Joy Division. L’Office Christmas Party di Ian Curtis dei Joy Division del 1978
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Antonio Pancamo Puglia
- 21 Dicembre 2022
Chi di voi è avvezzo alla vita impiegatizia, sarà incappato almeno una volta nella tradizione – mutuata dal mondo anglosassone – degli Office Christmas Party, le temute feste di Natale in ufficio. Per i più socievoli, un’occasione (l’ennesima) per sfoggiare alla massima potenza le proprie abilità relazionali; per i più misantropi, un’occasione per sibilare innumerevoli, rassegnati ed estenuanti “a te e famiglia” stringendo la mano a persone con cui, al di fuori dell’ambiente lavorativo, probabilmente non si prenderebbe nemmeno un caffè al bar. Per tutti (compresi quelli che stanno, ragionevolmente, nel mezzo dei due estremi), un’occasione per… bere. Chiunque abbia visto The Office ha un’idea, anche vaga, dell’argomento. Sia come sia, un office christmas party è di certo il posto in cui meno ti aspetteresti di trovare uno come Ian Curtis. Eppure.
Pubblicata in origine sul gruppo Facebook “Macclesfield Expats” dal figlio di uno dei partecipanti a quel brindisi natalizio, questa foto (insieme ad altre, venute fuori successivamente) è stata poi diffusa da un tweet del presentatore radiofonico Geoffrey Lloyd durante le festività natalizie del 2018, suscitando, giustamente, non poca curiosità. Eccolo lì, the missing boy (come lo ribattezzò Viny Reilly dei Durutti Column in uno struggente tributo postumo), abbracciato dai colleghi di ufficio. Bello come non mai, sorridente, a colori, probabilmente alticcio, perfettamente a suo agio.
Anche se non è stato indicato con precisione, dovrebbe trattarsi del periodo natalizio del 1978: secondo la biografia di Deborah Curtis, Ian aveva iniziato a lavorare presso il centro dell’impiego di Macclesfield, situato a pochi passi dalla loro casa al 77 di Barton Street, non prima di quell’anno, svolgendo le mansioni di Assistant Disablement Resettlement Officer, ovvero aiuto al collocamento di utenti con disabilità. Se è vero che già nell’ottobre del 1979, in occasione del primo tour nazionale in supporto ai Buzzcocks, i membri dei Joy Division abbandonarono i loro impieghi diurni per dedicarsi esclusivamente alla carriera musicale, la datazione sembra piuttosto plausibile. Non è un dato trascurabile.

In quel momento, la vita di Ian è a un crocevia. Artistico e personale. I Joy Division stanno chiudendo un anno intenso della loro nascente avventura; nel corso di quei dodici mesi, si erano gradualmente trasformati ed evoluti, transizionando dal punk grezzo e rabbioso degli esordi a quella personale, tagliente, glaciale e oscura massa sonora che, partendo da numi tutelari quali Iggy Pop, David Bowie, Doors e Kraftwerk (ma anche da contemporanei pionieri come Siouxsie and the Banshees) e opportunamente forgiata dal genio visionario di Martin Hannett, avrebbe generato la supernova Unknown Pleasures.
L’album – l’unico pubblicato dal frontman in vita – sarebbe stato inciso soltanto nell’aprile dell’anno successivo, ma molto del materiale è già scritto (e in parte è stato registrato per un LP abortito per la RCA, quando ancora la ragione sociale recitava Warsaw); l’EP di esordio An Ideal For Living, pubblicato in estate, aveva messo il nome della band sulla mappa, facendo anche discutere per le presunte simpatie naziste deducibili dall’iconografia di copertina. Tre mesi prima di quel Natale, a settembre, Tony Wilson li aveva trasmessi per la prima volta nel suo show televisivo So it Goes, e le porte della Factory si erano spalancate, in attesa di fare la Storia, quella con la S maiuscola.
Ma la storia personale di quel ragazzo, così bello nel fulgore dei suoi vent’anni e in apparenza sereno, fatta di un matrimonio troppo precoce e di un lavoro che più ordinario non si può (ma anche di ambizione e talento fuori dal comune, del tipo da realizzare i sogni e creare miti), era destinata proprio di lì a poco ad essere sconvolta per sempre. Come riportano le cronache, fu in occasione del concerto del 27 dicembre 1978 all’Hope and Anchor di Londra, ovvero presumibilmente pochi giorni dopo l’inimmaginabile (per noi) leggerezza di queste foto, che Curtis ebbe il suo primo, vero, spaventoso attacco epilettico.

Sì, poco dopo (il 13 gennaio) ci sarebbe stata quella copertina di NME firmata Kevin Cummins (il fotografo della Factory); ci sarebbe stato Unknown Pleasures, le Peel Sessions, i tour, gli epocali singoli spartiacque Transmission e Atmosphere, l’ulteriore evoluzione artistica e poetica di quello che sarebbe diventato Closer. Ma ci sarebbe stata anche la malattia, violenta, imprevedibile e incontrollabile, la sua apparente incurabilità, e tutto il carico insostenibile di insicurezza costante e di terrore che, unitamente alle crescenti pressioni professionali e private (il tour incombente negli Stati Uniti, il tradimento nei confronti della moglie Deborah con la giornalista belga Annik Honorè), finì per minare le fondamenta della psiche di quel ragazzo. Fino all’uscita di scena del 18 maggio 1980 – così lontano da queste immagini, eppure così vicino.
Può un dettaglio come una foto ricostruire una storia – la Storia? Certo che no. In netto contrasto con l’iconografia immortale di Cummins prima e Anton Corbjin poi, questa immagine così mondana e dannatamente normale di Curtis ha tuttavia il merito di restituirci un ritratto – finalmente e inaspettatamente – umano di uno degli eroi più tragici della mitologia rock. E se, come ricordato a più riprese dai suoi compagni di band, l’autore di Love Will Tear Us Apart aveva anche uno spiccato senso dell’umorismo (“he was a really good laugh”, ha confermato di recente Bernard Sumner nel podcast Transmissions – The definitive story), con un ulteriore sforzo di immaginazione potremmo anche figurarcelo a scherzare coi colleghi, magari rivendicando per sé il titolo di assistant (to the) regional manager…
