Attenzione: (grandi) lavori in corso – A conversazione con Róisín Murphy
-
Elena Raugei
- 12 Luglio 2016
Al suo quarto album da solista con Take Her Up To Monto, ad appena un anno di distanza dal precedente Hairless Toys, Róisín Murphy fa il punto della situazione parlandoci della sua carriera in proprio e del suo passato con i Moloko, di differenti paesi e relativi linguaggi. L’artista irlandese oscilla fra house e melodia, tradizione e contemporaneità, smania di tenere tutto sotto controllo e ricerca incessante della libertà. Parlare con lei è piacevole e misterioso. Come parlare con una vera diva di altri tempi, quelle cioè algidamente distaccate eppure capaci di straordinario, empatico sense of humour. Quelle che ormai non si trovano quasi più.
Due album nel giro di due anni, scaturiti dalle medesime session: li consideri parte di un’unica fase oppure come lavori diversi, magari complementari?
Li colloco senz’altro nella stessa era della mia carriera. Insieme all’ep in italiano Mi senti, uscito nel 2014. Hairless Toys nel 2015, Take Her Up To Monto nel 2016. Tutti sono stati realizzati con il mio collaboratore Eddie Stevens, sebbene Mi senti sia parzialmente diverso perché in esso era coinvolto anche il mio partner, il produttore Sebastiano Properzi.
Mi sembra che la connessione principale fra Hairless Toys e Take Her Up To Monto sia la maggior complessità rispetto ai tuoi dischi precedenti: ci sono arrangiamenti sublimi fra strumenti reali ed elettronica, che vestono brani spesso molto estesi…
Lo spero. Anche se Ruby Blue (il suo eccellente esordio da solista del 2005, prodotto da Matthew Herbert, NdSA) era un disco altrettanto atipico.
Peraltro, la complessità è la stessa che caratterizza gli esseri umani e che celebri nella traccia Thoughts Wasted: “Humans are fucked / A smack of jellyfish / So complex even the most simple of us”…
Sì, è come se reagissi alla musica con le parole… Tutto è comunque pensato, non c’è nessun eventuale flusso di coscienza.
Da un lato le tue canzoni mantengono attitudine dance e melodie pop, ma dall’altro sono raffinatissime, lontane anni luce da quello che possiamo ascoltare in pista o alla radio…
Sì, le nuove canzoni sono molto free. Cercavo proprio libertà musicale per questi ultimi dischi.
Cercavi libertà dalle strutture?
È una grande decisione, scegliere con chi lavorare. E la decisione è stata appunto di lavorare con Eddie Stevens, che è incontenibile in tal senso: non vuole sentire ragioni, si va in studio per provare cose diverse. Insieme abbiamo seguito questo corso. Quando decidi di lavorare con qualcuno, devi del resto permettergli di essere se stesso.
Forse mi sbaglio, ma trovo Hairless Toys più jazzy e in qualche modo orientato al songwriting, mentre Take Her Up To Monto più divertente e colorato… Tu che differenze riscontri?
Abbiamo sempre saputo che avremmo fatto due album e abbiamo composto tutti i brani nello stesso periodo di cinque settimane. Brani non finiti, ma scritti. Dopo queste cinque settimane, ci siamo messi a terminare Hairless Toys prendendo le canzoni che, in generale, suonavano più accessibili. Eravamo leggermente più tesi perché erano trascorsi ben sette anni dal mio precedente disco, quindi dovevamo riallacciare un’attitudine suonata verso la musica. Per Take Her Up To Monto abbiamo poi selezionato gli episodi più articolati e intensi. È come incontrare due persone differenti: quella più complessa ti spaventa maggiormente nell’approccio, perché ci vuole del tempo. Così le canzoni di Take Her Up To Monto paiono affermare almeno per un secondo: “Non venirmi ad ascoltare” (ride, NdSA).
I testi dei brani sono ambigui nel raccontare le relazioni interpersonali: ci sono giochi di manipolazione, personaggi a doppia faccia, riflessioni sull’essere buoni e cattivi, frasi che possono ferire o adulare, mondi paradisiaci e crudeli mondi terreni, desiderio e assenza, commedia e tragedia ovvero risate e lacrime, dimensioni di coppia e individuali…
Questa non è una novità nel mio songwriting, che ha sempre girato attorno a tali elementi.
…e c’è un sacco di ironia!
Grazie di averlo sottolineato, perché parecchia gente non se ne accorge.
C’è sempre un doppio senso, se si legge fra le righe.
Esatto, sempre. Come in Forever More dei Moloko: “Will we receive without ever asking? / I’m just curious”.
Ecco, dalla partnership con Mark Brydon nei Moloko a quella con il succitato Eddie Stevens: cosa è cambiato?
Beh, nei Moloko Eddie era già era una specie di direttore musicale, curava arrangiamenti di archi e fiati, era una risorsa nelle registrazioni e un aiuto nel trasformare i dischi in un’esperienza dal vivo. Eddie è un’enorme figura-chiave nella mia vita, e ovviamente anche Mark Brydon lo è stato. Ho una relazione intima con gli individui con cui collaboro perché non sono in grado di mantenere il tutto a un semplice livello di affari. Quando ho lavorato a Overpowered (il suo secondo album del 2007, NdSA), ho avuto invece a che fare con varia gente e non sono riuscita a calarmi nella situazione di studio in modo veramente personale.
I Moloko sono stati una delle band più significative nell’elettronica tra fine anni ’90 e inizio del nuovo millennio. Oggigiorno, vedi altri artisti con simili potenzialità?
Ci sono tendenze come grime, dubstep… La musica si muove costantemente, ma – per quanto me ne dispiaccia – non mi godo più di tanto l’elettronica contemporanea perché non la trovo così rilevante. Artisti come James Blake, in ogni caso, prendono degli ingredienti e scolpiscono album che la gente ama sul serio, inserendosi nel discorso di quel che è un lungo processo.
I testi di Take Her Up To Monto sono molto narrativi e l’aspetto narrativo è d’altronde riflesso nella tua volontà di diventare regista dei tuoi stessi videoclip, incluso quello del recente singolo Ten Miles High: come hai unito il desiderio di raccontare storie con quello di giocare sempre più con le immagini?
Penso che la musica dei miei ultimi due dischi sia molto cinematica e visuale, al pari dei testi. E perché la mia musica è fortemente visuale? Perché è fatta da una perfomer che cerca di introdurre un significato in tutto quello che può. Il lato performativo si adagia sul senso, cerca di comunicare. Sebbene sia innanzitutto un fantastico produttore, anche Eddie è un incredibile performer. Così abbiamo performato insieme, e lo facciamo da tanto tempo ormai…
Sei sempre stata attenta alla tua immagine, con classe e misura. Perché adesso hai scelto un immaginario e degli abiti di scena correlati alla sicurezza? La musica è pericolosa, o lo sono le relazioni umane?
Il fatto della sicurezza è abbastanza inedito per me. Sul palco è da poco che indosso questo abbigliamento in uniforme: elmetti da costruttore, divise degli operatori sui cantieri… Spero di essere sicura ora (ride, NdSA). Ho iniziato a sperimentare con la realtà, un concetto in cui mi sono imbattuta vedendo il film documentaristico Paris Is Burning (di Jennie Livingstone, del 1990, NdSA), che aveva tra l’altro influenzato anche il songwriting di Hairless Toys: ci sono delle drag queen ed è qualcosa di molto verosimile, dal quale non puoi scappare. Che si tratti di realismo esecutivo, economico o – come nel mio caso – edilizio. Trovo affascinanti questi costumi e parte dei visuals derivano da ciò, ma negli ultimi due anni ho fatto anche tante fotografie ai palazzi di Londra. Volevo rappresentare il qui e ora, far vedere alle persone cosa sto guardando. E quel che sto guardando sono luoghi concreti, roba ingegneristica…
Già, sei residente a Londra ma il titolo Take Her Up To Monto (che deriva da un traditional folk reso noto dai The Dubliners e che veniva intonato alla piccola Róisín dal padre, NdSA) è un tributo alle tue origini irlandesi?
Vorrei fosse così. Sono arrivata a un punto, nella mia vita e nel mio percorso artistico, in cui mi interessa soltanto essere chi sono. Take Her Up To Monto (lo scandisce a chiare lettere, NdSA) è come dire “Take Murphy Up To Monto” oppure “Don’t Fucking Take Murphy Up To Monto”, ma questo è quel che Murphy è. È carino, perché ancora non ci sono molte connessioni tra cultura irlandese e musica elettronica ma in realtà ce ne sono, eccome. Tanti irlandesi, per esempio, sono ossessionati dalla prima techno di Detroit, mentre l’opinione comune crede che a loro interessi solo musica celtica, gli U2 o i Cranberries. Tanti non sanno neanche che io ho vissuto a lungo in Irlanda. I’m Irish, take it or leave it (fa una voce imperiosa da “villain” dei fumetti, NdSA).

Da cittadina inglese, cosa pensi del casino emerso con la Brexit e su come tutto ciò influirà nella vita dei musicisti?
Non lo so. Di sicuro non è una faccenda positiva. Anche se ho origini irlandesi e mi sento irlandese, mi sta a cuore l’Inghilterra. Al momento, dopo questa Brexit, mi sento triste. La gente è impaurita perché non sa come andare avanti, non sa se le campagne di protesta funzioneranno. Sono tempi spaventosi.
Noi non possiamo intanto esimerci dal farti qualche domanda in più sull’ep Mi senti, citato a inizio conversazione e composto prevalentemente da cover della nostra tradizione melodica. Cosa conosci della musica italiana?
Conosco ottimi produttori e dj, ma onestamente non conosco molta musica italiana di oggi. Conosco musica italiana, punto. Il mio partner è italiano e, da quando sto con lui, ho assimilato tanta musica della vostra tradizione. Prima di allora avevo solo sentito parlare di Mina, ma dopo averla ascoltata me ne sono completamente innamorata. Ho cercato materiale su di lei online: il modo in cui si vestiva e si esibiva, l’humour nei suoi occhi… tutto era tenuto splendidamente sotto controllo. All’epoca, nella TV Italiana c’erano solo prodotti di massa, mentre lei era così bella… (ride, NdSA).
La tua voce è in grado di mutare una canzone, totalmente. Quali sono i modelli canori che ti hanno formato?
Ho già detto Mina, ma direi anche Patty Pravo. Le ho ascoltate e ho persino cercato di emularle. Di sicuro hanno avuto un effetto su di me: i miei ultimi due dischi hanno un mood più confessionale, testi compresi. Sembra che io parli all’ascoltatore e questo aspetto deriva da loro, dalle loro canzoni sussurrate all’ascoltatore. Non tutti i cantanti possono vantare un simile intimismo. Le loro performance mi trasmettono la sensazione di qualcuno che parla attraverso la musica.
Sei attesa live a Roma e Rimini (rispettivamente il 12 luglio al Just Music Festival – Rome Series su Le Terrazze Eur e il 14 luglio alla sagra musicale “Percuotere la mente” nella Corte degli Agostiniani, NdSA): cosa ci dobbiamo aspettare?
Non so come andrà, ma ho un’idea sui prossimi concerti: saranno fantastici! (ride, NdSA).
