The Devils

Elogio del passato e della mostruosità: intervista ai The Devils

La nostalgia, il citazionismo spinto, la costruzione di un immaginario fedele ai codici estetici e stilistici del blues, del garage e del rock’n’roll, che a loro volta attingono al cinema, al teatro, alla letteratura: i The Devils, giunti al loro terzo disco, sono riusciti a creare una parabola musicale compiuta e definita, che racchiude in sé molto di quello che già conosciamo dei paradigmi consueti del genere, ma che non rinuncia a provocare e a divertire. In occasione dell’uscita di Beast Must Regret Nothing, prodotto da Alain Johannes (Queens of The Stone Age, Chris Cornell, PJ Harvey), abbiamo intervistato il duo napoletano composto da Switchblade Erica (voce e batteria) e Gianni Blacula (voce e chitarra).

La cosa che mi ha subito colpito di voi è che venite da una periferia musicale, Napoli (a ben guardare l’Italia stessa è a sua volta una periferia musicale, specie se consideriamo il genere che fate), ma nonostante ciò siete riusciti a darvi un’attitudine internazionale: avete suonato tantissimo in giro per l’Europa, si può quasi dire che siate più noti all’estero che qui. Come si fa ad affrancarsi dalla provincia e a ritrovarsi a duettare con Mark Lanegan?

Erica: La nostra fortuna è stata quella di incontrarci, il vero miracolo è quello. Avevamo le stesse esigenze dal punto di vista musicale, gli stessi gusti. Entrambi già suonavamo da anni, ed è stato il rock’n’ roll ci ha fatto incontrare, la passione per questa stessa fede.

Gianni: “Uscire” è stata fin dall’inizio una nostra precisa volontà, una vera e propria necessità. Il nostro primo produttore era americano (Jim Diamond, noto per aver collaborato, tra gli altri, con i The White Stripes, ndSA); il nostro esordio, Sin You, Sinners!, l’abbiamo registrato in Francia, e sia il primo che il secondo (Iron Butt, del 2017), sono stati realizzati con una label svizzera, quindi ci è piaciuto fin dall’inizio essere “da un’altra parte”. Non era una questione geografica, non ha mai avuto nulla a che vedere con la territorialità. La verità è che non ci siamo mai sentiti a casa, né qui, né altrove. È questo il sentimento che condividiamo, ed è questo che ci ha spinti a suonare ovunque.

Eppure siete rimasti in qualche modo legati alla vostra città, almeno per questo disco: l’avete registrato nel 2019 in uno studio storico di Napoli, Auditorium Novecento…

Erica: In realtà è stato un caso, abbiamo fatto di necessità virtù, perché proprio in quel periodo Alain si trovava in Italia per concludere il suo tour e abbiamo approfittato della sua presenza, potendo utilizzare uno studio strepitoso, con un’acustica straordinaria. Lo stesso Alain ne è rimasto impressionato, e si è avvalso della validissima collaborazione dei tecnici che ci lavorano (tra cui Fabrizio Piccolo, membro di una storica band napoletana, i Mesmerico). Non tutti sanno, tra l’altro, che quello è lo studio dove Totò registrò Malafemmena.

Gianni: Non solo: la leggenda narra che gli ingegneri degli Abbey Road Studios di Londra si siano recati lì per studiarne l’architettura e l’acustica e poi riprodurla fedelmente.

Alain Johannes, che abbiamo spesso evocato, è una specie di figura mitologica. Com’è stato collaborare insieme a lui?

Erica: Io sono rimasta stupita dalla facilità con cui si lavora con lui. Mi ricordo che all’inizio ero letteralmente terrorizzata all’idea di fare questo disco, conoscendo i suoi trascorsi. Non è affatto scontato che un produttore con la sua fama sia così dolce e così capace di mettere gli altri a proprio agio. Ma la verità è che dopo un attimo ti dimentichi di chi è e di cosa ha fatto. E poi è una persona che non impone mai le proprie idee sugli altri, ed è bravissimo a capire immediatamente come relazionarsi con te. Ha un’empatia musicale straordinaria.

Gianni: A me invece ha fatto vedere la Madonna, nel senso che dopo essermi riascoltato a fine sessione mi sono sentito per la prima volta un vero musicista, ed è stato grazie a lui.

Tra l’altro, tramite Alain, siete riusciti ad arrivare al già citato Mark Lanegan, che ha duettato con voi nel pezzo Devil Whistle Don’t Sing. Ma è vero che non l’avete mai neanche sentito personalmente, né durante né dopo la realizzazione del brano?

Erica: Sì, abbiamo comunicato con lui sempre tramite Alain. Ogni confronto, ogni scambio è avvenuto attraverso di lui.

Peccato. Però, magari, visto che non c’è ancora un video di quel brano, glielo potreste chiedere..

Gianni: Abbiamo già fatto troppi miracoli.

Leggo che vi definite “selvaggi, molto rumorosi e sexy”. A me invece salta all’occhio la vostra ironia, è palese la dimensione del divertimento: vi appropriate di un immaginario un bel po’ abusato, ma fondamentalmente ci giocate…

Gianni: Molti si prendono troppo sul serio solo perché temono di non essere presi sul serio dagli altri.

Erica: Dipende anche da come prendi la vita. Noi siamo così, la musica è il nostro parco giochi.

Un genere come il vostro, forse ancora più di altri, è strettamente legato alla performance dal vivo. La domanda è banale, ma mi chiedo quanto sia ancora più difficile stare lontano dal palco, soprattutto alla vigilia di un disco così importante per voi

Gianni: abbiamo fatto uscire l’album pur sapendo di non poterlo suonare subito dal vivo perché a un certo punto temevamo che diventasse un disco postumo. Scherzi a parte, la promozione del disco aiuta a non pensarci. Dobbiamo prendere consapevolezza che il mondo è cambiato, anche la dimensione live è cambiata, e dovrà essere ripensata e riprogettata anche in base a quello che la così tanto decantata democrazia ci consentirà. Abbiamo avuto la fortuna di fare l’ultimo tour prima della seconda ondata, eravamo in Svizzera, c’erano le mascherine ma si poteva stare anche in spazi chiusi in un numero ragionevole. Adesso faccio realmente fatica a immaginare come sarà.

Torniamo alle vostre influenze: è palese in voi l’operazione di recupero, questo spirito nostalgico che accomuna tante produzioni, anche molto diverse, nell’attuale panorama musicale. Paradossalmente, uno degli elementi più caratterizzanti della nostra contemporaneità è il bisogno di cercare il passato…

Erica: Personalmente, non mi sono mai sentita figlia del mio tempo: il mio andare a ritroso nella storia musicale è sempre stato insito nel mio modo di essere e di suonare. Ho sempre avuto la sensazione di vivere in un tempo mediocre.

Gianni: Tante band citano la musica del passato semplicemente perché la musica del passato era migliore; più vai a ritroso e più scopri cose che non potrebbero mai essere equiparabili a quelle che senti oggi: i bluesman degli anni ’20 con una mezza nota stonata che si sente malissimo ti danno più emozione di mille note al secondo vomitate da un computer. È musica primitiva; forse ci piace perché fondamentalmente siamo bestie. Preferiamo il nostro lato mostruoso. Il titolo del nuovo disco è la canzone che abbiamo scritto con Alain: il testo è suo, e ci aveva molto colpito la frase in cui dice che gli umani sono incapaci di vedere le cose come sono. Il mostro invece può, perché il mostro esce dall’umano. L’umano è solo un alieno che vuole controllare la forza primordiale del corpo.

Pier Paolo Pasolini diceva che scandalizzare è un diritto, ed essere scandalizzati un piacere. Voi, che avete fatto della provocazione un po’ una vostra divertita missione, da cosa siete scandalizzati?

Erica: Bella domanda. A me scandalizzano le persone che esaltano le proprie stronzate, le proprie schiavitù e le proprie illusioni.

Gianni: A me scandalizza la libertà. Il fatto che sui social ognuno possa gridare a gran voce le sue cagate spacciandole per grandi verità. Sui social non c’è niente di sociale, è solo un grandissimo deserto.

Un sogno per il 2021: dove vi piacerebbe suonare?

Erica: A me piacerebbe suonare al Teatro Patologico di Roma (un laboratorio teatrale che ospita persone con gravi problemi psichici, ndSA)

Gianni: Sì, sarebbe bello creare uno spettacolo insieme ai ragazzi, o anche solo esibirci per loro

Prossimo duetto?

Erica: Io sogno una collaborazione con il mio amore segreto: Seasick Steve. Sono notoriamente una gerontofila.

Gianni: Rimanendo in tema di barbe, senza dubbio gli ZZ Top.

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