Emicranie contemporanee

Lo scorso 20 maggio è uscito White Out, esordio del duo formato da Luca Barachetti (Bancale) ed Enrico Ruggeri (già Hogwash, ora artista solista votato alla musica sperimentale) posizionato a metà strada tra la performance artistica e il concept album. Al centro del lavoro, il male di testa, inteso come «epifania del declino della società occidentale» da rappresentare musicalmente attraverso un disco «biologico, anatomico, osseo, linfatico» (dalla nostra recensione), che gioca con strumenti auto-costruiti e un universo di stimoli sonori vicini all’avanguardia. Un lavoro davvero affascinante, che abbiamo voluto approfondire con i diretti interessati.

Mal di testa e declino della società occidentale: elementi correlati ma anche metafora. Che idea c’è dietro a White Out?

Luca Barachetti: In White Out il male di testa è un’epifania, più che una metafora. La differenza può sembrare cavillosa ma non lo è: il male di testa non rappresenta il declino della società occidentale, è il declino della società occidentale, a livello individuale e collettivo. L’accadimento corporeo è l’accadimento esistenziale, entrambi dolorosi. L’alienazione che deriva dalla sofferenza è l’alienazione che deriva dalla vita nella contemporaneità, entrambe disumanizzanti. L’emicrania non è effigie di qualcosa, bensì coincide con essa. Non è simbolo, allegoria, è realtà. Il male di testa nell’occidente tardo moderno è diventato un accadimento comune e diffuso, dal momento che il nostro mondo ha abbracciato l’accelerazione (della produzione, dei profitti, e dunque delle esistenze e della società) come unico paradigma valido in cui il denaro è il solo orizzonte di senso. Dietro White Out c’è tutto questo, ma i brani del disco, più che spiegare ciò, descrivono il male di testa in sé, accennando solo in certi momenti alle sue cause e molto di più agli effetti. Peraltro il male di testa non è la sola epifania del presente disumanizzato. Avremmo potuto fare un disco sul reflusso gastrico, sugli attacchi di panico, o addirittura sull’aumento degli episodi di piccolo autolesionismo che la letteratura psicologica ha registrato ultimamente, a tal punto da ritenerli normalizzati. Abbiamo scelto il male di testa perché è qualcosa di comune su cui non riflettiamo abbastanza, nonostante tutti, in modo più o meno frequente, lo abbiamo provato.

L’album è un campionario di suoni in bilico tra avant-industrial-ambient che sembra voler interpretare una condizione di disagio fisica attraverso la musica. Una sorta di alienazione biologica che diventa espressione di isolamento sociale, «alla mercé di una modernità fatta di stimoli percettivi antagonisti, disturbanti e incontrollabili». Come avete scelto i suoni? A quali strumenti musicali vi siete affidati?

Enrico Ruggeri: I suoni più caratteristici arrivano da strumenti auto costruiti, giocattoli modificati (con la tecnica del circuit-bending) che con i loro insiti limiti tecnici possono esprimere sonorità inaudite, ma assai poco flessibili. Le limitazioni hanno indirettamente costituito l’ossatura dei brani, costringendoci a scelte precise e molto ragionate nella selezione e nell’utilizzo di determinate sonorità. Ci sono poi strumenti più canonici come la chitarra, che comunque non è mai stata suonata in modo tradizionale (a volte percuotendola con le bacchette della batteria ed altre facendola “suonare” da un pezzo di plastica che svolazzava davanti alle corde grazie al flusso d’aria prodotto da un ventilatore), oppure un rullante suonato in maniera casuale da un motorino elettrico che, una volta alimentato, cominciava a rimbalzare sulla pelle. Gli altri strumenti sono più riconoscibili, e si tratta di sintetizzatori, una drum machine a 8 bit programmata spasticamente e un basso elettrico. La scelta è avvenuta trovando semplicemente il suono che più si accordava, o volutamente strideva, con le suggestioni suscitate dal testo. A volte Luca arrivava con un’idea di suono ed io provavo ad interpretarla riconducendola al dogma stilistico dettato dalle limitazioni tecniche a cui ho accennato sopra. Abbiamo registrato quasi tutte le nostre prove, e questo ci ha permesso di meditare molto sui pezzi prima di riprovarli (poche volte invero) per arrivare alla forma definitiva; ciò ha permesso anche di arrivare molto sicuri e freschi alle sessioni finali di registrazione, dove ci siamo trovati spesso nella situazione di tenere “buona la prima”.

barachetti ruggeri

Quanto c’è di autobiografico nel disco?

LB: Per quanto mi riguarda, c’è molto. Soffro di male di testa con grande frequenza e altrettanta intensità da molti anni. Ne conosco di diverse tipologie, ho provato svariati tipi di cure e addirittura un intervento chirurgico. Quest’ultimo fortunatamente ha migliorato un po’ la situazione, ma credo che vivrò con il male di testa sino alla fine dei miei giorni. È una sfortuna questa? Sì, è innegabile, ma può essere anche una possibilità, se con questo dolore compagno si prova a fare i conti. Io ci ho provato, non ci sono riuscito del tutto – è impossibile fare i conti del tutto col dolore – tuttavia credo di aver capito qualcosa di importante grazie al male di testa. White Out rientra ovviamente in tutto questo, ma non voleva avere e non ha avuto alcun effetto migliorativo. Semmai ho provato, soprattutto con le parole, a descriverlo oltre l’aspetto medicale, improntando tutto su un piano esistenziale. Tuttavia l’aspetto biografico non finisce qui: il personaggio dei testi di White Out, se così possiamo dire, sono spesso io, ma non sempre. Panda Psichico parla di qualcuno d’altro che conosco, anche Pulsa. In ogni caso, che sia io o un altro, ho provato a portare questo male di testa ad una dimensione universale.

ER: Non essendomi occupato dei testi trovo aspetti autobiografici più legati alla gestazione del disco, e non strettamente attinenti al concept. Uno di questi è la sfida in cui mi sono buttato per mettermi in gioco dentro ad una situazione per me atipica, dove non ero il leader maximo e dove avrei dovuto mettere da parte un bel po’ del mio ego per far spazio alle parole. Quella che inizialmente pensavo avrebbe potuto essere una fatica si è invece rivelata una situazione stimolante e di confronto con Luca, dove tutto è fluito spontaneamente.

Il vostro album è più simile a una performance artistica che a un disco tradizionale. Quasi una sorta di rappresentazione teatrale traslata in ambito musicale…

LB: È vero, White Out ha un carattere performativo. Tanto che è stato anticipato da due video-performance (Fiume verticale e Uomo occipitale) e ogni brano può essere risuonato live con la stessa fattura del disco (anche se quest’ultimo non è stato completamente registrato live in studio). In un ipotetico concerto – che per ora non faremo a causa della mancanza di tempo per provare – ci sarebbe spazio per degli accorgimenti scenici e forse anche per testi da interporre fra un brano e l’altro, a mo’ di teatro canzone. Per quanto mi riguarda, comunque, nello scrivere i testi e nel concepire insieme a Enrico i brani ha avuto una grossa influenza l’arte del secondo Novecento, Fontana e Burri su tutti, due che avevano qualcosa di performativo – il testo di Cretto del vero è nato subito dopo aver visto un Cretto nero al Pompidou di Parigi. Ma sono stati importanti anche poeti come Sanguineti, uno che nella sua vita ha fatto anche dischi.

ER: Tutte le scelte compositive e sonore sono funzionali al senso (o ai sensi) della parola e servono ad amplificarne il pathos o a scontrarsi con essa per produrre ulteriori livelli di emotività. Proprio come accade nelle rappresentazioni teatrali quando un cambio di luci o un’alterazione del tono della voce fa assumere significati ulteriori alle parole dette. Perciò: sì, hai ragione.

Barachetti Ruggeri 4 (foto Emanuele Biava)

L’album potrebbe essere anche definito, in fondo, come un disco politico. La modernità che emerge dai brani in scaletta – attraverso i suoni – è di quelle rumorose, ostili, quasi ottundenti, e questo alla fine è un po’ un giudizio di valore…

LB: White Out è in tutto e per tutto un disco politico. Non lo è in forma di tazebao canzonettaro, ma lo è obliquamente, proprio come lo descrivi tu. C’è un giudizio di valore abbastanza forte ed è il giudizio di chi, come il sottoscritto, non è d’accordo con un sistema di valori, che è poi quello occidentale, dove per ogni domanda di senso sulle nostre vite c’è una sola risposta di fono, ed è il Bancomat. Insomma, a me la realtà per come è ora non piace e trovo che sia importante dirlo e ribadire con la massima forza che un mondo dove al centro viene posto il denaro e il profitto, invece dell’uomo e della natura, è un mondo destinato alla rovina. E infatti ci stiamo andando diritti, verso la rovina: non solo quella economica, ambientale, sociale, ma quella esistenziale soprattutto. Siamo disperati. Questa società sta in piedi (male) a psicofarmaci. Il resto è il nulla totalitario dell’epoca più ideologica fra quelle degli ultimi secoli. L’ideologia dominante è ovviamente il capitalismo, che ha azzerato quasi tutto: le altre ideologie politiche, le religioni, la famiglia, i valori che costruivano il bene comune e quelli individuali. Ciò non significa ovviamente che io sia un nostalgico del socialismo reale. Sto invece dicendo che siamo in un tempo di denso nichilismo, dove contiamo come esseri umani tanto quanto gli ingranaggi di un meccanismo produttivo. E tutto questo ha cancellato le nostre identità di uomini. A ciò White Out si oppone con spirito umanistico, infilandosi nella torsione antropologica in atto: se l’oggi è un treno in corsa verso un muro, questi dodici pezzi urlano che ci stiamo per schiantare.

ER: Non è solamente un disco di denuncia e in esso c’è anche della speranza, ma non di quella dove ci si strugge evocando una parola chiave e poco più. Qui si scansa il nichilismo e si evoca l’amore per ciò che è andato perduto e che forse, ma per poco, siamo ancora in tempo a ritrovare.

Siete due musicisti con alle spalle varie esperienze: cosa vi ha spinto a lavorare assieme? C’è un’idea concettuale forte dietro al progetto Barachetti / Ruggeri?

LB: Io ed Enrico ci siamo incontrati per conoscenze comuni, siamo diventati subito amici; da lì pensare di fare qualcosa insieme, è stato un momento. C’è stima reciproca per ciò che ognuno fa (lui coi suoni, io con le parole) e, soprattutto, nel fare questo disco – anche se potrebbe non sembrare dato il tono generale dell’opera – ci siamo divertiti molto. L’idea concettuale è molto semplice ma altrettanto feconda e necessaria per tutti coloro che vogliono fare qualcosa che sia definibile come artistico: assumere un atteggiamento di costante attenzione verso l’intorno e di avanscoperta radicale rispetto a ciò che viene creato.

ER: La graffiante trasversalità dei Bancale (in cui militava Luca) mi ha colpito fin subito e ancora prima del loro scioglimento ho chiesto a Luca se era interessato ad una qualche collaborazione, anche solo estemporanea. La conoscenza reciproca si è poi approfondita e anche a livello umano ci siamo trovati subito in sintonia. Per quanto mi riguarda, l’idea forte che alimenta la parte creativa dei B/R, almeno nelle intenzioni, è quella di tendere all’inaudito ma senza farlo in maniera gratuita.

Prossimi passi?

LB: Se riusciremo a fare dei live, saranno questi i prossimi passi. Altrimenti per ora non c’è nient’altro in cantiere. Io sto lavorando ad un mio primo libro di poesie e ci sono delle “vecchie” canzoni dei Bancale che forse meritano di essere cantate ancora. In più ultimamente ho scritto testi per alcuni musicisti.

ER: Dopo tre anni di lavorazione ci stiamo prendendo un po’ di respiro per ricaricare le batterie. Per ora la sensazione è quella di avere già detto tutto, ma questo non ha ancora chiuso nessuna porta.

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