cosa mi dici a proposito della vostra scelta di dividere l’album in due parti, la prima interamente ballabile e dalle ritmiche frenetiche, e la seconda più introspettiva, quasi dark?
In passato avremmo organizzato la sequenza dei brani in maniera nettamente diversa, alternando i brani più intensi a quelli meno d’impatto. In Mess volevamo che il tutto fosse più lineare, un viaggio di sola andata. Speravamo che questo potesse riflettere in qualche modo una maggiore sicurezza: se penso all’ordine delle tracce di Mess penso a qualcosa di ben strutturato e accuratamente ragionato.
Pensi che anche chi ascolterà l’album si dividerà tra chi preferisce la prima metà e chi invece si ritrova di più nella seconda? Potrebbe essere una sorta di esperimento antropologico…
Davvero interessante! È difficile dirlo… a me piace pensare che la stessa persona possa sentirsi attratta da un lato o dall’altro del disco, in base a come si sente. Il lato A e il lato B dell’album sono più da pensare in relazione al mood della giornata, piuttosto che in relazione ad una tipologia precisa di persona. Credo che questo si rifletta anche nel nostro modo di essere quando componiamo: non c’è il musicista “in levare” o quello più introspettivo, ognuno di noi possiede entrambe le caratteristiche, ma in momenti diversi. Ciò che è importante è garantire all’altro fiducia e libertà di esprimersi per come si sente in quel momento, e di riuscire a tradurre questo in musica. Se c’è questa libertà, le canzoni si completano a vicenda, a prescindere dal loro impatto sonoro. È questo livello di espressione più profondo che permette alle persone di interagire con la musica, attraverso il proprio stato d’animo.
Quindi, niente baita in mezzo al bosco per queste registrazioni?
[ride, NdSA] No, niente baita stavolta. Ci eravamo abituati a stabilire un periodo preciso per comporre e registrare un disco, durante il quale ci focalizzavamo solo su questo. Della serie: “ok, questo anno lo dedichiamo a produrre questo album”. Prima di prendere quest’abitudine, semplicemente scrivevamo i pezzi quando volevamo. Con Mess siamo ritornati a questo metodo e devo dire che ci siamo evitati la pressione che genera di solito un “periodo di composizione” più strutturato. Volevamo semplicemente creare nuovi pezzi per il gusto di farlo, ed è stato molto meno stressante. Ci siamo divertiti molto e siamo riusciti a tirare fuori delle idee che probabilmente sotto pressione non sarebbero mai saltate fuori.
Come è cambiato il vostro rapporto col palco durante questi anni, e come si modificherà, se lo farà, dopo l’uscita di Mess?
Che ci crediate o meno, ancora adesso siamo nervosi prima di ogni live! Per Mess, abbiamo suonato dal vivo un numero considerevole di brani, prima della loro release, il che ha reso l’album unico. Non lo facevamo dai tempi di Drum’s Not Dead. Suonare i nuovi pezzi live ci ha permesso di analizzarli e di capire cosa andava bene e cosa modificare, e ci ha anche illuminati su cosa mettere in risalto e cosa no. Can’t Hear Well ne è un buon esempio: già prima di suonarlo live era uno dei pezzi che preferivamo, ma dopo esserci resi conto dell’impatto che questo aveva dal vivo, lo abbiamo posizionato in modo diverso all’interno dell’album. Questo non sarebbe successo senza sperimentare il tutto sul palco. Per il resto, penso che il rapporto col live sia sempre stato uno degli aspetti fondamentali del nostro percorso artistico: ci permette di approfondire il legame con il materiale prodotto e allo stesso tempo permette a chi ascolta di godere della nostra musica in modo molto diverso da quello che è l’ascolto del disco.
A maggio dell’anno scorso vi ho visti suonare a Torino, alle OGR (un ex centro di riparazione di locomotive costruito nel XIX secolo). L’atmosfera post-industriale del luogo si prestava benissimo alla vostra performance. Quale potrebbe essere la venue perfetta per un live di Mess?
Parlando dell’Italia, devo dire che è davvero difficile battervi. Abbiamo suonato in moltissimi luoghi, sia belli che pessimi; abbiamo suonato in location storiche come in salotti di case private stracolmi di gente! So che potrà sembrare una risposta noiosa, ma quello che abbiamo imparato è che non è la venue che rende lo show perfetto: quello che conta è il mood del pubblico. Con questo presupposto, posso aggiungere che un pubblico italiano che si trova nell’umore adatto è praticamente imbattibile.
Che ne pensate di producer electro/techno/post-dubstep, ecc.. quali Joy Orbison, Jon Hopkins e Burial?
Ho ascoltato solamente Burial, e mi piace molto quello che fa. Non siamo troppo preparati sui nuovi artisti nel campo dell’elettronica, ma facciamo del nostro meglio. Una delle cose più belle delle interviste che seguono l’uscita di un album, è che riceviamo un sacco di spunti su nuovi artisti da cercare e ricominciamo ad ascoltare musica. Quando siamo in fase compositiva, facciamo di tutto per lasciare la musica prodotta da altri fuori dal nostro ambiente creativo, e questo non perché pensiamo che il nostro lavoro non debba essere paragonato a quello di altri, ma, al contrario, perché non vogliamo farci influenzare, in modo che la produzione dell’album sia totalmente naturale e guidata dal nostro istinto in modo incontaminato. Ci piace moltissimo il fatto che chi ci ascolta faccia collegamenti con altri artisti, è una dimostrazione del fatto che le persone stanno cercando di capirci e di comunicare al prossimo come percepiscono la nostra musica. Detto ciò, andrò subito ad ascoltare gli altri artisti che hai citato.
Le arti visive giocano un ruolo importante nell’estetica dei Liars, e così anche la loro diffusione attraverso i social, come ad esempio Facebook. Dimmi qualcosa al riguardo…
I social media possono essere utilizzati dalle band in molti modi. Noi li vediamo come un’altra piattaforma creativa per condividere idee che possono andare di pari passo con la musica che facciamo. Angus è sicuramente quello più preparato in materia, la maggior parte delle idee che appaiono sui social sono sue. Con Instagram ha ricominciato a fare foto, e penso che sia una cosa fantastica: è un fotografo eccezionale.
Qual’è la prima cosa che ti viene in mente se dico “mess”?
1. Lavoro 2. Filo 3. Pulito


