La voce umana al centro di tutto
-
Edoardo Bridda
- 13 Marzo 2012
Mark Nelson non ha certo bisogno di presentazioni, né da parte di SA né da parte di altre riviste di settore. Lo osserviamo, incantati, da quando è iniziata la nostra avventura editoriale e molti di noi, come il sottoscritto, ne seguono le gesta dalla splendida epopea nei Labradford, ancor prima che sotto il moniker personale Pan American.
Lungo il continuum delle contaminazioni dei 90s/00s per le quali sarebbe riduttivo parlare di post-rock, Labradford e Pan American sono state realtà ambientali imprescindibili, ambientali nel senso più onnicomprensivo e sfaccettato del termine, imprescindibili in quanto sunti maturi di un sentire e di traiettorie soniche tra le più intense della musica del tardo Novecento. I tre benemeriti dell’etichetta Kranky si sono infatti cimentati con la cosmica tedesca, la psichedelia inglese degli 80s, il folk apocalittico, le atmosfere morriconiane e le scorie post-industrial, percorso che Nelson ha continuato in solo innestando, a sua volta, altri generi e filoni quali dub e techno, musica concreta e chamber, per ritrovare in proprio una sua corale essenzialità con l’aiuto di fidati collaboratori e amici. Partendo da un’umoralità balearic-dub in un omonimo tutt’altro che trascurabile, Pan American, all’altezza di Quiet City, diventa sinonimo di una classicità che culmina nell’ultimo White Bird Release: un Mark Nelson, come del resto il più giovane Christian Fennesz, metafora di un suono a lui ascrivibile, autore di musica d’ambienti con propri modi e linguaggi in lenta evoluzione, in tempi che si allungano così come le apparizioni live.
L’occasione di riparlare di lui riguarda proprio queste ultime: una piccola tournée italiana in tre date/location d’eccezione: la prima all’Almagià, all’interno del Festival Transmissions di Ravenna (Venerdì 16 marzo), la seconda al Riot Studio di Napoli (Palazzo Marigliano, sabato 17 marzo), all’evento d’apertura della rassegna “A Casa” curata da Wakeupandream, la terza presso la Chiesa Evangelica Metodista di Roma per il capitolo finale della rassegna C(H)ORDE (Giovedì 22 marzo), manifestazione che chiude in bellezza dopo i fortunati episodi con Fink, A Hawk And A Hawksaw e Ben Frost.
Poi ci sono un’intervista che ci ha regalato non poche soddisfazioni e un aneddoto: gli organizzatori di Transmissions avevano già invitato Nelson l’anno precedente. Con la proverbiale calma il chitarrista ha risposto poco tempo fa, a un anno di distanza, accettando l’offerta.
Mark Nelson – La voce umana al centro di tutto
Non vorremmo sbilanciarci ma il mutato atteggiamento nei confronti della stampa e degli addetti ai lavori da parte dell’uomo di bronzo Mark Nelson ci pare legato a una nuova e personale consapevolezza riguardo al mestiere di musicista. Ce ne accorgiamo domandandogli a bruciapelo se ha mai ritenuto Pan American come un progetto duraturo o se invece è uno di quei muscisti che considerano ogni disco come l’ultimo. Lui parteggia senza indugio per la seconda ipotesi, aggiungendo tuttavia di aver recentemente accettato una dimensione più continuativa del lavoro. Una scelta non priva di conseguenze, ci confida, che psicologicamente porta altri problemi, come il dover considerare le scadenze prossime per un nuovo album con più serietà e il “rimanere veramente impigliati con tutte le cose in cui non si è bravi affatto”.
Umile e umano: il Mark Nelson con l’ansia da prestazione dopo praticamente vent’anni di carriera fa una certa tenerezza. E allora è bello chiedergli di Waiting For Crashing, di cui sappiamo già vicissitudini e genesi. “E’ stato inciso durante i primi sei mesi di gravidanza di mia moglie”, rimarca pacato, “Aspettavamo il nostro primo figlio e volevo comporre una memoria dell’esperienza per me e fare un regalo a lui. Chiunque abbia vissuto quest’esperienza conosce il misto di caos, felicità e paure che questa porta con sé”.
La metafora della nascita è perfetta per chiedergli quando uscirà un nuovo disco. Sono passati tre anni da quell’album all’ultimo White Bird Release e altrettanti da White Bird Release ad oggi. Che sia l’anno buono per un nuovo lavoro di Pan American? Mark dà una risposta delle sue. Ha bisogno di tempo. Rimarca che ci lavorerà sicuramente in questi mesi, che dovrà occuparsene molto più intensamente rispetto a quanto non abbia fatto nel recente passato, ma che non sarà pronto prima dell’inizio del 2013.
Di sicuro la nuova prova rientrerà in un percorso intrapreso a partire da Quiet City, un modus operandi che il musicista definisce “con un suono più da live band e un approccio più song oriented”. I Labradford si riuniranno mai? “Non so se suoneremo ancora assieme. Ci vorranno le giuste circostanze. Forse la lezione è: ‘è ok che qualcosa finisca’ anche se l’amicizia tra di noi rimane molto forte. Di sicuro se faremo un’altro disco non sarà qualcosa per la quale sentirci tristi. Sarebbe bello suonare ancora assieme però penso che nessuno di noi ne abbia attualmente bisogno”.
Una delle cose più limpide che emergono dall’intervista è che Mark sembra aver chiaro ciò di cui ha e non ha bisogno, anche quando compone: “cerco di incorporare differenti elementi nella mia musica”, afferma risoluto, “possono essere differenti voci di strumenti o differenti collaboratori, ma alla fine quel che rimane è la mia musica e la mia voce”. La ragione per la quale ci sono più somiglianze che differenze nell’opera omnia Labradford/Pan American, risiede in questo. L’ideale, secondo il chitarrista, potrebbe essere una musica che rappresenti la continuità della voce umana che cambia con l’esperienza e il tempo, pur rimanendo sempre figlia della medesima voce. Gli chiediamo del valore della Techno. Musica e pensiero “never stands alone”, non sono mai slegate l’una dall’altra, “anche se sai tutto di un genere, sai da dove è venuto o cosa ha influenzato e cosa a sua volta lo ha influenzato. Quando hai un’idea perfetta, allora deve appartenere a tutti”.
Dovendo tenere il conto: questa è la seconda lezione che Mark appunta per se stesso e ci svela. Non lo facevamo pensatore di musica ed è naturale che la prossima domanda riguardi Brian Eno. “Ah lo amo. La sua musica è sempre facile da capire e se anche ci può essere qualche concetto sperimentale o idea particolare alla base, il suono è sempre un invito a unirsi a lei in un modo semplice”. C’è gentilezza in quest’approccio ed è un aspetto che al musicista piace molto, a prescindere dai tag di middleclassismo che la gente può affibbiargli. Importante, inoltre, dare il giusto peso delle sue parole “I always really liked the way his records feel”. Il preciso significato che deve avere la musica di Pan American nel momento in cui la si ascolta è proprio questo.
L’album preferito di Eno? Evening Star, nato dalla collaborazione con Robert Fripp. Un indizio probabile: qualche passaggio di White Bird Release. E continuamo coi musicisti: emergono più cose per raffronto di quante non ne impareremmo con domande dirette. Per esempio, ho citato spesso Badalamenti e Lynch descrivendo i brani dei Labradford: è il momento di chiedergli che cosa ne pensa. “Mi è piaciuto il lavoro di Angelo Badalamenti ma quella non è musica che sento ‘personal’. Penso di non avere i suoi dischi o di non averli sentiti da anni. Mi piace di più quando è bello soltanto per essere ‘beatiful’ e mi piace meno quando si nasconde nel kitch o nel post-moderno”. E i dischi che lo ossessionano? What’s Going On di Marvin Gaye, la colonna sonora Man And A Woman di Francis Lai e Africa Brass di John Coltrane. Sono quelli che ascolto tra trent’anni e che amo. Nuova musica? (e questa domanda se la fa da solo ancor prima che gliela formuliamo): Teen Dream dei Beach House (che è quasi perfetto, dice), Chiaroscuro di Arve Henrickson (Rune Grammofon, 2004), First Floor di Theo Parrish e la colonna sonora The Proposition di Nick Cave e Warren Ellis. La lista potrebbe continuare. Mark ascolta parecchia musica. E’ un ascoltatore e la musica è un concetto democratico che non esclude nessuno. La lezione numero tre è servita, farina del nostro sacco, e non ci rimane che raccontarvi del live.
Sul palco: chitarra, laptop e mixer di Mark Nelson più batteria, synth o sampler per mano di Steven Hess, compositore e sperimentatore che abbiamo già avvistato nell’ultimo Fennesz Seven Stars, ma anche con Locrian, Sylvain Chauveau, David Daniell e molti altri. Ricalcando la recente produzione discografica, il live set sovrapporrà elementi sintetici e acustici, creando tensione e rilascio. La specialità, naturalmente, è tenerla sottopelle tra le increspature del suono e il suo spazio.
