Mary Poppins era anticapitalista?

Le feste di Natale, si sa, sono generose dispensatrici di vecchi film ritrasmessi in TV a tutte le ore e su tutti i canali. Adesso, a meno che non viviate su Marte o vi troviate in stato di sonno criogenico da grosso modo una sessantina d’anni, è abbastanza probabile che vi siate imbattuti almeno una volta in Mary Poppins, la pellicola con protagonista la proprietaria di quella borsetta che sfidava le leggi della fisica, un film che travalica le generazioni dal 1964, anno della sua uscita nelle sale. Stavolta però ci soffermeremmo su uno dei suoi significati più profondi, solo affogato sotto la coltre di canzoncine, trovate scenografiche ed effetti speciali vari al fine, da parte di chi l’ha concepito, di non farlo risultare indigesto. Un film per famiglie, certo, un musical sdolcinato, innocuo, ma che tra le righe presenta un messaggio potente. Non la riscoperta della semplicità, dell’innocenza fanciullesca, no, ma la sua presa di posizione si direbbe quasi anticapitalista presente già nel libro da cui la pellicola fu tratta, scritto da Pamela Lyndon Travers e la cui prima edizione risale al 1934, ovvero in piena Grande depressione. Il che suggerisce che possa essere letto anche come una sorta di critica all’economia occidentale basata sull’accumulo di ricchezza. Magari non era questa l’intenzione di partenza dell’autrice, ma l’ipotesi che col suo scritto abbia voluto stigmatizzare un certo modello di società potrebbe non essere peregrina.

La storia è ambientata agli inizi del secolo scorso. Siamo nell’Inghilterra del 1910, il Regno Unito è la prima potenza globale e gli USA non gli hanno ancora soffiato la leadership in campo economico, politico e militare, dovendo ancora vincere due conflitti mondiali e non essendo passati neppure cinquant’anni da quando hanno finito di regolare i loro conti interni con la guerra civile. In più, lo zio Sam è ancora impegnato ad assorbire/impiegare le masse di immigrati provenienti via mare da tutto il mondo. Insomma, “the hands that built America” – come cantavano gli U2 – stanno ancora plasmando la loro opera.

La Travers era australiana naturalizzata britannica. Particolare non di poco conto è il fatto che scrisse Mary Poppins in età adolescenziale e quando ancora viveva nella sua terra d’origine, e lo fece più che altro per alleviare le pene delle proprie sorelle dovute allo stato depressivo in cui versava la loro madre. Pertanto, nel romanzo – primo di una serie che alla fine conterà ben otto capitoli (e dal secondo è stato tratto il recente Il ritorno di Mary Poppins, con Emily Blunt protagonista e che su SA abbiamo recensito con le parole di Cecilia Strazza) – è forte la componente autobiografica, in particolar modo per quanto riguarda l’infanzia della scrittrice. È quindi altresì possibile che in origine la narrazione non prevedesse di misurarsi con questioni macrosistemiche che probabilmente non competevano alla giovane Pamela, e che magari il piglio critico sia stato un’aggiunta post grande crisi del 1929, quando la Travers di anni ne aveva una trentina. Di certo, la vicenda muove dalle difficoltà vissute dalla sua famiglia, l’affetto del padre Goff e la solarità della zia Ellie che posero le basi per l’ispirazione dei personaggi di mister Banks e Mary Poppins, i due protagonisti della storia.

E in un’analisi che abbiamo avuto l’ardire di definire anticapitalista non possiamo che partire proprio da Mr. Banks, l’antagonista. È lui il padrone di casa, è lui che all’inizio del racconto cerca una nuova tata per quelle pesti dei suoi due figlioletti. Di professione fa – nomen omen – il banchiere (non il bancario, ché la differenza è sostanziale) e ciò lo rende la personificazione di quel sistema economico e sociale che strangola ogni velleità di fuga, ogni possibilità di volare con la fantasia, di capacità di apprezzare le cose più semplici. Banks (interpretato sullo schermo dal grande David Tomlinson, il “cattivo” anche nel primo film su Herbie, il supermaggiolino, sempre prodotto dalla Disney) è chiuso nel grigiore di un’esistenza permeata dalle regole del denaro, di conseguenza è anche uno strenuo sostenitore delle tradizioni secolari (non ultima, quella invero inglese della caccia alla volpe a cui fa riferimento in uno dei suoi monologhi cantati), del mantenimento dello status quo, delle convenzioni, delle consuetudini grandi e piccole, sociali e personali. La sua è un’esistenza votata alla praticità, alla codardia, alla conservazione. Perché i ricchi – quindi anche i proprietari dei mezzi di produzione – sono giocoforza conservatori, sono i padroni del mondo e questo mondo vogliono lasciarlo così com’è, ossia con loro al timone. Per questo Banks può relegare a subalterno il poliziotto che un giorno gli riporta a casa i bambini smarritisi per correre dietro a un aquilone e offrirgli una minestra come ricompensa, manco fosse un garzone.

Altra scena angolare è quella della banca, in cui l’avido (e umanamanete arido) presidente e diretto superiore di Banks, pur di aprire un nuovo conto nei forzieri da lui amministrati, fa di tutto per accaparrarsi i due penny di Michael, il più piccolo dei pargoli Banks, che invece vuole usarli per «comprare da mangiare ai piccioni». Ne segue una baraonda che dà il via a un effetto domino per cui i clienti che assistono alla scena si riversano in massa agli sportelli per chiedere la restituzione dei loro soldi. Basta il sospetto che la banca non restituisca due spicci a scatenare il panico. Del resto la fiducia in economia è tutto. La sequenza è d’impatto, una delle più riuscite, forse quella madre del film per la sua irriverenza, la sua carica eversiva, la sua vis anarchica. Il messaggio è semplice: se crolla la banca crolla il Paese, se crolla il Paese crolla l’Impero. E nella scelta se stare di qua o di là – guarda un po’ – ci ritroviamo a tifare per il crollo del sistema. In ogni caso, si sa, i soldi fanno girare il mondo. Ma c’è ancora un barlume di speranza. È la libera espressione di se stessi, la creatività, l’entusiasmo, l’operosità impersonati non solo dalla tatina magica che grazie al suo ascendente riporta tutti sulla retta via, ma anche dal suo compagno di scorribande Bert, lo spazzacamino fuori dagli schemi. Per loro, sognare è l’unico modo per uscire dalla “gabbia”. Intendiamoci, però. Mary Poppins è una storia tutt’altro che sovversiva e lo zucchero di cui «ne basta un poco e la pillola va giù» è probabilmente quello necessario a deglutire l’amara medicina liberista. Pertanto il parallelo con Marx si ferma alla critica, la Travers non propone la rivoluzione.

Infine, va detto che il film era chiaramente figlio dell’epoca in cui uscì nelle sale, e all’ingrediente economico keynesiano degli anni ’30 aggiungeva quello psichedelico degli anni ’60 che di lì a poco sarebbe sfociato nella controcultura giovanile (ma in verità quasi tutti i lungometraggi Disney di quel periodo risentivano dell’esperienza “lisergica”: per dire, il titolo originale del succitato primo film sul maggiolino matto era The Love Bug e la storia si svolgeva a San Franciso nel 1968…). Rispetto al libro, la pellicola era però molto più immaginifica (la commistione visiva umani/cartoni ha anticipato di un quarto di secolo Chi ha incastrato Roger Rabbit?) e può darsi che le menti dietro a certe trovate non fossero immuni dall’utilizzo di sostanze allucinogene. Per quanto attiene alle scene più “strambe”, proverbiali furono i litigi tra la Travers e Walt Disney, il quale fece una corte serratissima alla scrittrice per farsi cedere i diritti del libro. Il papà di Topolino la invitò addirittura a Hollywood per farle soprintendere alla realizzazione della pellicola (il tutto è narrato nel film Saving Mr. Banks, del 2013, con Emma Thompson nei panni della Travers e Tom Hanks in quelli di Disney), ma forte fu l’ostinazione della donna nell’opporsi a tutta una serie di sequenze che riteneva inutili o dannose ai fini dello storytelling. Alla fine però il buon Walt riuscì nell’impresa e lo scontro tra i due si rivelò proficuo, generando una delle opere più belle della settima arte, bella e sorprendente perché ancora oggi offre nuove chiavi di lettura. Stavolta è toccato a Marx, domani chissà.

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