Memory9: Mnemonic Globetrotter
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Marco Braggion
- 4 Febbraio 2014
“Ho vissuto per mesi senza pagare l’affitto, ospite a casa del batterista di un gruppo in uno stabile dentro al quale abitava Adele, prima che diventasse qualcuno; l’ambiente era frequentato anche da Shingai, la cantante dei Noisettes. Sempre da quel giro, anche l’attuale batterista dei Savages.”
Abbiamo parlato via Skype con Gadi Sassoon, che da un po’ di anni, con il moniker di Memory9, sta sfornando EP di elettronica a cavallo fra techno, sound design e breakbeat. Dopo essersi laureato in Sound Synthesis a Berklee, Boston, il nostro è tornato in Europa (a Londra e a Milano) e ha cercato un suo percorso di vita e professionale. Ha fatto la gavetta a Londra suonando in più feste e in più locali possibili, conoscendo i nomi giusti dell’ambiente. Oggi ha fondato una sua etichetta (la Mnemonic Dojo) sulla quale pubblica la sua musica e quella di nuove promesse dell’underground italiano e non. Abbiamo parlato del suo nuovo EP, Red Falcon, uscito qualche settimana fa, di quello che ha in mente per il futuro e di cosa significhi fare musica oggi, passando attraverso un cappello magico dei ricordi da cui spuntano pure i nomi di Adele e Flying Lotus…
Partiamo direttamente dall’ultimo EP, che mi sembra costruire un ponte tra melodia e ritmo, nel senso che richiama in parte sonorità Massive Attack e Flying Lotus, tagliate con melodie orientaleggianti. Ascoltando anche il lavoro dell’anno scorso (Black Dragon EP), mi sembra di poter dire che i due dischi sono due facce della stessa medaglia. Black Dragon era più spezzettato, mentre su Red Falcon c’è sempre il break, ma c’è anche la melodia…
Prima di Red Falcon ci sono stati Black Dragon e The Abyss Within. Il primo era più incentrato sui beats, mentre il secondo è stato un esercizio di sound design, di lavoro sui suoni. In Red Falcon ho voluto riportare un pochino più centrali sia un discorso melodico e armonico, quindi di scrittura più tradizionale, sia un discorso strumentale. È una parte che ho sempre voluto integrare nella mia musica come Memory9, ma finora sono stato abbastanza timido da questo punto di vista, perché volevo raggiungere un certo livello dal punto di vista della produzione, prima di mettermi a inserire elementi che non sono tanto facili da integrare. Tutto il disco parte come produzione, a livello cronologico, da The Dodecahedron, che in realtà era un esperimento in 12/8 che ho fatto un pomeriggio pensando di mettere insieme un po’ di elementi jazz su una sonorità ancorata sia al beatmaking più tradizionale che al footwork e a queste sonorità che ci sono adesso, molto 808, molto nervose. Da lì è nato il concept di tutto. A differenza del passato, in cui partivo prevalentemente da un beat, qui sono partito dalle melodie, da serie di accordi o, come nel caso di Portals, da un campione melodico di uno strumento tradizionale cinese. Quella, effettivamente, è orientaleggiante, nelle intenzioni…
C’è stata quindi un’evoluzione dal ritmo alla melodia. Questo approccio mi ha fatto venire in mente, in particolare, le cose che fa Gold Panda…
Conosco bene Derwin. Suonavamo insieme in un ristorante di sushi a Londra. Non sei il primo che me lo ha detto. Un socio dello studio trovava anche somiglianze con le cose della Ghostly International. Io non ascolto molto quel genere, quindi probabilmente è una questione di hive-mind, si tende comunque a convergere un po’ tutti sulle stesse cose in un dato momento. Ti dirò che per fare questo disco mi sono alienato da quella che è la produzione elettronica contemporanea. Visto che esce un sacco di roba molto interessante continuamente, se devo produrre un disco che abbia un minimo di coerenza faccio molta fatica a non essere distratto. Ho ascoltato Miles Davis, e poi cose – anche se fa molto “cliché” dirlo – tipo Steve Reich, perché lui fa questi layer che si incastrano in cui hai una frase in tre, una in cinque, una in due… anche nell’ottica di riprodurre i brani dal vivo…
In passato facevi uscire tracce e lavori più brevi nel minutaggio, invece ora la produzione è aumentata. Hai intenzione di pubblicare un album o di fare qualche data live?
Il live è un eterno work in progress. Sto iniziando adesso a realizzare quello che ho voluto per molti anni: un intreccio tra cose strumentali ed elementi elettronici. Ho fatto un paio di date negli ultimi mesi, tra cui il Soundwave (il festival in Croazia), una data al Gretchen a Berlino e una in Italia in cui ho iniziato a sperimentare in questa direzione vedendo che funziona, dunque la risposta è sì ad entrambe le domande. La prossima uscita di Memory9 sarà un full length e poi ci sarà un live tutto di pezzi originali, più da ascolto probabilmente, con chitarra e con un po’ d’elementi live, tipo uno strumento che ho costruito lo scorso anno. Mi hanno ingaggiato dalla Istanbul Design Biennale per costruire un controller. Mi sono anche costruito un aggeggio con quattrocento bottoni retroilluminati, praticamente è un monome con due launchpad sui due lati e un po’ di pan-pot, robe così che faccio passare attraverso Ableton e Max. Ora ho un focus abbastanza preciso su quello che voglio fare, e su come voglio che evolva il sound. Quando sono arrivato alla fine degli ultimi tre dischi dicevo: “Ok, perfetto. Tutte queste cose adesso le posso re-incanalare in un’altra serie di produzioni che andranno così”.
Si sente che ti sei isolato. Quello che mi sembra tu stia facendo, con il tuo percorso, è una cosa che non fanno in molti. Spesso si preferisce pubblicare il singolo e fare l’album con una raccolta di pezzi che vadano bene per pochi ascolti, quasi radiofonici. Il percorso che stai facendo tu, invece, assomiglia molto a quello che facevano gli artisti Ninja Tune negli anni ’90, tipo Amon Tobin o DJ Food, che costruivano un sound personale. Pensi che sia un retaggio della tua esperienza americana?
Sicuramente è un po’ un retaggio di tutta la mia esperienza musicale nel suo complesso. Da un lato sono legato a doppio filo alla scena musicale di Londra, ci ho vissuto per tanti anni…
Dopo che sei uscito da Berklee, perché non sei rimasto in America?
A Berklee avevo una borsa di studio. Quando ho finito mi sono guardato un po’ intorno. Stiamo parlando di quasi 10 anni fa. Fare musica elettronica negli Stati Uniti non era facile, non si poteva suonare la drum’n’bass nei locali il sabato per pagare l’affitto e le bollette. Avendo un background che sta comunque tra il jazz e l’elettronica, per me rimanere negli Stati Uniti sarebbe stato un po’ ostico, ed era un percorso che si era abbastanza esaurito a quel punto. Durante gli studi mi ero innamorato della scena britannica. In realtà, prima sono tornato in Italia e ho cominciato a suonare a Londra una volta ogni due settimane, per una serie di giri che oggi si sono trasformati in quello che è Soundcrash, che è un gigante delle produzioni live a Londra. E quindi sono diventato resident in queste serate. Con l’incoscienza di un ventitreenne ho detto: “Vado”. Lì è partita un’avventura assurda, nel senso che ho vissuto per mesi senza pagare l’affitto, ospite a casa del batterista di un gruppo in uno stabile dentro al quale abitava Adele, prima che diventasse qualcuno; l’ambiente era frequentato anche da Shingai, la cantante dei Noisettes. Sempre da quel giro, anche l’attuale batterista dei Savages. Mi son ritrovato a Londra, al posto giusto nel momento giusto. A un certo punto suonavo tutte le settimane al Cargo o al Koko, aprendo per tutti: da DJ Krush ai Plaid, a Guru Jazzmatazz, per dire. Ero il tappabuchi di questa production company che ha fatto piazza pulita a Londra negli ultimi anni…
Ho letto che hai fatto date per la crew di Flying Lotus…
Lì ero molto in vetrina, aprivo per tutti, e mi sono fatto molti contatti. Una volta mi è capitato di suonare alla Rhythm Factory, in East London, prima di Kode9. Quella sera Steve Goodman non si è presentato e, al suo posto, sono venuti i Glitch Mob. Avevano già iniziato a fare le coreografie (ride, ndSA). Dopo di me suonava Gaslamp Killer: ai tempi (e stiamo parlando del 2008/09) l’hype Brainfeeder si stava gonfiando. Gli è piaciuto il mio set e mi ha detto: “Se vieni a Los Angeles ti faccio suonare al Low End Theory”, per cui mi sono organizzato per varie date, ho fatto un workshop al Berklee College of Music, poi mi sono spostato un po’ e così sono andato a suonare a L.A.. A quel discorso sul fatto che il mio sound venga da una consapevolezza, devo rispondere ‘ni’, nel senso che molti quando parlano di me scrivono “London-based producer” perché sono percepito come uno che vive a Londra, sicuramente non in Italia. Il mio punto di riferimento, più che una scena, sono certe etichette londinesi e/o germaniche. La label che mi interessano sono quelle che osano di più e sono meno strettamente legate al dancefloor.
…ovviamente non ti stai riferendo a Warp o Ninja Tune
Ninja Tune, a un certo punto, in catalogo aveva addirittura i Death Set. Poi bisogna dire che queste due label hanno differenziato l’offerta, ma hanno anche mantenuto un certo tipo d’approccio.
A quali etichette ti riferivi?
La !K7, la Monkeytown di Modeselektor, anche la BPitch Control. E poi tante altre cose più piccole, tipo quelli che pubblicano Valance Drakes, o la Cosmic Bridge di Om Unit per esempio. O Project: Mooncircle di Gordon, che è legato alla Red Bull Music Academy. Venendo da un passato musicale non da DJ, ma da uno che ha studiato musica e poi si è avvicinato all’elettronica per interesse, è più naturale continuare a ragionare per composizioni di album, filoni di lavoro un po’ più grossi. Quando ho cercato di fare il DJ, mi è sembrato abbastanza fasullo, me lo sono sentito addosso abbastanza male. Molti pensano che ci si possa inventare DJ in un pomeriggio, in realtà non è vero. OK, mixare dischi non sarà la skill più difficile del mondo, ma il DJ è una libreria ambulante nella testa. Ha un approccio alla musica che è completamente diverso da uno che scrive note su un pentagramma.
Mi è piaciuto molto il remix che ti ha fatto Om Unit per la traccia The Abyss Within. Come hai fatto a conoscerlo? Gli hai proposto tu di fare il remix?
Siamo in contatto stretto da un po’. Ci siamo conosciuti tramite amici comuni nel giro beatmaking “alternativo” di Londra e siamo diventati amici. Gli ho fatto sentire la release quando ancora era in uno stato di bozza, gli è piaciuta, così gli ho chiesto se voleva remixarla e da lì è nato tutto. Queste sono cose che, quando i producer diventano amici, bene o male si fanno, non tanto in una logica di scambio, quanto di collaborazione.
Ci parli un po’ della tua label Mnemonic Dojo? In catalogo hai molte produzioni tue, ma hai prodotto anche Redivider, un artista di San Francisco. È stata una necessità aprire un’etichetta per pubblicare le tue cose? Hai intenzione di pubblicare materiale di altri artisti?
Aprire un’etichetta è un po’ un cammino in salita, perché vendere dischi oggi non è proprio la cosa più facile del mondo. Eppure volevo farlo da molto tempo. Ho lavorato con tante label indipendenti e ho sempre sofferto il fatto di non avere il controllo di cose come la promozione, la distribuzione, la presentazione e altro. A un certo punto, ho fatto lo stesso discorso che ha fatto Coldcut 25 anni fa, ovvero “fare qualcosa in cui decido io l’estetica e tutto”. Poi volevo dare spazio ad artisti che conosco da molto tempo e che non hanno nessun outlet. Redivider, ad esempio, è un ragazzo di San Francisco, produttore bravissimo che è anche programmatore per una grande azienda di software musicali. A breve ci saranno altre uscite, varie cose di altri artisti che sono in cantiere da molto tempo ma che continuano ad essere ritardate per vari motivi. Ci sarà un’uscita di DNN, che è un ragazzo di Milano. Porta avanti la scena milanese dal punto di vista delle “serate”. È uno dei soci fondatori di Well Founded e gestiva anche il Sabato Elettronico al Rocket nuovo. Lui è piuttosto giovane e molto in gamba. L’ho conosciuto perché insegnavo sound design allo IED e lui è un mio ex studente. Io poi sto collaborando con la tastierista degli Easy Star All-Stars, quelli di The Dub Side Of The Moon (uno dei gruppi più importanti, a livello internazionale, di cover e arrangiamenti di grandi classici in chiave dub, ndSA) per un pezzo in stile più reggae-elettronico.
