Un anniversario insolito (ma non troppo). Intervista ai Lamb
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Tommaso Iannini
- 8 Novembre 2017
È il 1994 quando due giovani musicisti di Manchester, lui patito di elettronica e lei appassionata di folk, iniziano a comporre musica insieme. Sarà perché gli opposti sulla carta si attraggono, o semplicemente perché hanno idee e stili che si completano gli uni negli altri, fatto sta che quel sodalizio inizia a funzionare e dopo due anni dà come risultato uno dei migliori (se non il migliore) tra gli esempi di trip-hop fuori da Bristol. Il debutto dei Lamb, uscito nel 1996, è un disco iconico, perfettamente al passo con i suoi tempi, di cui assorbe climi e umori, dalle brume trip-hop di Massive Attack, Portishead e Tricky al passo sincopato e veloce della jungle. Un disco che è ancora oggi stimolante e particolare. Le sue melodie ipnotiche intrecciate a ritmi dub-techno (per il fortunato singolo Gorecki, che rappresenta per il duo di Manchester quello che è stata Unfinished Sympathy per i Massive Attack), certe atmosfere quasi da camera, i guizzi nervosi di contrabbassi e trombe jazz e le sincopi potenti delle basi drum ‘n bass: c’è tutto questo in un puzzle di canzoni in cui tasselli tanto diversi si incastrano tanto bene da non potersi staccare più. E da produrre una sensazione fuori tempo (sicuro da quello canonico dei 4/4, come avrebbe ribadito anche il secondo disco) e fuori dal tempo; ciò che sottolineano oggi i protagonisti di questa storia, Andy Barlow e Lou Rhodes. Andy e Lou, per celebrare i ventun anni del loro album di debutto, hanno deciso di riproporlo per intero in tournée, portando sul palco anche i brani che non avevano mai interpretato dal vivo. Prima di raggiungere il nostro paese e i loro fans italiani (che li aspettano per tre date, l’8 novembre a Milano, il 9 Bologna e il 10 a Roma), i Lamb hanno chiacchierato con noi via mail spiegandoci i motivi di questo anniversario così particolare.
Ciao Andy e ciao Lou. Con questo tour festeggiate i ventun anni del vostro debutto. È un anniversario un po’ insolito, in genere si celebra il ventennale…
Andy. Ah, sì, certo, ma noi non siamo fatti per le cose ordinarie…. [manda un emoticon per far capire che sta ridendo, NdSA]
Lou. La verità è che lo scorso anno eravamo troppo impegnati con altre cose. Andy era coinvolto come produttore nel nuovo album degli U2 e io ero in tour da solista dopo l’uscita del mio quarto album Theyesandeye. Comunque in Inghilterra – non so se sia così anche da voi in Italia – il ventunesimo compleanno è una ricorrenza importante.
Vi siete riformati ormai da qualche anno e nel frattempo avete fatto due dischi nuovi. Come vi è venuta l’idea di tornare indietro e omaggiare il vostro debutto?
Sentivamo che era un anniversario importante che meritava di essere festeggiato. Lamb è un disco senza tempo che ancora oggi significa tanto per tante persone. Pensavamo che sarebbe stato bello farlo rivivere sul palco risuonandolo da capo, dall’inizio alla fine. Quelle canzoni non suonano per nulla datate.
Avete pensato ad arrangiamenti nuovi? Nei video che girano del vostro tour si vede che usate il contrabbasso e la tromba, e questo fa piacere perché le atmosfere jazzy di Lamb lo rendevano un disco molto particolare per quei tempi…
Gli arrangiamenti di alcuni pezzi sono leggermente diversi, ma abbiamo voluto rimanere il più possibile vicini al disco. Per questo abbiamo voluto riavere con noi Kevin Davy, il fantastico trombettista che ha suonato su Lamb. Alla batteria c’è Nikolaj Bierre, che ci ha accompagnato tante volte in tour negli anni ’90, al basso il bravissimo Jon Thorne, che suona con noi da sempre, e una new entry, Quinta, che suona la viola e la sega ad arco.
Molti vi hanno conosciuti con canzoni come Gorecki. C’è qualche brano di Lamb in particolare che vi piace suonare più degli altri o a cui vi sentite particolarmente legati?
Ci sono tanti pezzi che siamo entusiasti di suonare. Closer è un brano che spicca molto nel set e anche Zero e Feela, che non avevamo mai suonato dal vivo prima di questo tour e che in mezzo ai pezzi più ritmati fanno entrare questo sound spettrale. Quando suoniamo Lamb dall’inizio alla fine, con l’intensità di tutti i suoi passaggi e cambi di dinamica tra un pezzo e l’altro, si sprigiona davvero qualcosa di magico. È un vero viaggio.
Tornando a suonare questi pezzi avete notato delle differenze tra il modo in cui facevate musica nel 1996 e il modo in cui siete musicisti oggi?
È una cosa buffa. Rivisitando questo disco è come se avessimo riscoperto un approccio semplice, da “principianti”. Parlandone tra noi abbiamo scoperto che i nostri dischi preferiti dei Lamb sono il nostro primo e l’ultimo, Backspace Unwind. Penso che il nuovo singolo Ilumina riesca a riportare nel presente un bel po’ dell’energia dei vecchi tempi.
A proposito dei vostri esordi, quando vi siete conosciuti e avete messo in piedi la band venivate da due background molto diversi, per gusti ed esperienze. Come avete trovato l’intesa? E quando avete capito che vi completavate a vicenda musicalmente?
A essere onesti non ci abbiamo mai fatto troppo caso, e le nostre differenze hanno cominciato a venire fuori soltanto dopo che è finita la nostra “luna di miele” professionale, quando avevamo composto già metà del primo album. Ci siamo divertiti a gettare le nostre idee come due sassi nello stesso stagno, e ci siamo accorti che ogni volta che lo facevamo veniva a galla qualcosa di speciale. È questo che ci ha reso i Lamb.
È vero che uno dei motivi che vi aveva convinti a sciogliervi nel 2004 erano i problemi con la casa discografica? Vi sentite più a vostro agio ora che lavorate con un’indipendente?
Lou. La vera ragione era che le nostre vite ci stavano portando in direzioni diverse e le nostre personalità sono entrate in conflitto, in modo anche molto doloroso. Avevamo bisogno di separarci per un po’ e io avevo voglia (o meglio, avevo bisogno) di concentrarmi sul mio progetto acustico. Quando lavori allo stesso progetto per anni dopo un po’ diventa come mangiare sempre lo stesso cibo. Alla lunga ti stanchi e devi fare qualcosa di diverso per ritornare alle cose di prima con lo stesso entusiasmo.
Andy. Certo, il rapporto con la casa discografica a quel tempo non ci ha aiutati. Facevano continuamente pressione su di noi per farci scrivere in un certo modo e con certi tempi, ma non c’entra con il fatto che avevamo comunque bisogno di andare per un po’ ognuno per la sua strada.
Lou. Comunque, al giorno d’oggi, restare indipendenti è l’unica scelta possibile. Per la piega che ha preso l’industria musicale, se ci tieni a mantenere la tua integrità artistica è meglio stare lontani dalle major.
Avete chiuso le date inglesi con un concerto nella cattedrale di Manchester. Che cosa si prova a suonare in quel contesto?
Suonare a Manchester per noi è sempre speciale, e siccome questo tour è nato per celebrare l’inizio della nostra avventura, il concerto nella nostra città natale è stato ancora più speciale. In più abbiamo suonato nella cattedrale, che è un posto straordinario, e ci abbiamo registrato un live esclusivo.
Il vostro ultimo album come Lamb risale al 2014. Dobbiamo aspettarci un nuovo disco prossimamente?
Siamo ancora all’inizio. Oltre a Illumina, abbiamo altre canzoni su cui però stiamo lavorando. Il difficile è trovare il tempo per ritornare in studio: il tour sta andando bene e con tutti i concerti che ci aspettano chissà quando ce la faremo…
