Una progressiva riduzione. Intervista a Isolée
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Andrea Mi
- 27 Novembre 2017
Rajko Müller ce lo ricordiamo tutti come uno degli inventori di quel fenomeno passato sotto l’etichetta microhouse. Con il nome d’arte di Isolée, il tedesco cresciuto in Algeria, è stato l’autore, nel 2000, di quello che è considerato il primo album di house minimale, Rest, un lavoro capace di dar forma a un genere. Beau Mot Plage e le altre tracce contenute in quel disco fondamentale mettevano a fuoco una precisa estetica produttiva, rigorosa e riduzionista, basata su reminiscenze indie pop in chiave elettronica e con solide radici nel suono degli anni ’80. Playhouse era l’etichetta per la quale uscì e la stessa, cinque anni dopo, avrebbe dato alle stampe il lavoro più significativo del produttore maturato tra Francoforte e Amburgo, We are monsters, quello nel quale si davano forme nuove al concetto di ambient techno. Per molte delle testate più influenti (Pitchfork in testa) sarebbe stato quel disco del 2005 a segnare un intero decennio elettronico, grazie alla perfetta sinergia tra linee melodice cesellate con cura, texture sonore ricamate con dovizia di particolari e arrangiamenti organici e complessi al contempo. Sarà stato per l’incredibile impatto che quel lavoro ha avuto su un ampio comparto di ascoltatori, o per l’energia creativa dispersa in singoli, EP e remix, fatto sta che passeranno altri sette anni per poter ascoltare un nuovo lavoro sulla lunga distanza marchiato Isolée. Well Spent Youth arriva nel 2011 con un suono che conserva un certo piglio minimalista ma in cui viene formalizzato un inedito incastro di funk e groove in strutture più deep. Uscita all’inizio di quest’anno per Maeve, Mangroove rappresenta l’ultima release di Müller. Nelle tre tracce che la compongono il musicista cristallizza l’evoluzione di quella formidabile, prima, intuizione: linee di basso morbide e sinuose, griglie ritmiche progressive, attitudine dub ed eleganza.
Il prossimo 8 dicembre lo attendiamo per la prima volta live a Napoli, negli spazi di Galleria 19, in occasione del No Ego Festival. Abbiamo colto l’occasione per raggiungerlo via e-mail in Giappone (dove si sta godendo un meritato riposo dopo alcune date live) per farci raccontare la sua formazione ma anche i prossimi piani e il concetto di identità.
Come sei arrivato alla musica elettronica e influenzato da chi?
Ho cominciato ad appassionarmi a certa new wave e synthpop degli anni ’80, grazie a band come Depeche Mode, D.A.F., Nitzer Ebb e The Cure quando ero ancora un teenager ed è in quello stesso momento che ho deciso di provare a fare musica utilizzando io stesso un sintetizzatore. All’inizio degli anni ’90 alcuni amici mi hanno fatto conoscere la house music e la techno. Nel frattempo avevo sviluppato una certa abilità nell’usare batterie elettroniche e sequencer e quindi ho cominciato a comporre influenzato dalle uscite Warp Records e dalle produzioni di musicisti che adoravo, come Robert Hood e Chez Damier. In un secondo momento ho realizzato l’influenza che band storiche come i Kraftwerk avevano esercitato su di me in quell’inizio di ricerca artistica.
Sei nato a Francoforte ma dal 2001 vivi ad Amburgo. Che peso hanno avuto queste due città nella tua formazione musicale?
Quando vivi a Francoforte, per forza di cose, ti imbatti soprattutto in un sacco di dance culture, con tanti party house e techno. Amburgo, invece ha una scena musicale decisamente più legata alle radici dell’hip hop tedesco e al rock alternativo. Almeno questa era stata la mia prima sensazione: col tempo ho scoperto una scena di club legati all’house molto interessanti anche da queste parti.
Sei cresciuto in Algeria. Ti senti disperso nelle tue varie identità culturali o pensi di averne fatto tesoro?
Mi piacerebbe poter dire di aver fatto tesoro delle mie tante “diversità”, spero di esserci riuscito. So per certo di aver vissuto molte situazioni nelle quali mi sono sentito uno straniero, differente e bisognoso di integrarmi con le culture con le quali entravo in contatto. Credo che questo tipo di processo sia sempre una straordinaria esperienza dalla quale passare. Non mi sono mai sentito parte di nessuna delle realtà geografiche nelle quali ho vissuto. Penso, invece, che ci siano delle culture che trovo più “confortevoli” di altre.

Una delle cose che ho sempre amato di più, nella tua musica, è quella capacità di creare techno contemporanea ed emotiva. Pensi sia il frutto della tua tecnica di produzione o, semplicemente, il risultato della nostra esperienza di ascolto?
Quando faccio musica non mi pongo mai un obbiettivo da raggiungere. Cerco di fare in modo che sorga nella maniera più naturale e spontanea possibile. Ho bisogno di divertirmi ed appassionarmi molto a quello che faccio per avere una minima possibilità di emozionare gli altri.
Gli arrangiamenti elaborati sono una delle caratteristiche peculiari delle tue tracce. Come ci lavori?
Spesso vedo me stesso come un musicista con un handicap dal momento che non so suonare nessuno strumento. Ecco perché uso molti sequencer, programmi di produzione, batterie elettroniche e anche apparecchiature molto sofisticate. Tutta insieme, questa strumentazione diventa il cilindro dal quale tirare fuori le magie.
Parlaci del tuo live-set. Come lo hai costruito e quale è la strumentazione che usi?
Non sono un mago ma dei maghi amo tanto il fatto che per loro non ha senso rivelare i loro trucchi…
Grazie al No Ego suonerai a breve, per la prima volta, a Napoli. Cosa ti aspetti dalla città e dal Festival?
Che ci crediate o no, recentemente ho mangiato una pizza margherita davvero eccellente a Tokyo! Ovviamente mi aspetto di mangiare della pizza fantastica ma anche degli ottimi frutti di mare. Spero inoltre di riuscire a respirare quel savoir vivre che ho sempre invidiato molto alle grandi città del mediterraneo. Riguardo a No Ego sono molto curioso e ho voglia di farmi sorprendere.
Molte etichette hanno pubblicato i tuoi dischi: Playhouse, Diynamic, Mule, Pampa, Styrax, Maeve e Tamed sono solo le principali. Come scegli le realtà con le quali lavorare?
In realtà non credo di aver mai “scelto” nulla, nel senso che non ne ho mai, realmente, cercata una. Sono una persona molto pigra e ho bisogno che le cose siano lasciate andare per la loro strada. Generalmente esco con etichette di cui conosco molto bene le persone che ci lavorano. Aspetto di innamorarmi del suono di una label, di sentirmi a mio agio con il suo catalogo, e solo allora mi rendo disponibile per una produzione specifica.
Dal tuo punto di vista come è cambiata l’idea che abbiamo di un’etichetta in questi anni?
Il cambiamento più rilevante mi pare essere dettato dal fatto che le etichette sono diventate, sempre di più, delle piattaforme per promuovere il lavoro e la ricerca dei singoli producer, piuttosto che delle realtà attente alla scoperta, alla produzione e alla promozione di altri artisti che non siano i fondatori. La maggior parte delle persone che mandano avanti le label sono dj o produttori che le usano per pubblicare il proprio materiale.
Il tuo ultimo album è uscito nel 2011 mentre il 12″ più recente è uscito quest’anno su Maeve. Quando pensi che uscirà il tuo prossimo lavoro sulla lunga distanza?
Ho speso gran parte di quest’anno per capire come divertirmi di più nella fase di produzione e, soprattutto, per trovare un maggior grado di interazione con più persone rispetto a quelle con le quali ho a che fare quando produco da casa. Così, per la prima volta nella mia vita, assieme ad un paio di amici ho affittato uno studio. Sono ancora alle prime fasi, in particolare quella in cui sto cercando di sistemare tutto affinché possa trovarmi a mio agio in questo nuovo spazio. Non sono riuscito a concentrarmi sull’idea di un nuovo album ma sono convinto che qualcosa di interessante verrà fuori prima o poi.
