My music is about wellness
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Carlo Affatigato
- 31 Maggio 2012
Non capita tutti i giorni di parlare con uno come Kevin Saunderson. Un uomo vestito del mito della Detroit anni ’80, la mente eclettica della sacra triade creatrice del filone più ambizioso e intellettualmente dotato dell’elettronica (e non solo): se la techno ha avuto la storia prosperosa e ricca di idee e traiettorie che conosciamo, molto lo dobbiamo a lui, che meglio di chiunque altro è riuscito ad evolverne il linguaggio, aprendo a sorprendenti orizzonti quanto teorizzato insieme a Juan Atkins e Derrick May.
Naturale che quando incontri un pezzo di storia come lui, vengano fuori domande fuori dal comune, curiosità a cui solo un personaggio del suo calibro può rispondere. Cogli l’occasione senza pensarci, perché difficilmente ne avrai una seconda. Per lo stesso motivo, sabato 2 Giugno è la serata a cui non puoi dire di no, soprattutto se hai a portata di mano il centro di Firenze: sarà il main act del MUV festival, Kevin “The Elevator” Saunderson alla consolle, e subito prima di lui altri due pezzi da novanta, gli Octave One, ossai la “next generation” della Detroit techno che fu. La leggenda stavolta è a un passo da noi e sarebbe un sacrilegio non approfittarne.
The Elevator
Così li han battezzati i tre di Belleville: Juan Atkins è The Originator, colui che alla techno ha dato il nome e il soffio di vita, quello che prima coi Cybotron e poi come Model 500 ha rappresentato il lato più rigido e filosofico della prima fase; Derrick May è The Innovator, colui che ha raggiunto i virtuosismi del filone, quello che gli ha dato il tocco di fascino e il tuffo al cuore; Kevin Saunderson è The Elevator, colui che ha saputo scorgere il passo successivo prima di tutti, il più sfuggente dei tre, la mente più aperta e, di fatto, quello che ha raggiunto l’apice di successo. Tre studenti neri della Belleville High School con un’enorme passione per la novità musicale, alimentata da quello che ai tempi era la personalità radio più interessante del momento, Charles Johnson aka The Electrifying Mojo, in onda sulle varie stazioni di Detroit e dintorni, WGPR prima, WJBL, WHYT e WTWR-FM poi.
L’inizio è ovviamente sotto l’ala del “padrino” Atkins, che sulla sua Metroplex pubblica la prima produzione ufficiale di Saunderson, Triangle Of Love, la rigidità robofunk che già presagiva le potenzialità ad ampio raggio del suo sound. Reese (diminuitivo di Maurice, il suo secondo nome) intraprese però presto la sua strada, aprì subito la sua etichetta KMS (alla fine ognuno dei tre ebbe la propria, le sedi una accanto all’altra al quartiere Eastern Market) e iniziò a ragionare su quali potessero essere le più efficaci applicazioni della promettente materia prima che aveva tra le mani.
Il passo successivo (dopo un altro prisma multisfaccettato come Groovin’ Without A Doubt) fu quello che lo rese famoso in tutto il mondo: col progetto Inner City, Saunderson catturò la quintessenza del big fun che la techno poteva offrire se si fosse lasciata ingentilire a modo, abbinando quel tipo di energia a un corpo melodico che gli desse l’orecchiabilità definitva. Detto in altre parole (le sue), techno-soul. Dopo aver diffuso in ogni angolo del globo i singoli Good Life e Big Fun, l’album di debutto Paradise uscì nel 1989, copertina color seppia che metteva accanto la figura rigida “portante” di Kevin e il piglio frizzante della soul diva Paris Grey, e aiuto dietro le quinte sempre di Juan Atkins.
Fu il botto. Paradise fu contemporaneamente esplosione di euforia e fiducia nell’accelerazione futuristica, ma soprattutto ricondusse questo background ad un’immagine che il pubblico poteva riconoscere bene, quella della forma-canzone, della melodia catchy. La techno esce dal club e guarda finalmente la luce del sole, e le fronti di milioni di ascoltatori. Le hit del disco Big Fun e Good Life sono i due classici senza tempo che toccarono i vertici più popolari che la dance abbia mai conosciuto e non nascondono l’affinità morbida con l’altra grande “cosa” che nasceva negli ’80 USA, la house della scena di Chicago. Ma non solo: c’è anche la pasta soul che ammorbidisce le spigolosità dei nuovi ritmi, una Do You Love What I Feel che splende d’armonia femminile, una favolosa ballata r’n’b come Power Of Passion, la potenza radiofonica di Set Your Body Free e, verso la fine, l’impronta del rigore irriducibile di Atkins su And I Do. Gli Inner City fecero poi altri due album, Fire nel ’90 e Praise nel ’92, ma non raggiunsero più il successo di Paradise, sebbene fossero sempre capaci di buoni colpi nel loro stile (vedi Pennies From Heaven).
Nel frattempo Saunderson aveva capito di poter fare qualsiasi cosa: dai primi remix sui Wee Papa Girl Rappers (Heat It Up e We Know It) alle sette anime electro di Reese, le sfaccettature acide di Funky Funk Funk e le pieghe scure di Rock To The Beat; dai pezzi di clubbing drittissimo realizzati con Santonio (The Sound, Bounce Your Body To The Box, How To Play Our Music, Truth Of Self-Evidence) alle fascinazioni rave che Kevin subì nei primi ’90, risultate in una manciata di bombe quali l’Hardcore Techno EP del ’91 a nome Tronikhouse (Mental Techno la più drogata, Up Tempo la meglio riuscita) e gli hardcore mix dei pezzi di Praise quali Let It Reign e United; dalle impegnatissime produzioni a nome E-Dancer, che innalzeranno un monumento ai meccanismi della techno da sballo (Pump The Move, The Human Bond, World Of Deep ma soprattutto una spettacolare Velocity Funk coi suoi vocalizzi ‘ardkore) a un orgasmo di album come Faith, Hope & Clarity, forse il massimo raffinamento del Reese sound con pezzi fatti col cuore come I Believe, rallentamenti in 4/4 come The Miracle Of Life e Free At Last e un altro gancio ebbro di campionamenti vocali come The Colour Of Love.
E così via, tra una cosa e l’altra Saunderson ha attraversato tutti i ’90 e i ’00 senza smettere mai di produrre. Tra le ultime tappe del suo percorso discografico c’è il doppio disco di remix History Elevate del 2009, con le sue rivisitazioni su nomi come Pet Shop Boys, Hercules & Love Affair, Octave One e Simian Mobile Disco e i remix di suoi lavori fatti dai vari Carl Craig, Luciano, Claude Von Stroke e Ben Sims).
Il resto per il momento lo lasciamo a voi e al vostro spirito di scoperta, per focalizzarci oggi sulle importanti riflessioni che abbiam fatto nell’intervista: siamo tornati alle radici, a come tutto è nato e all’unicità dell’ambiente originario, abbiamo acceso la luce sulla vera marcia in più di Saunderson rispetto agli altri, abbiamo invitato Kevin a guardarsi alle spalle e dirci cosa è cambiato e cosa non dimenticherà mai, gli abbiam chiesto di parlarci del già citato The Electrifying Mojo e della storia dei soprannomi. Di fronte a una fetta di storia della musica lunga venticinque anni, c’è tutto da imparare.
The Interview
Partiamo dall’inizio. Com’è possibile che tre studenti di una cittadina fuori Detroit abbiano dato vita a qualcosa di così innovativo e futuristico?
Beh, è difficile dirti come siano nate le cose. È un po’ come uno scherzo della natura. Per ogni cosa che nasce c’è sempre qualcos’altro che fa da punto di partenza, e noi in quel periodo non eravamo perfettamente consapevoli di cosa stavamo facendo. Semplicemente, eravamo individui singoli, che hanno scelto coscientemente di seguire un certo percorso nell’evoluzione musicale.
E come mai è successo proprio a voi e proprio in quel luogo?
Non credo ci sia una ragione precisa. Noi avevamo tutta l’attenzione rivolta alle svolte musicali del periodo, ecco tutto.
Il background da cui è nata la techno è fatto di funk nero, electro e kraut europea, disco music, new wave ed electropop. Tutto quello che The Electrifying Mojo ben presentava in radio, giusto? Com’è nato il passo avanti?
Sai, se parliamo sotto il profilo strettamente stilistico, non c’era niente di davvero particolare nella musica che mandava The Electrifying Mojo: in fondo era la musica di quel tempo, il funk, la electro, i Kraftwerk, Prince… la particolarità era che lui mandava in onda gli album interi. Era un approccio decisamente atipico rispetto alla maniera tradizionale in cui intendiamo la radio. Credo sia stato questo che ha catturato la nostra attenzione, e crescendo in questo modo anche l’approccio che avevamo verso la musica che creavamo noi è stato diverso dagli altri.
Raccontaci un po’ di quei tempi. Com’era lavorare con Juan e Derrick? C’erano screzi, discussioni, stimoli?
Sai, ai veri inizi si trattava semplicemente di fare musica. Si collabora secondo quello che ognuno sa far meglio, Derrick ad esempio mi ha aiutato spesso nella fase ritmica, nel mixing insomma. E quando fai musica difficilmente emergono disaccordi. Le diversità casomai nascono dopo, quando si parla dell’approccio personale verso il promoting, i tempi di pubblicazione o anche il djing, ma lì è giusto che decida ognuno personalmente.
Come vivevate in quel periodo il parallelo con quel che stava accadendo nel frattempo a Chicago, l’esplosione della house? C’era una sorta di avversità tra le scene techno e house, o era un paragone che stimolava a migliorarsi?
Chicago era un metro di paragone, ma allo stesso tempo eravamo in competizione. E le ragioni sono prettamente stilistiche, puoi immaginare bene. Chicago e Detroit puntavano in direzioni completamente differenti, la techno aveva una maggiore energia ed un’impronta molto più meccanica. E te ne accorgevi anche se ascoltavi le radio locali, la WGCI, la WBMX, house e techno non potevano stare mai insieme. Per cui diventava una vera competizione, ed era una cosa particolarmente eccitante.
Qual’è stata la tua impronta all’evoluzione della techno? Cosa mi dici del tuo contributo personale al genere?
All’inizio non immaginavo che le mie produzioni avessero tanto successo da definire un’impronta. Se devo identificare la mia peculiarità rispetto agli altri personaggi techno, direi che la mia musica era maggiormente rivolta al benessere.
Com’è nata la storia dei tre appellativi, The Originator, The Innovator, The Elevator? Elevator nel senso di colui che porta la techno a un livello successivo?
The Originator è colui che per primo l’ha fatta e colui che per primo le ha dato un nome. Lui ha avuto la visione originaria. The Innovator è colui che ne ha aperto i confini, che ha fatto in modo che tutti convergessero sotto lo stesso tetto e mettessero insieme i propri pensieri. E The Elevator… sì, suppongo sia colui che l’ha portata al livello successivo.
Kevin Saunderson significa anche e soprattutto Inner City. Con quel progetto sembra che tu abbia voluto mostrare quanto la techno possa essere “pop”, possa conquistare tutti. Sbaglio?
Mmh no, non ho mai voluto che il progetto Inner City fosse inteso come “pop”. Ho solo voluto far della musica che avesse melodia, cantato, volevo che fossero vere canzoni e che non fossero orientate solo al club. Volevo che la gente fosse in grado di ascoltarle, che facessero da hook per più gente possibile. Con gli Inner City son voluto tornare a quel tipo di dance con forti potenzialità d’ascolto, con le parti cantate e i groove infallibili. È stato il mio modo di ricongiungermi con i grandi successi della disco music che mi avevano preceduto, di riprodurre un effetto simile. Donna Summer. Penso avessi in testa proprio lei.
L’album Paradise è, senza mezzi termini, un disco immortale. È come aver cristallizzato l’essenza del divertimento che voleva (e doveva) essere ballare la techno, ieri e oggi. Come nasce un disco come quello? Quali pensi siano le vere ragioni del suo successo?
Paradise è stato il primo disco del suo genere, il primo che ha inaugurato quel tipo di musica dance, così piena di spunti melodici ed elementi accattivanti. È venuto fuori nel momento giusto e coi suoni giusti, è stato un colpo unico. Semplicemente, non poteva essere più “giusto” di così.
A un certo punto sembrò che ti fossi preso una cotta per la scena rave, vedi pezzi dei primi anni ’90 a nome Tronikhouse e anche qualche pezzo in Praise che poi hai anche remixato (United, Let It Reign). Ti affascinava quel tipo di piega?
Sì, quando sono stato in Inghilterra ho vissuto quel periodo sulla mia pelle. Ho amato molto quei bbreaks e il volto funk che sapeva assumere la musica rave. Ho ricevuto un sacco di ispirazione da quella scena, puoi giurarci.
Pensi che la scena techno europea dei primi ’90 sia stata influenzata dalla scena di Detroit? Forse non è così scontato. Ad esempio, nel loro primo album gli LFO recitano le loro influenze e parlano di house, di Phuture, DJ Pierre, Mr. Fingers, oltre che Kraftwerk o Yellow Magic Orchestra. Non una parola su Detroit e i suoi personaggi. L’impressione frequente è che l’Europa si sia innamorata solo dei groove acid e non delle aspirazioni futuristiche. Come lo spieghi?
Penso che i rave e la scena europea debbano molto a Detroit. Detroit all’epoca è stata grande ispiratrice per i produttori di tutto il mondo, ma anche Chicago lo è stata. Le influenze specifiche probabilmente dipendono da producer a producer, può starci.
Come vedi la scena techno oggi, rispetto a quella di un tempo?
Beh sai, la old school degli inizi era qualcosa di unico, e uniche erano le tecnologie usate. Poi la tecnologia si è evoluta in diversi modi, ha aiutato e semplificato la fase di produzione e questo ha cambiato le cose… sì insomma, tutto ruota intorno alla passione per la musica, e ora ci sono tanti artisti che fanno musica solo per fare soldi. Adesso ci sono tanti stili, tanti suoni, mentre un tempo il sound era unico e tutta la devozione andava verso di esso. Quella devozione adesso ha mutato orientamento e guarda in mille direzioni. Fa parte del gioco, immagino.
Ecco, credo che in realtà la musica non possa essere “elevata” più di tanto. O almeno è molto difficile. La tecnologia invece sì, quella può avere delle evoluzioni inimmaginabili e può veramente stravolgere ogni cosa. E non puoi proprio sapere come trasformerà il modo di far musica nei prossimi tempi.
Guarda un attimo alle tue spalle e dicci: qual’è stato il momento più emozionante della tua carriera?
L’anno più emozionante è stato il 1988, quando uscirono Big Fun e Good Life. È stato incredibile, assurdo, come un sogno che non avrei mai immaginato. L’enorme successo, i viaggi per il mondo, la gente che impazziva per quella musica, i miei remix ai Wee Papa Girl Rappers. È stato un periodo straordinario. Più avanti c’è stata anche Rock To The Beat con Santonio, e poi traccia dopo traccia, sono sempre state emozioni fortissime.
A quale delle tue opere sei più affezionato?
È difficile sceglierne una. Forse le produzioni a cui sono più affezionato sono quelle fatte sotto il nome E-Dancer.
Dopo una carriera come la tua, cos’altro chiedi? Cosa vuoi fare in futuro?
Voglio restare vivo e in salute sulla scena ancora per molto tempo. Quel che è stato negli ultimi 25 anni è stato grandioso, ma non voglio che diventi un motivo per accontentarmi e rilassarmi.
