Orientarsi con le stelle. Intervista a I Cani

C’è un momento durante il live che I Cani stanno portando in giro per far conoscere il loro terzo album Aurora, in cui il cantautore romano e titolare del progetto, Niccolò Contessa, rimane solo al piano sul palco per eseguire Sparire, un brano molto semplice, essenziale, dall’alto tasso evocativo, basato più su inediti silenzi che sull’abbondanza di parole dei dischi precedenti. È lì, nella contemplazione assorta di quel pubblico che fino a qualche minuto prima pogava e saltava, che si ha la netta sensazione che qualcosa da queste parti sia cambiato. Una nuova fase che ha portato un singolo del gruppo, Non finirà, ad entrare nell’heavy rotation dell’airplay radiofonico italiano, con la band che si vede dedicare intere pagine di quotidiani e colleziona ospitate nei programmi della TV generalista. Un passaggio importante dietro il quale ci sono due anni di studio, riflessioni e lavoro, durante i quali Contessa si è allontanato dalla sfera pubblica dei concerti e ha iniziato a prendere lezioni di piano, autoimponendosi una disciplina nella scrittura della musica, cimentandosi per la prima volta nelle vesti di produttore per il disco rivelazione di Calcutta, Mainstream, e di compositore della colonna sonora originale per un film. Un album, Aurora, molto più dimesso nei toni e nelle scelte stilistiche rispetto al passato, ma anche più pop, morbido e accessibile, che allontana la band da Roma e dai temi generazionali e la porta verso argomenti universali, in mezzo ai bagliori dell’identità che vive sui social e le stelle in cielo, a ricordarci quanto poco siamo rilevanti. Abbiamo provato ad orientarci parlandone con Niccolò.

Dalla modella di Baby soldato passando per le insicurezze di Una cosa stupida, fino alla conclusiva Sparire, Aurora è pervaso da un profondo senso di solitudine. Inoltre questo è il primo album in cui non ci sono contributi esterni. Sentivi il bisogno di riappropriarti della tua musica?

Mah, diciamo che I Cani sono da sempre una cosa molto personale; anche i contributi esterni sono sempre cose che “chiedo” a qualcuno, ma cerco di far sì che la visione d’insieme rimanga la mia. Sicuramente per me la scrittura di canzoni è sempre stata legata in qualche modo alla solitudine, a momenti in cui mi sento di stare lontano da tutti, forse in questo disco più che in altri. Comunque non parlerei di riappropriazione: sento la mia mano, nel bene e nel male, in tutti i dischi de I Cani.

Scritto al piano, Aurora musicalmente è un disco piuttosto vario ma estremamente lineare: c’è un’eterea elettronica french, una forma pop molto basica, molti meno sintetizzatori. Per la prima volta, rispetto al passato, mi sembra che tua sia andato avanti per sottrazione: è l’album su cui hai ragionato di più, da un punto di vista produttivo?

Sì, ho fatto tanti tentativi per arrivare a un mondo sonoro di cui fossi soddisfatto e che esprimesse quello che volevo esprimere. Ho iniziato a esaltarmi per tutte le cose che fino a qualche anno fa mi rompevano i coglioni: i suoni morbidi, lo spazio vuoto tra un colpo di batteria e l’altro, i riverberi, etc… In realtà usavo pochi strumenti anche prima, ma cercavo di farli suonare più “spessi” possibile.

Cosa ti ha spinto a tornare a fare musica senza strumenti ma solo con sintetizzatori e drum machine? Solitamente – ne parlavi anche nella tua intervista a Pop X per Rockit – l’ambizione di chi parte dalla cameretta è sempre quella di arrivare a fare musica con un gruppo vero: perché hai deciso di effettuare il processo inverso?

Mah, il primo disco è fatto tutto al computer, nel secondo c’è Simone Ciarocchi che suona la batteria vera e c’è il featuring con i Gazebo Penguins, ma il resto è quasi tutto sintetizzatori. Semplicemente ho trovato dei suoni che mi piacevano ed erano quei suoni lì. Non ci ho ragionato molto, come dicevo prima sono andato soprattutto per tentativi.

Durante questi due anni hai approfondito l’utilizzo della voce e mi è parso che anche dal vivo tu ti diverta molto nel variare e nel dare una profondità diversa al cantato. È questa, insieme allo studio del piano, una delle novità che ti ha entusiasmato di più nella produzione di questo album?

Sì, sicuramente sono andato nella direzione del suonare e cantare “davvero”, che era una cosa che mancava molto nei primi due dischi. Venivo da una formazione musicale per cui cantare era considerata quasi una cosa di cattivo gusto, la voce andava nascosta, sommersa il più possibile, oppure recitata e non cantata, come se il cantare fosse automaticamente “facile” o sanremese… Mi sono molto divertito a liberarmi da questa cosa, ha fatto parte dell’avere un’attitudine più positiva in generale.

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Nell’intimismo di Aurora piomba il tema della religione. Cosa ti ha colpito di quello stato dell’essere appartenente al buddhismo, tanto da dedicargli una canzone (Protobodhisattva) in bilico tra religione e scienza?

Mi ha sempre attratto il discorso che fa il buddhismo sul superamento dell’identità personale. Il momento storico attuale invece mi sembra ossessionato dall’identità, dall’essere sé stessi, dai selfie, dal raccontare la propria storia, etc… Non è necessariamente una cosa negativa in sé, ma credo che sia una via molto stretta e molto pericolosa, soprattutto in campo artistico.

Un altro aspetto che mi ha sorpreso del testo di questo brano è l’espressione «Vuoi il culo o la fica?», che si pone come una delle più forti del disco. È un momento ironico e disperato che utilizzi per risolvere la dualità religione-scienza, e al tempo stesso parlare esplicitamente di sesso?

In realtà non so bene cosa volessi dire, mi sembrava un modo forte di chiudere quel ritornello e basta. Addirittura ho anche provato a cercare delle alternative, perché avevo paura che l’uso delle parolacce in quel punto della canzone potesse sembrare un trucchetto, ma ogni altra frase in confronto sembrava troppo debole, troppo timida.

In Calabi-Yau ricorre il tema dell’identità, che gli egocentrismi da social stanno facendo diventare uno dei più grandi interrogativi contemporanei. Cosa ti preoccupa di più di questa ellissi indefinita tra vita reale e vita virtuale?

Non so se sono preoccupato di qualcosa in particolare. Ho cercato in tutti i modi, in questo disco, di evitare di prendere la posizione del castigatore dei tempi moderni, del Savonarola, che mi sembra un vizio che abbiamo spesso noi italiani, forse per il retaggio cattolico: dacci un pulpito, e subito iniziamo a predicare… Quella frase è una presa di coscienza molto concreta e molto semplice: so che quella cosa (l’ossessione della propria identità e del proprio “peso” sociale) è una cosa che mi prende quando non sto molto bene con me stesso, so che non mi porta a niente di buono, e quindi mi piacerebbe essere diverso, non farla più. Stop.

In Aurora la materia scientifica fa un po’ da filo conduttore. È una circostanza che ti sei ritrovato in corso d’opera o sei partito con l’obiettivo di mantenere un macrotema da sviscerare su varie sponde?

È una cosa che ha origini profondamente personali. Sono laureato in matematica e sono appassionato di scienza, ma una delle cose che ho realizzato mentre scrivevo il disco è che ormai sono letteralmente troppo vecchio per continuare su quella strada, anche in ambito non professionale, a tempo perso: non sarò mai uno scienziato, per me è una strada che si è chiusa per sempre. I riferimenti scientifici rappresentano una sorta di modo per elaborare questo lutto.

Abbiamo imparato che nella tua scrittura mai nulla è lasciato al caso ed ogni riferimento ha sempre una sorta di easter egg nascosto da qualche parte. Nel finale ricorre diverse volte il termine “mondo cane” e l’ultimo verso del disco («non è il triste destino che attende questo mondo cane / Perché pure a sparire ci si deve abituare») sembra voler mettere un significativo punto conclusivo. Aurora, in questo senso, ti è servito a chiudere un ciclo?

Per me i primi due dischi rappresentano una sorta di lato A e lato B della stessa cosa, e questo rappresenta una roba diversa, più matura ma anche più “divertente” per certi versi (Non finirà è il nostro primo brano ad avere avuto una rotazione radiofonica consistente). Sicuramente, comunque, non si tratta della fine della band.

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Dal vivo i Cani suonano come una band a tutti gli effetti, qualcosa in più insomma del gruppo di Contessa. Quanto (e se) ti hanno aiutato in fase di scrittura gli altri elementi de I Cani (che nei live si sono arricchiti di un ulteriore elemento)?

Per me è sempre stato fondamentale il concetto di band: l’idea di suonare da solo o con dei turnisti, dei mezzi sconosciuti, mi metterebbe una tristezza clamorosa. Io, Valerio Bulla, Simone Ciarocchi e Andrea Suriani suoniamo insieme ormai da anni e ci conosciamo da ancora prima, e anche Francesco Bellani, il nuovo entrato, è un amico da tantissimo tempo (tra l’altro Simone, Francesco e Valerio hanno un loro progetto di musica elettronica, gli Headtohead). Insomma, non siamo cinque sconosciuti che si vedono una volta all’anno per suonare, e questa cosa secondo me fa tutta la differenza del mondo, sia per noi che per il pubblico. Per quanto riguarda la scrittura, sono sempre rimasto molto legato all’idea originale del progetto, che nasce in solitaria, ma sicuramente la dimensione dei concerti ha influenzato la scrittura e viceversa: per me la formazione live è ormai parte integrante del concetto del gruppo, e spesso funziona anche da bussola per capire come strutturare gli arrangiamenti.

In alcune interviste hai detto di esserti un po’ stancato di quell’approccio eccessivamente maschio, punk e sudaticcio ricorrente soprattutto nel primo disco. In questo senso, dal vivo mi è parso che tu abbia cercato di allargare molto lo spettro delle soluzioni con arrangiamenti più articolati e dimessi (penso a Corso Trieste, con una prima parte quasi unplugged che mi ha ricordato molto l’interpretazione che ne ha fatto in tour Tommaso Paradiso, e la coda che sembra rimandare ai Depeche Mode, o a Sparire con te solo sul palco al piano). Avvertivi il bisogno di rinnovare l’approccio anche in dimensione live?

Beh, da una parte era inevitabile che arrivando il nuovo album, con nuovo materiale da suonare, cambiasse anche l’approccio al concerto. Mi piace molto l’idea che ci siano momenti così silenziosi, così vuoti, all’interno dello show, credo che per contrasto rendano anche più forti i momenti “punk”. Quando immaginavamo il concerto temevamo che fosse un po’ un azzardo, che il pubblico potesse sentirsi scombussolato, ma invece mi pare che la reazione sia stata più che positiva.

Quanto le tue esperienze parallele in veste di produttore con Calcutta e nel film di Zanasi come compositore hanno influito sulla scrittura di questo album?

Sono state fondamentali. Dico una bestemmia: noi musicisti indie (come un po’ tutti gli italiani) amiamo lamentarci, ma a me sembra che da certi punti di vista la carriera di un gruppo indie italiano sia troppo facile. Cerco di spiegarmi: la cosa difficile è arrivare a una certa “massa critica” di visibilità (e noi sicuramente siamo stati molto fortunati nell’arrivarci assai presto), ma poi una volta che arrivi a quel punto mi sembra che sia molto facile adagiarsi, almeno per qualche anno, in un ciclo di disco – tour – disco – tour – etc…, facendo più o meno sempre la stessa cosa, via via meno ispirata, senza che né la critica né il pubblico, apparentemente, pretendano molto di più. Invece penso che per crescere, in tutti i sensi, sia necessario avere la curiosità e l’umiltà di confrontarsi con cose diverse e mondi diversi. Le esperienze sono davvero formative solo quando sono faticose, mentre mi sembra che spesso noi musicisti tendiamo a scegliere le strade che richiedono meno sforzo.

Torta di noi è stato un brano apprezzatissimo ed è arrivato a guadagnarsi la candidatura ai David di Donatello. Un Tobias Jesso Jr tra Battisti e De Gregori. Com’è nato questo pezzo?

Il brano è molto legato ad alcune scene del film, quindi è difficile parlarne senza svelare dettagli della trama: comunque l’idea è stata della produttrice del film, Rita Rognoni, che all’ultimo giorno di missaggio audio mi ha detto: “perché non scrivi davvero la canzone Torta di noi e la mettiamo alla fine dei titoli di coda?”. A quel punto il brano si è praticamente scritto da solo, ci ho messo meno di un’ora. Magari fosse sempre così facile.

Ti piacerebbe continuare a lavorare con le colonne sonore?

Assolutamente sì.

Al Better Days Festival hai fatto riferimento all’essenzialità dei videogiochi platform come uno dei tuoi modelli preferiti di linearità artistica. Ci sono titoli che ti hanno accompagnato nel corso della scrittura di questo disco?

Sicuramente ho giocato a parecchi videogiochi durante la stesura dell’album, perché è quello che faccio praticamente tutti i giorni (quando posso), ma non c’è nessun videogioco in particolare che lego a questo disco, perlomeno a livello di contenuti.

Al di là dell’aspetto videoludico, mi è parso di sentire, soprattutto nella colonna sonora de La felicità è un sistema complesso e nei tuoi interventi nel disco di Calcutta, alcuni echi chiptune. Mi è capitato di seguire le performance di alcuni artisti italiani (Fabio Kenobit Bortolotti, Lorenzo Ceccotti) che, in dirette video a metà tra un gameplay e un live, fanno suonare Game Boy e SNES. Cosa ne pensi?

Conosco la musica chiptune ma devo dire che non la seguo particolarmente. Se qualche influenza è finita nella mia musica, lo ha fatto in modo del tutto inconsapevole.

Hai indicato Pop X, che ha firmato anche due remix di brani di Aurora, come uno dei tuoi ascolti preferiti in questo periodo. Cosa ti ha colpito del musicista trentino? Possiamo aspettarci in futuro una collaborazione tra voi?

Pop X è forse il musicista (sicuramente tra quelli italiani della mia generazione) che più di ogni altro è riuscito a creare un mondo autosufficiente, completo, pieno di cose diversissime tra di loro eppure dotato di una sua coerenza, data dalla sua mano inconfondibile. Magari non è facilissimo entrare in questo mondo (e per questo sono abbastanza scettico sulla possibilità di una collaborazione), ma di sicuro ne vale la pena.

Ti sei sempre dichiarato un lettore molto vorace: ci sono libri che ti hanno segnato nel corso di questi anni? Dopo il racconto “Klaus” inserito nel n. 61 di Nuovi Argomenti tornerai a cimentarti con la scrittura?

Purtroppo ultimamente non leggo quanto vorrei, comunque il libro che mi ha segnato di più mentre scrivevo il disco è stato L’eminenza grigia di Aldous Huxley. La scrittura mi interessa, ma nel futuro a breve-medio termine ho deciso di dedicarmi completamente alla musica.

La partecipazione a trasmissioni generaliste come “Quelli Che il Calcio” o “E poi c’è Cattelan” ti stanno facendo conoscere ad un pubblico sempre più ampio e la serie di sold out per il tour primaverile ne dà ulteriore conferma. Come stai vivendo questo passaggio da realtà dell’indie al pubblico di Rai 2?

Credo che sia giusto uscire dalle nicchie e provare a rivolgersi al numero più ampio possibile di persone: d’altra parte, mi pare anche che stiamo provando a farlo senza forzature, senza inseguire chissà quali obiettivi, in modo organico insomma. Siamo ancora ben lontani dall’essere veramente “mainstream”, ma ce la passiamo comunque benissimo.

Nelle ultime interviste di Glamour sceglievi San Lorenzo come il brano a cui eri più legato in quel momento. Per tematiche, mood e soluzioni Aurora sembra sia effettivamente ripartito da lì. Provando a guardare più in là e a fare la stessa domanda oggi, quale brano di Aurora senti più vicino in questa fase?

No, stavolta non so proprio cosa ci sarà dopo questo disco, sto ancora cercando.

[foto di testata: Mattia Sarzi Madidini]

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