I Julie’s Haircut non hanno ancora smesso di meravigliare. La nostra intervista
-
Andrea Amadasi
- 8 Dicembre 2025
Radiance Opposition è il titolo del nuovo disco che i Julie’s Haircut hanno pubblicato da una settimana, dopo anni passati a riflettere, sperimentare nuove sonorità e aver dato vita a qualche progetto parallelo. Ne abbiamo parlato con Andrea Rovacchi e Luca Giovanardi appena dopo la consegna del pacco contenente il terzo “test pressing” della versione in vinile del disco, con l’auspicio che fosse la volta buona per il “visto, si stampi”. Si è parlato anche d’altro e come sempre, quando ci sono i Julie’s Haircut di mezzo, nulla risulta banale e molti sono, viceversa, gli spunti di riflessione anche ad ampio raggio.
Iniziamo dalla domanda più banale: sono passati sei anni da In The Silence Electric, il vostro disco precedente, a cosa è dovuta la lunga attesa?
Luca G. Ho notato che in tanti sottolineano il fatto che è passato tanto tempo tra i due dischi, che è vero, però sono successe un po’ di cose in questi cinque o sei anni, a partire dal fatto che quando è scoppiata la pandemia noi avevamo appena pubblicato il disco (In The Silence Electric venne pubblicato il 4 ottobre 2019 e il primo lockdown da Covid scattò l’8 marzo del 2020 – ndr). E ricordo che in quel periodo in cui non si poteva suonare dal vivo la reazione più comune tra i musicisti è stata quella di chiudersi in studio a fare cose, anche con una certa frenesia che io trovavo un po’ inquietante perché pensavo che fosse più una reazione all’avere più tempo libero rispetto al solito, che non la naturale evoluzione dell’avere qualcosa da dire. Noi avevamo pubblicato un disco letteralmente pochi mesi prima per cui non era esattamente il momento per dire ok, ci rifiondiamo subito in studio…
Andrea R. …anche perché essendo noi un gruppo di cinque persone, ognuno ha vissuto quella situazione, come chiunque, in modo del tutto personale ed è da considerare anche questo…
Luca G. … poi adesso che è passato un po’ di tempo ne parliamo come fosse una cosa quasi fantascientifica ma in quel momento lì secondo me è stato importante fermarsi, pur avendo avuto qualche occasione di suonare dal vivo durante l’estate 2020 (mentre per fortuna abbiamo resistito all’idea di fare gli streaming) e sono piuttosto orgoglioso di come abbiamo reagito come band a quel momento, che credo necessitasse di essere assimilato e metabolizzato per come è stato realmente. Chiaramente non ho nulla contro chi in quel momento ha deciso di entrare in studio perché avrà avuto le sue buone ragioni ma per noi non è stata quella la molla che poteva sollecitare la vena creativa.
Molti artisti durante e soprattutto dopo il Covid hanno sentito l’urgenza di esternare pubblicamente il proprio canto liberatorio rispetto alle privazioni dovute alla pandemia. Nel vostro caso cosa vi ha trattenuto dal provare a recuperare il tempo perduto subito dopo la pubblicazione di quel disco?
Luca G. Nel nostro caso quello che ha inciso più del Covid è stato il fatto che Laura Agnusdei avesse deciso di uscire dalla band dopo “In The Silence Electric”, quindi il fatto di trovarci ad essere di nuovo noi cinque col rischio di rimanere intrappolati in una sorta di comfort zone che la presenza di Laura, negli anni in cui è stata con noi, aveva rimesso in discussione positivamente anche a livello di dinamiche interne. Penso sia importante essere aperti ad elementi esterni che portino novità e freschezza e rendendoci conto dell’apporto che ci aveva dato Laura, ci siamo detti che invece di tornare a fare un disco solamente noi cinque sarebbe stato più interessante trovarle un’alternativa ma con altre caratteristiche.
E quindi arriviamo a Radiance Opposition: come vi siete trovati con Anna Bassy e come si è sviluppato il suo inserimento nei Julie’s Haircut?
Andrea R. Anna ci è stata suggerita da Damiano di Panico Concerti, che è stato nostro tour manager per molto tempo e stava già lavorando anche con lei per il suo progetto solista.
Luca G. avevamo parlato con Damiano di questa nostra idea di inserire una voce femminile anche se prima di arrivare a questa decisione avevo proposto una seconda batteria…
Andrea R. … e avevamo fatto anche una sessione di prove nel luglio 2020 con Clara Romita, che ha questo progetto a nome Clauscalmo.
Luca G. a me è sempre piaciuto e ritengo importante che all’interno dei Julie’s Haircut ci sia almeno una figura femminile, è sempre stato così fin dall’inizio tranne qualche periodo in cui siamo rimasti noi cinque, per cui iniziammo a chiedere in giro e ci fecero il nome di Clara. L’abbiamo invitata a Reggio Emilia appena si è potuto dopo il lockdown e abbiamo fatto questa sessione di prove improvvisando in studio per un giorno, trovandoci anche abbastanza bene. Poi in realtà la cosa non è andata avanti per una serie di difficoltà anche se di quella sessione di prove rimane traccia in Extinction Of The Sun sul disco nuovo, dove si sentono chiaramente le due batterie sovrapporsi in andamento poliritmico, che era un po’ il mio trip del momento. Tornando ad Anna invece, non ricordo esattamente come sia uscita l’idea di puntare su una voce femminile ma dopo averne parlato con Damiano ci siamo messi in contatto e abbiamo iniziato a mandarle un po’ di demo di materiale ancora allo stato embrionale, sul quale lei si è subito sintonizzata nel modo che speravamo convincendoci reciprocamente che la scelta era giusta.
Andrea R. Lei praticamente ha lavorato in prima persona in almeno quattro pezzi di “Radiance Opposition”, delineando le linee melodiche e scrivendone i testi. Tecnicamente è un anno e mezzo che lavoriamo insieme a lei, dalla primavera dell’anno scorso…
Luca G. … ma se non ricordo male tutto il disco l’ha poi fatto in due giorni…
Spiegatemi meglio…
Andrea R. … abbiamo fatto due blocchi, uno in primavera dell’anno scorso e poi il successivo dopo l’estate. Sembra una lunga gestazione ma in realtà abbiamo lavorato solo nei weekend compatibilmente con gli impegni di ognuno, per cui poteva passare un mese o anche più tra una sessione e l’altra. Ma poi era talmente tanto il materiale già abbozzato che ho lavorato molto anche in autonomia in studio e ricordo in particolare che sull’evoluzione di I Can See The Light ci ho ragionato anche in una camera d’hotel a Vienna, dove mi trovavo per un day off di un tour a cui stavo lavorando come fonico.

Luca G. è un po’ una nostra costante quella di prenderci il nostro tempo per fare le cose: ad esempio per Ashram Equinox ci sono voluti quattro anni ma non perché ci sono stati dei ripensamenti particolari in corso d’opera, solo perché ad un certo punto, dopo aver messo insieme tipo trenta pezzi e averli lasciati decantare, capisci quali sono quegli otto o dieci pezzi che compongono il disco. O come per Radiance Opposition, che dopo anni di registrazioni in cui abbiamo accumulato tantissimo materiale, è stato soltanto aggiungendo la voce di Anna che abbiamo iniziato ad avere chiara la situazione e capire cos’era giusto tenere e cosa scartare.
Ve lo sareste mai detto dieci anni fa che un giorno nel futuro avreste suonato come i Massive Attack con Elizabeth Fraser alla voce?
Luca G. Trent’anni fa sicuramente no, dieci anni fa forse si…
Andrea R. Se ti riferisci a To The Sacred Mantled sicuramente si
Luca G. In questo disco ci sono sicuramente atmosfere più elettroniche ma quel tipo di elettronica ha sempre fatto parte della nostra musica. Sempre… diciamo da After Dark… in poi…
Andrea R. Diciamo che questo disco, a parte Extinction Of The Sun, è fatto di pezzi che arrivano da demo di Luca o di Nicola e quindi l’impronta elettronica è anche coerente con le cose che hanno fatto coi loro progetti fuori dai Julie’s Haircut…
Luca G. …Partendo da quei demo, in studio poi elaboriamo con la forza della band. Però effettivamente l’ottanta per cento di To The Sacred Mantle l’avevo registrato in un momento estemporaneo, credo fosse anche quello durante il Covid, in cui mi ero preparato in una valigia un po’ di synth analogici e drum machine che non usavo mai, cablando il tutto in modo che per usarli ogni volta bastasse solo attaccare la corrente. E una delle prime cose uscite da quella valigia è stata proprio To The Sacred Mantle, che non era pensata per diventare un pezzo dei Julie’s Haircut in realtà, ma poi l’abbiamo mandata ad Anna insieme a tante altre cose e lei ci ha aggiunto questa linea vocale che a me non sarebbe mai venuta in mente e che ci è sembrata una gran figata…
Andrea R. …Quel pezzo lì è farina del sacco di Luca e di Anna, io non ho ci suonato neanche una nota… (ridiamo… ndr)
Luca G. In realtà poi il pezzo si è sviluppato con la parte di chitarra di Nicola sul finale, alla quale ne ho aggiunta una mia per dare un pochino di varietà… insomma, era una traccia semplice ed estemporanea che però passando attraverso la band è diventata To The Sacred Mantle.
Nonostante i riferimenti che si usano di volta in volta, sono però convinto che i Julie’s Haircut abbiano da tempo raggiunto una propria precisa identità, che riuscirebbero a mantenere anche facendo un disco di folk irlandese. Siete consapevoli di questo?
Luca G. Uno dei pochi aspetti piacevoli della maturità è l’essere coscienti di avere una propria identità e personalità, per cui abbiamo la fiducia forse anche un po’ cieca che questo verrà fuori nel momento in cui entriamo in studio. Per i primi dischi la gente ci diceva che eravamo troppo eterogenei mentre ora quasi si aspetta che lo siamo…
Come siete soliti lavorare in studio?
Andrea R. … Per quanto mi riguarda, io lavoro spesso in solitario anche perché quando siamo in studio svolgo “l’altra parte”, quella di chi deve registrare. Così non riesco a concentrarmi sullo sviluppo dei brani per cui magari passo un’intera settimana per conto mio ad ascoltarli, solo per capire come poterli migliorare aggiungendo o togliendo cose…
Luca G. …diciamo che la produzione artistica dei brani è davvero collettiva e forse quando siamo in studio siamo un team di produttori prima che una band. Da anni non entriamo più in studio con la canzone pronta da registrare, l’abbiamo fatto con i primi tre dischi poi non più. E questo forse è l’elemento più in comune con i Massive Attack che citavi prima, quel modo lì di fare i dischi che ci porta ad essere anche molto affrancati dagli stessi ruoli all’interno della band cioè, dal vivo è diverso ma in studio ognuno suona quello che vuole…
Andrea R. …ognuno sceglie di suonare il basso o la tastiera, solo la batteria è insindacabile ma solo perché nessuno è capace oltre Ulisse…
Luca G. …gli altri strumenti effettivamente, ad esempio i sintetizzatori che dal vivo suona quasi tutti lui (indicando Andrea – ndr) magari in studio tanti li ho suonati io o Nicola, altri magari Scarfo e stessa cosa i bassi, forse ci sono pezzi dove io non ho suonato nemmeno una nota ma non è un problema perché in studio non è importante chi ha fatto cosa quanto il fatto di esserci e poter dire “qui secondo me c’è bisogno di questo” e poi provare insieme…
Ma vi ponete dei paletti oggettivi prima di entrare in studio oppure vi lasciate andare al flusso istintivo delle idee?
Andrea R. se ci mettiamo dei paletti poi altro che sei anni tra un disco e l’altro… (e di nuovo giù a ridere)
Luca G. … i paletti spesso sono utili, diciamolo, ma nel nostro caso secondo me non ce n’è bisogno perché ci siamo messi in questa comoda/scomoda situazione in cui il pubblico che ci ascolta sa che non siamo i Ramones e dunque non si aspetta il “tredicesimo” disco dei Julie’s che suona esattamente come il primo. È stato un processo lento in un tempo in cui ci è stato detto anche di avere poca personalità, di andare in più direzioni senza andare in realtà da nessuna parte mentre per noi non è mai stato così. Siamo gente onnivora in fatto di ascolti musicali per cui è fin troppo ovvio che questo si rifletta nel nostro modo di intendere la musica che facciamo. Credo che dopo un po’ di anni questa cosa sia stata capita anche all’esterno e lo noto anche dalle recensioni, in molte delle quali finalmente si inizia a sottolineare quanto sia fuorviante incasellarci in un ambito stilistico specifico, poiché siamo tra i pochi gruppi rimasti a non ripetere lo stesso stilema all’infinito… che peraltro ci renderebbe noiosi in primis a noi stessi. Per cui, come dicevo prima, quando andiamo in studio abbiamo la fiducia che presto o tardi la nostra personalità verrà fuori in modo netto senza doverci costringere entro certi limiti. Sarebbe anzi deleterio perché quello che fai è quello che sei e non quello che vorresti o dovresti essere.

Come vi ponete nei confronti dell’attualità musicale: condividete l’affermazione del compositore David Lang secondo cui “il grande pregio della musica è il suo essere misteriosa, il suo comunicare non in modo ordinato bensì in modo primordiale” (che ritengo essere molto appropriata rispetto alla musica dei Julie’s Haircut)?
Luca G. a mio modo di vedere questo periodo storico ricorda per tantissime cose gli anni ottanta. Magari sbaglio, però in ambito musicale vedo tantissimo calcolo finalizzato al mercato, che oggi non è più misurato in quanti dischi vende ogni singolo artista ma in un modo parecchio contorto legato al numero degli streaming, che non sai se sono numeri reali o se sono bot o playlist… adesso entrare in una playlist fa la differenza tra l’avere miliardi di ascolti o nessuno. Ma poi questi miliardi di ascolti si traducono in pubblico vero? Cioè, quando tu vai fuori a suonare la gente viene a vederti o ti ascolta passivamente solo mentre fa la spesa ignorando chi tu sia?
Andrea R. In pochi ormai sono rimasti ad ascoltare un disco dall’inizio alla fine come si faceva una volta, anche attraverso le varie piattaforme di streaming e non necessariamente dal supporto fisico.
Luca G. Esatto. È veramente un momento in cui manca anche la pazienza (e la costanza) di fare qualsiasi cosa richieda più di pochi minuti. Ti faccio un esempio: se vuoi avere la certezza che una canzone venga ascoltata la devi mettere all’inizio del disco, perché i dati riferiti a qualsiasi album (quindi escludendo i singoli che seguono un percorso differente) dicono che l’ascolto va scemando esponenzialmente dall’inizio alla fine, con l’ultimo pezzo che mediamente ha un quarto degli ascolti del primo. E non perché alla fine ci siano pezzi brutti, semplicemente perché la stragrande maggioranza della gente non ha la pazienza di arrivare fino a lì. Noi abbiamo un approccio diverso ma penso che sia anche una questione ciclica…
Andrea R. … poi noi è tanto tempo che non facciamo concerti, a parte qualcosa di molto sporadico, però ho avuto occasione di girare un po’ seguendo altri tour di artisti come IOSONOUNCANE e Daniela Pes e quindi ho un po’ toccato con mano come è la situazione, e non solo in Italia, ed effettivamente le cose vengono centrifugate in maniera un po’ monotematica per un certo periodo per poi essere lasciate evaporare nel momento in cui esce altro da centrifugare a sua volta con una rapidità d’esecuzione quasi asfissiante. Noi poi siamo mosche bianche anche perché quando andremo in tour saremo in sei sul palco ed è una cosa che ormai non si vede più…
Luca G. Un altro discorso da considerare è che adesso con le nuove tecnologie e i nuovi mezzi di distribuzione, viene prodotta una quantità di musica che per forza di cose non può essere tutta significativa. Però vedo mia figlia che ha sedici anni e vedo i suoi amici, che hanno un approccio verso la musica che mi ricorda molto il nostro quando eravamo ragazzini e anche per questo, come dicevo prima, vedo una sorta di ciclicità. Quello dei sedicenni è già un approccio completamente diverso da quello di quanti oggi hanno venticinque/trent’anni: frequentano il centro sociale, organizzano concerti punk, rap, perfino jazz, fanno attivismo politico. Per cui quando parliamo dei giovani dobbiamo fare delle distinzioni e soprattutto ricordarci di osservarli con attenzione. Per dirne una, stanno prendendo piede un po’ ovunque queste iniziative pubbliche (e ne faremo una anche noi a Bologna, il 16 dicembre) in cui ci si ritrova in un luogo per ascoltare un disco dall’inizio alla fine, e il pubblico di queste situazioni non è in maggioranza della nostra età bensì composto da diciotto/ventenni… Poi si, è vero che nella ciclicità che vedo in questo tempo sta l’enorme differenza che allora veniva pubblicato in un anno quello che oggi vede la luce in un giorno o una settimana al massimo, che c’era più filtro alla fonte e se era più difficile procurarsi materialmente quello che ci piaceva ascoltare, paradossalmente era più facile individuarlo, cioè sapere che esisteva quella cosa lì. E poi adesso c’è la questione dell’AI, che sarà un game changer importantissimo, che non si sa come andrà a finire…
Vai pure avanti Luca…
Luca G. Un anno fa si diceva con un po’ di superficialità che non arriverà mai a fare certe cose e invece oggi fa già più di quanto fossimo disposti a credere allora. Giusto ieri un amico mi ha mandato un rap ironico fatto in trenta secondi con “Suno” (la piattaforma di creazione musicale basata sull’AI generativa, di proprietà della Warner Music – ndr), partendo da un testo scritto da lui perculando noi amici e se l’ascolti, capisci che il novanta per cento dell’hip hop di oggi non è poi così distante come produzione. E poi anche nel cinema ci saranno attori virtuali, che già adesso si inizia a mettere sotto contratto… cioè, parliamo di attori o persone che non esistono… Questa cosa qui, dove andrà a finire? Io non lo so… Intravedo sacche di resistenza culturale nei confronti di questa deriva ma il problema sarà riuscire a capire in cosa noi umani riusciremo a distinguerci rispetto all’AI, perché banalmente mi viene da pensare che possa essere il difetto o l’imperfezione a fare la differenza. Forse però l’AI sarà sviluppata per riprodurre anche quelli…
Quindi la salvezza di questo piccolo e malandato pianeta potrebbe essere fondata sui nostri stessi errori?
Luca G. Dal punto di vista delle mere informazioni tecniche l’AI non si può battere… Io seguo Rick Beato, che fa molti video su questo tema e li aggiorna costantemente perché da una settimana all’altra cambia tutto… e ha ragione a dire che la musica prodotta con “Suno” è molto più sofisticata di buona parte della musica prodotta in modo tradizionale. Per fare un esempio banale “Suno” usa ancora il middle eight, che è una cosa che non si usa più da almeno trent’anni. O gli accordi diminuiti, gli accordi di passaggio, le modulazioni… “Suno” usa queste cose perché è sviluppato in modo da gestire ogni informazione come parte integrante dello scrivere musica mentre la maggior parte dei musicisti di oggi le ignora oppure non sa come usarle o magari non le usa per scelta…
Andrea R. Mi viene da pensare che “Suno” ristabilirà dei parametri che l’essere umano dovrà per forza re imparare, in qualche modo…
Luca G. Però la cosa che ci salva rispetto all’AI è che mentre la maggior parte delle persone la vedono come una cosa futuribile, in realtà è super retrograda. Cioè, basandosi esclusivamente su nozioni pre esistenti non può inventare nulla di davvero nuovo e credo che questo aspetto molto difficilmente potrà essere ribaltato. Poi, certo, si aprono ulteriori riflessioni su come funziona realmente il nostro cervello. Forse anche noi umani non siamo in grado di fare altro che elaborare su ciò sta alle nostre spalle? Su ciò che già sappiamo e forse su un bacino di conoscenze condiviso simile a quello che Jung chiamava inconscio collettivo? Non sarebbe poi così diverso da un sistema di server. È tutto molto interessante anche dal punto di vista filosofico e forse in questo caso l’AI potrà insegnarci molto ma non voglio sbilanciarmi troppo, siamo davvero solo agli albori…
Definitemi i Julie’s Haircut come sono oggi…
Luca G. (ridendo) Vecchi…
Andrea R. Beh, conseguentemente c’è una maggiore maturità acquisita. Sono curioso di ritornare a suonare dal vivo perché in questi ultimi anni, dall’esperienza maturata in giro con altri artisti, ho visto e vissuto un approccio completamente diverso, soprattutto tra le band più giovani. Cioè, la tecnologia ora governa qualsiasi cosa e impone la produzione di concerti sempre più “efficienti” e sbalorditivi, senza quel margine d’errore che soprattutto dal vivo dovrebbe essere vitale. E sono curioso appunto di vedere se sarà così anche per noi.
Andrete in tour da gennaio, come state strutturando i vostri prossimi concerti?
Andrea R. ne stiamo discutendo… tra noi ci sono due scuole di pensiero tra chi vorrebbe proporre tutto “Radiance Opposition” nella prima parte e poi una selezione di altri brani nel resto del concerto e chi invece vorrebbe fare il classico “mischione”…
Luca G. Si, ci stiamo lavorando e io sono tra quelli che vorrebbero mischiare nuovo e vecchio materiale, anche se poi non andremo così indietro perché si parla degli ultimi due o tre dischi. Anche in questo siamo un po’ delle mosche bianche perché non conosco tante altre band in giro da trent’anni che ai loro concerti suonano solo le loro cose più recenti…
Andrea R. Sarebbe pure parecchio difficile rimetterci a suonare pezzi dei primi dischi, oltre che strano perché sono così diversi da sembrare totalmente alieni ai Julie’s Haircut degli ultimi anni, ma se anche non lo fossero, non ci sarebbe la volontà di suonarli.
Luca G. Per la ristampa del venticinquennale del nostro primo disco ci era stato proposto di fare una serie di concerti promozionali ma ci siamo rifiutati categoricamente, perché oggi non siamo più quella roba li, quelle persone, quei musicisti…
Avrete l’onere di ri arrangiare i pezzi vecchi sopperendo l’assenza di Laura Agnusdei e in funzione della voce di Anna Bassy…
Luca G. Abbiamo fatto già diversi concerti senza Laura diversificando le sue parti di sax tra chitarre e sintetizzatori e i pezzi stanno in piedi tranquillamente. Ora che c’è Anna proveremo a sfruttare la sua voce anche in quella direzione.
