Small changes from weird to pop

Vengono da Philadelphia i Man Man, ed hanno una reputazione tra le più bizzarre d’America. Merito di un certo hype costruito a suon di pseudonimi surreali (Honus Honus, Pow Pow, Chang Wang, Turkey Moth e Jefferson) e di esibizioni live tanto efficaci quanto chiacchierate, in cui i nostri sono soliti presentarsi in abbigliamento bianco (dai bermuda alle giacche eleganti, passando per le canottiere) con un make-up stile pellerossa sul piede di guerra. Ovviamente merito anche della loro musica e dei quattro dischi lasciati alle spalle, tra cui il recente Life fantastic, capaci di declinare l’aggettivo weird in molteplici sfumature. Ed è qui che è interessante addentrarsi.

La storia nasce nel 2004: è la newyorkese Ace fu records ad accorgersi delle potenzialità del quintetto, e li porta in studio per registrare The man in a blue turbant with a face, che contiene in sé già tutti i germi del suono che sarà. Il terreno è quello di un avant-rock zoppicante e folle, che da subito invoca tre padri fondativi: Zappa, Captain Beefhart e Tom Waits. I quasi otto minuti di Man who make you sick sono il riassunto di tutto quello che c’è da dire: improvvisazioni free, psichedelie drogate, voci/suoni giocattolo a fare capolino qua e là. Tutto comunque ruota attorno alla voce e le melodie del pianoforte di Ryan Katter (Honus Honus), non solo frontman carismatico ma vero trascinatore del gruppo anche in sede compositiva.

La miscela però non è ancora perfettamente a fuoco, e bisognerà aspettare il successivo Six demon bag per trovare la formula nel suo massimo stato di grazia. C’è ancora il registro rock, ma la componente waitsiana di Katter emerge con forza orientandosi tanto nel teatro burlesque quanto nel tendone da circo. Il disco proietta i Man Man nel giro che conta: successo di critica, tour in giro per l’America al seguito degli amici Modest Mouse, e la Anti- è pronta con il contratto. E’ il momento più prolifico: la componente istrionica (fatta di biografie deliranti in facebook, secondo cui i nostri sono caduti sulla Terra direttamente dal paradiso, formatosi eone dopo eone dal caos universale…) si salda a una maturata capacità di scrittura in graduale e ponderato avvicinamento pop. Le forme canzoni maturano, le impro della prima ora lasciano il passo alle atmosfere tzigane e gipsy. Lo stile invece è ancora il loro: sezione ritmica percussiva, piano e xilofono a braccetto, atmosfera malinconica/scanzonata. per certi versi ancora difficilmente classificabili in precise scene di riferimento, la band di Philadelphia sembra ora accordarsi meglio con la singolarità creativa di artisti quali Vert o Sun city Girls.

Comunque sia, il cammino è intrapreso nel 2008 con Rabbits Habits (forse il vero spartiacque tra l’estetica passata e presente della band) e viene probabilmente chiuso da Life Fantastic, lavoro che offre l’ascolto più cantautoriale e orecchiabile del lotto. C’è il tema autobiografico, che prende spunto dall’impossibilità di Katter di trasformare le difficoltà della vita in energia creativa, e lo zampino in cabina di regia di Mike Mogis (Bright Eyes) che contribuisce a dare un’impronta più intimista e ordinata al tutto. La trasformazione è quindi compiuta. Da fenomeno paranormale, i Man Man diventano proprietari di una personale nicchia pop. In attesa di nuovi sviluppi (è prevista per quest’anno la collaborazione di Karter nel supergruppo Mr. Heavenly, con Nick Thorburn degli Islands e Joe Plummer dei Modest Mouse), sta a voi decidere come preferirli.

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