Still: equilibri precari. Intervista ai Casa del Mirto.
-
Nino Ciglio
- 23 Novembre 2014
In tempi passati (anche non troppo passati), dicevi musica italiana e dicevi (neo)cantautorato. L’onda lunga dalliana o battistiana era (e per certi versi è ancora) destinata a travolgere gran parte della produzione artistica della musica del nostro paese. Ma sotto una coltre di fumo, ad aggirarsi nei club più impensabili, ma soprattutto nelle cantine e nelle camerette munite di laptop di tutto lo stivale, si covava voglia di rivalsa, di sperimentare con i pulsanti, i synth e la casa dritta, i regni dell’elettronica, della sintesi. È così che, dopo un periodo di incubazione, è venuta a galla la vena elettronica dei musicisti italiani, la passione smodata verso gli esperimenti esteri, ma soprattutto, verso la riscoperta del genere di punta italiano negli anni Settanta, quell’italo-disco, che, fra gli altri, ha fatto la nuova fortuna dei Daft Punk.
I territori esplorati solo nell’ultimo anno da M+A, Yakamoto Kotzuga, Niagara, Populous, Drink To Me, Welcome Back Sailors e altri, sono i più variegati: dalla jungle dance alla vapor wave, al witch house, dall’IDM, al chill wave, al glo-fi. I Casa del Mirto fanno parte di questa schiera che, in altri tempi, forse avremmo definito scena, per gli intenti comuni e, soprattutto, per il lasso di tempo ristretto in cui i loro lavori sono venuti fuori. «Non so dire precisamente cosa stia succedendo – ci confessa Luigi Segnana, synth e programmazione per la band trentina – Non so se ci sentiamo parte più o meno di una scena. Abbiamo però molti amici che fanno musica che ci piace ascoltare e siamo in contatto con quasi tutti i gruppi che hai citato. Ci fa molto piacere perché secondo me sono gruppi che ascoltano un tipo di musica e riescono a produrre una cosa personale che funziona. Non è che volontariamente vogliamo far parte di una scena, si tratta di quel sentire comune che nasce quando si hanno determinati ascolti…».
Forse, però, è proprio così che nasce una scena, un po’ inconsapevolmente, un po’ grazie alle suggestioni comuni. I Casa del Mirto di strada ne hanno fatta, eccome. Partiti nel 2005 come progetto techno dance anni Novanta del solo Marco Ricci, hanno attraversato diverse fasi prima di approdare al definitivo sound paralizzante, fra glo-fi e r&b dell’ultimo Still. Luigi suona con la band dal 2010, quando il progetto rinasce in chiave diversa: «Il nostro incontro è stato un po’ casuale, abbiamo notato di avere degli ascolti in comune, principalmente anni Ottanta, tipo Cure, Depeche Mode… poi abbiamo cominciato a lavorale su The Eternal, il primo Ep, e da lì in avanti è stato in discesa. Abbiamo avuto due inizi, praticamente». I Casa del Mirto, la band dai due inizi, capace di rinnovarsi in ognuno dei 3 Lp (più una manciata di Ep) pubblicati finora: «Ogni lavoro che decidiamo di pubblicare è sempre frutto di uno studio, di un confronto con gli ascolti che facciamo. Poi è sempre importante il nostro umore, il nostro mood del momento, come in 1979, nel quale si possono notare facilmente le sonorità da spiaggia, dilatate, glo-fi».
L’ultimo album, però, ha una storia diversa, frutto di uno studio più approfondito e di una gestazione interminabile: «Nel 2011 abbiamo fatto due dischi, poi ci siamo presi un periodo di pausa con progetti paralleli e quando ci siamo riuniti abbiamo provato a fare versioni diverse di Still, ma le abbiamo scartate tutte. Still è praticamente la quarta versione dello stesso disco. Dopo The Nature, siamo andati in tour, abbiamo fatto un po’ decantare il progetto, facendo Love Inc., un’idea techno con amici che ci aiutavano. Quando abbiamo deciso che era ora di un disco, abbiamo provato a mettere giù le idee in testa. Questo disco, rispetto ai precedenti, ha suoni più puliti, più lineari, volevamo trasmettere l’umore del momento in cui l’abbiamo registrato».
Non solo spassionata ricerca, ma anche un pizzico di sfortuna, di quella sfortuna che avrebbe fatto la fama (in negativo) di una band incapace di gestire le difficoltà: «La prima versione di Still era molto simile a quello che fanno i Factory Floor adesso: ci siamo chiusi in baita io e Marco e abbiamo fatto un disco che ci soddisfaceva a metà. Ma il problema è nato quando si è fuso il computer su cui era registrato e abbiamo perso tutto. Puoi immaginare lo scazzo… Abbiamo dovuto far passare del tempo per riprenderci. Poi ci siamo ritrovati e abbiamo provato a mettere altre idee, ma ancora niente… C’è stato un percorso di studio sul suono, cercando il sound che ci rappresentasse al meglio. Ci siamo riusciti solo nella primavera di quest’anno».
Nonostante la lunga carriera come progetto individuale di Marco Ricci, Casa del Mirto, con Still, sembra diventare definitivamente il progetto di una band o di un duo se non altro: «Il nostro modus operandi è da sempre legato alle idee di Marco, che è il fondatore del gruppo. Si parte quasi sempre da una sua idea e poi lavoriamo assieme, ma Still, più di tutti gli altri dischi, è un disco scritto in due. Ora è arrivato Raffaele, il fratello di Marco, che ci aiuta nel live con un synth. Dal 2010, quando sono entrato io, i Casa del Mirto si sono mossi come una band, con l’idea di portare il lavoro in studio anche nella dimensione live. Quando registriamo i pezzi, ragioniamo sempre anche su come portarli dal vivo». Ma Still non è solo manipolazione dello standard pop, cenacolo di canzoni scritte nelle maniere più disparate, dalla composizione orchestrale (Paralyzed) alla sperimentazione quasi jazzistica (Last Blue Wind), è anche riflessione filosofica sull’immobilità, sulla quiete che sottende i destini dell’uomo: «La filosofia che è legata a Still, come suggerisce anche la copertina con una persona immersa nell’acqua che non si sa se sta andando giù o tornando su, è quella legata all’equilibrio instabile delle nostre vite. Sei quieto, sei immobile, è vero, ma puoi cadere, puoi rialzarti, sei sempre sul ciglio di una scelta che ti può cambiare la vita. Malgrado la fissità, tutto quello che c’è intorno a te si muove, anche quando cerchi di stare fermo e mantenere le tue emozioni fisse: devi adeguarti a tutto ciò che ti circonda. È Still, è calma, ma è la quiete prima della tempesta».
Sembra quasi che Casa del Mirto cerchi modi per dissimulare il reale, adeguarsi in forme camaleontiche, sentendo il brivido del vuoto sotto di sé. Non è un caso che il tema dominante sia quello del mare, con le sue infinite spazialità e il moto perpetuo delle onde. Per una band d’origini finlandese e trentine, sembra essere il modo migliore per esorcizzare quello che non c’è… «La linea comune delle nostre canzoni è sempre stata in qualche modo il mare. Il nostro ambiente certamente influisce molto sulle nostre attività cerebrali ed emotive, sulle nostre canzoni. Ma il fatto che il Trentino non abbia sbocchi, essendo chiuso fra le montagne, ci fa tendere a qualcosa che non abbiamo vicino. L’idea del mare, per noi, è questa idea di ampiezza all’orizzonte, di possibilità che geograficamente la nostra zona non ci garantisce. Il Trentino ci garantisce enormi riflessioni, ma l’idea del mare ci attira sempre, ci attirano le onde che ci farebbero spaziare nel tempo, dilatare le nostre percezioni».
La grandezza di Still, come dicevamo, risiede nel suo saper dosare due grandi anime: una fatta di canzoni più “classiche”, dalla struttura definita e dai chiari riferimenti anni ’80, un’altra più sperimentale, fra il jazz, il trip hop o il rumoristico spinto. Sarà una scelta premeditata o è il frutto delle due menti dietro il progetto? «È più naturale, è uscito tutto lavorandoci in due. Still è un disco che abbiamo voluto così, con ogni canzone che avesse una storia a se stante, magari legata dal nostro stile, dettata dal nostro mood, ma ogni canzone si differenzia dall’altra ed è quindi una storia autonoma. Poi, sì, c’è la voglia di creare pezzi pop classici, con strofa-ritornello, ecc., (che è un po’ la mia personale) ma c’è anche la voglia di sperimentare (che forse appartiene più a Marco), con strumentazioni particolari…». Tanta è la voglia di spingersi oltre, che nel disco sono presenti parti suonate con delle App per smartphone: «Le abbiamo utilizzate per inserire mellotron o archi su certi pezzi, ma è nato tutto per gioco, perché a noi piace molto scherzare sulla tecnica. Alla fine, il risultato era comunque ottimo, quindi abbiamo deciso di tenere tutto. Tutto il disco, in ogni caso, è mixato in analogico, con il banco mixer classico, e quella è la sonorità che si sente di più nel disco».

La dimensione live è comunque la prerogativa dominante per i Casa del Mirto, a prescindere da quante diavolerie vadano a comporre il pattern del disco: «Penso che tutto quello che si può utilizzare sia comunque una fonte di arricchimento e che ti permette di ampliare il punto di vista sulla musica dei giorni nostri. Senza per questo, fissarsi sull’uso filologico degli strumenti. È più importante essere creativi: sta a noi e al pubblico valutare se il gioco vale la candela». Stesso discorso, ma a parti invertite, si potrebbe fare per il retroterra visual che sembrano comunicare tutti i brani di Still, come se nascessero insieme a delle immagini vivide, di paralisi, di stabilità: «Noi abbiamo questo particolare apprezzamento per i Sigur Rós, per l’arte visiva che utilizzano, per il loro modo di utilizzarle la natura, le visioni. Non abbiamo fatto riferimenti particolari, ma il modo etereo dei Sigur Rós, ci ha dato una buona visione d’insieme: veniamo dalle terre del nord, Marco e Raffaele sono di origini finlandesi… apparteniamo a quei territori selvaggi, delle foreste». Il visual, forse sarebbe, lo sbocco perfetto per il live che hanno in mente: «Ne parliamo spesso, al di là delle difficoltà tecniche che si hanno nel portare in giro visual in piccoli locali. Però siamo sempre in questo equilibrio imperfetto: i visual sono belli, ci apparterrebbero come sonorità, ma non vorremmo che portassero via l’attenzione dalla musica. Spesso possono distrarre. Per ora preferiamo veder ballare il pubblico piuttosto che saperlo attento a uno schermo».
Essere creativi, innovativi, ricercatori e sperimentatori: questa, forse, la ricetta dei Casa del Mirto, che, è inutile nascondercelo, hanno da sempre suscitato maggiore interesse all’estero che nel nostro paese. Complice, forse, un loro sguardo approfondito su dinamiche poco ricercate da noi, come la carriera d’artista contemporaneo di Michael Stipe dei R.E.M., che ha donato alla band una sua opera per il singolo Invisible: «L’immagine ci aveva colpito per il lavoro che stavamo facendo. Non avevamo deciso ancora il titolo del disco, ma sapevamo che volevamo trasmettere qualcosa di legato all’immobilità, con le sfaccettature che ho detto prima. Poi i R.E.M. sono sempre stati presenti nei nostri ascolti. Ci è venuto in mente il blog personale di Michael Stipe, di arte contemporanea e l’abbiamo contattato tramite Tumblr chiedendogli di usare una sua opera. Inizialmente avevamo pensato all’intero disco, ma, dal momento che la risposta è arrivata un po’ in ritardo, abbiamo utilizzato l’opera per il singolo Invisible». Lo stesso singolo ha lanciato, se così si può dire, la deriva r&b della band e, soprattutto, è frutto di un’altra collaborazione internazionale, quella con la cantante di Los Angeles Avalon Omega: «è stata lei a scegliere noi. Ci seguiva da tempo su Twitter e voleva cantare un pezzo su una nostra base. Dopo un po’ che ci siamo scritti, in occasione del nostro nuovo album, le avevamo mandato una base diversa da quella che poi è diventata Invisible. Lei ha cantato e ci ha mandato il tutto. Quando poi abbiamo sentito il cantato, abbiamo deciso di stravolgere il brano, scrivendo un pezzo quasi completamente nuovo. Invisible è nato così, senza passare da preconcetti. Purtroppo non possiamo farla dal vivo, perché non ci piacerebbe farla con una voce registrata».
Senza nulla togliere all’humus di terre italiche, i Casa del Mirto (come molti loro colleghi) si sono storicamente trovati più a loro agio nelle pagine dei giornali internazionali, più aperti e più pronti a cogliere interesse nel loro sound. Pare non sia stata comunque una scelta premeditata: «Non abbiamo cercato l’estero. Nel 2010 abbiamo mandato The Eternal a vari blog italiani e stranieri, ma i blog stranieri sono stati attratti e ne hanno parlato prima. Siamo entrati fra i primi 10 dischi in Australia, in California per vari blog e portali di musica. Adesso, visto l’interesse che il gruppo crea fuori, siamo arrivati anche in Italia. Noi comunque abbiamo lavorato molto per crearci il giro anche qua. Non vogliamo far passare il messaggio di voler andare via “perché il nostro suono è internazionale”, semplicemente è successo così». Parole importanti e veritiere, davvero. Tanto più in un momento in cui, per chiudere il cerchio, le band citate in apertura (compresi i Casa del Mirto) stanno finalmente trovando i giusti riconoscimenti in Italia, con apprezzamenti da parte della critica, predisposizione da parte del pubblico e, soprattutto, una marea di date in arrivo: «Sembra ci sia finalmente una nuova curiosità». E questo è tutto quello che conta.

