Intervista al fotografo John Scarisbrick
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Matteo Tonolli
- 26 Febbraio 2021

Una quattordicenne assassinata brutalmente e le cui parti vengono dissezionate ed esposte all’entrata del Museum of Modern Parts di Oxford Town. Un detective della nuova sezione Crimini Artistici che cerca di fare luce sull’accaduto ma finisce per sprofondare sempre più in “un abisso di morte” popolato di strani personaggi: Ramona, Mr. Touchschriek, Leon, il Minotauro… nel mentre rintoccano le ultime ore del secondo millennio. Un incubo senza conclusione partorito dalla fervida immaginazione di David Bowie per il suo album 1.Outside. Dopo 25 anni il fotografo svedese John Scarisbrick ha reso disponibili alcuni magnifici scatti inediti concertati con l’artista inglese. Nella nostra intervista Scarisbrick ripercorre la propria carriera e condivide alcuni dettagli di quella strana collaborazione con il Duca Bianco.

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Mr. Scarisbrick, quando era giovane lasciò la Svezia per trasferirsi negli Stati Uniti. Era alla ricerca di qualcosa di particolare? La fotografia era già diventata la sua strada?
A quel tempo ero stato già un assistente per alcuni anni nella città di Stoccolma. Intorno al 1990 il fotografo che affiancavo decise di andare a lavorare a New York, così lo seguii. Avevo solo 23 anni ma fu un periodo molto intenso e formativo, durante il quale abbiamo realizzato di tutto nell’ambito della moda. Il mio intento era quello di riuscire ad essere il miglior assistente possibile, non la semplice persona che hai a fianco e che potrebbe fare di meglio.
Lei ha avuto un successo considerevole sia in America che in Europa, lavorando nella moda, fondando la rivista Intermission Magazine, ritraendo numerose celebrità… cosa è stata più utile per riuscire a realizzare queste cose?
La curiosità. Ed essere in grado di spingersi oltre, con la fotografia e il suo utilizzo. Ero bravo a far accadere le cose mentre fotografavo personaggi famosi, ottenendo qualcosa di più. Ho fondato Intermission Magazine nel 2009. Ero tornato in Svezia dopo 6 anni. Ma sentivo di appartenere a NYC. Un caro amico mi disse che se tornavo avrei avuto ancora qualcosa da offrire. Sentii che una rivista era la strada giusta! Questo però cambiò la mia immagine: le persone ora mi vedevano come un editore, non più come un fotografo, anche se continuavo a scattare molto per il giornale. Penso che diventare editore mi ha fatto perdere un po’ della curiosità e della creatività che avevo nei confronti dei soggetti fotografati. Come europeo ho molta sensibilità ma negli Stati Uniti sentii il bisogno di adottare uno stile molto forte, una cosa che mi ha avvantaggiato in America. In Svezia non me lo avrebbero permesso fare. Ma… ancora, non sono la tipica persona svedese.

Ha mai considerato di lavorare in un area diversa dalla fotografia?
Amo la fotografia come medium ma anche come modo di comunicare idee e pensieri. Per me costituisce una grande possibilità, anche per trasmettere quello che mi ispira attraverso nuovi progetti. Ormai fa parte della nostra vita da più di un centinaio di anni, dalle news alla pubblicità, i ritratti, la moda e dentro alcuni aspetti più privati. Sono un fotografo che cerca di applicare il filtro soggettivo alle cose che faccio… perciò, per rispondere alla tua domanda, già lo sto facendo.
Una volta ha affermato che nei suoi primi anni di lavoro non aveva nulla, né denaro né comprensione da parte degli altri.
Pensavo che dopo 8 anni di lavoro come assistente a fianco di fotografi di alto profilo avrei raggiunto il loro livello. Ma non fu così. Avevo bisogno di farmi notare. Decisi di non affiancare più nessuno. Poteva essere una decisione sciocca ma mi aiutò a trovare il mio linguaggio in quel campo.
Ha anche detto di non essere stato sostenuto da alcuna forma di incoraggiamento. La potremmo definire una verso outsider…
Ha ha sì, non trovo altre parole per definire la mia condizione di allora.
Dove ha trovato la forza di andare avanti?
Questa è una buona domanda… probabilmente non diventando un fallito e una persona noiosa.
Immagini di avere la possibilità di lasciare un messaggio alla versione più giovane di se stesso, circa trent’anni fa. Che cosa direbbe?
Interessante. Non sono sicuro, forse gli direi di prendere le cose in modo leggero, pensare nel lungo termine e spendere il proprio sudato denaro in modo accorto. Inoltre di proteggere la propria arte e integrità. Ma non sono sicuro che la versione più giovane di me… mi darebbe ascolto, se ricevesse questo messaggio.
Quanto della produzione discografica di David Bowie conosceva all’epoca?
Non tanto quanto oggi, ma naturalmente mi erano familiari i suoi più grandi successi.
Personalmente seguo Bowie dall’inizio degli anni ‘90, tutto quello che riguarda la sua musica ma anche i contenuti e l’espressione della sua arte, in particolare quello che riguarda la fotografia. Anche se ad essere onesto all’epoca della pubblicazione di 1.Outside non notai il suo nome nelle note di copertina. Ad ogni modo mi piacevano le immagini che figuravano nel booklet. Quando pochi mesi fa è stato pubblicato il maestoso volume fotografico Icon, per conto di Iconic Images e ACC Art Books, per me lei, tra tutti i fotografi coinvolti, è stato la più bella sorpresa.
Wow… grazie! All’inizio venivo riconosciuto abbastanza di frequente. Realizzavo quello che sentivo ma non certo per ottenere fama presso le persone. In realtà vedevo me stesso come un artista durante il giorno e più come un gelido e sofisticato europeo durante la notte. Ma non appena tenevo la mia fotocamera in mano ritraevo quello che sentivo e vedevo. Alzavo il volume della musica così alto da entrare in trance e vedere chiaramente quello che stava davanti a me. I miei anni di scuola sono stati privi di significato e conoscevo davvero poco della fotografia. Per questo è stato difficile trovare la mia strada, e quando ci sono riuscito sono dovuto andare nella direzione opposta, dimenticando la tecnica e cercando solo una sensazione che trovai dopo qualche tempo. A quel tempo lessi della vita di Robert Frank, adoravo le sue fotografie: ebbe una lunga carriera prima della sua tragedia personale negli anni ’70 [fotografo e regista svizzero che mosse i suoi primi passi nella moda e poi approdare al fotogiornalismo e ad un’arte maggiormente sperimentale dopo la perdita della figlia, NdA]. Ero giovane, dovevo vivere la mia vita prima trovare e credere nelle mie possibilità.

Come mai non ha rivendicato la sua collaborazione con David Bowie per 25 lunghi anni?
Semplicemente perché non ero felice del risultato finale apparso sull’album. Sentivo il bisogno di fare altro, meglio e di più. Ora sono felice di quello che ho realizzato. Posso guardare a quelle foto nella giusta prospettiva ed essere soddisfatto di aver fatto parte del mondo di David, anche se marginalmente.
Alcune di quelle foto sono apparse, anche in forma alternativa, la scorsa primavera sul primo numero della nuova rivista inglese DEK, assieme ad un dettagliato resoconto di quella sessione. Credo però sia stato letto da poche persone, così vorrei ripercorrere con lei alcuni aspetti interessanti. È orgoglioso di quanto ha fatto?
Lo sono, perché quando mostro le immagini ad altre persone loro sono felici e ne rimangono positivamente impressionate. Questo mi fa molto piacere, scuotere gli altri con la mia visione. Non ho mai cercato di essere divertente con quanto scattavo ma ho capito che può essere ironico e piacevole. Ora sono venuto a patti anche con questo.

Sulla rivista spiegava di aver ricevuto una telefonata da Bowie di punto in bianco. Una storia divertente e incredibile da immaginare. In realtà quello era il suo abituale modus operandi con i nuovi potenziali collaboratori. Più tardi lo incontrò in un hotel a Londra, per pianificare la sessione, quale fu la sua prima reazione?
Era davvero incredibile, così tranquillo e cool allo stesso tempo. Sedeva su un divano dell’hotel a piedi nudi, le gambe incrociate, un bell’uomo che parlava in modo soffuso. Pensai che era la prima persona che vedevo in vita mia a non toccare terra… due spanne sopra il suolo, molto cool. Era come se le leggi del mondo non si potessero applicare a lui. Avevo già incontrato altre persone famose prima, ma la maggior parte era mediocre e piuttosto comune. Niente a che vedere con David. Una sensazione molto surreale.
È piuttosto interessante notare i termini temporali della vostra collaborazione. Si trattava degli ultimi giorni di aprile del 1995, ma l’album sarebbe stato rilasciato cinque mesi più tardi. Quali furono gli argomenti della vostra conversazione in quel primo incontro?
Beh, David aveva scritto quella storia come cornice narrativa e noi dovevamo creare visivamente i personaggi. Jennifer Elster era la stylist responsabile dell’intero shoot. Era totalmente fuori di testa e divertente. Era oscura in un modo diverso dal mio, ma se le lasciavi fare, le cose si accordavano alla perfezione.
Vestì Bowie e quando fu davanti a me venni ispirato da quanto stava di fronte al mio obiettivo. Diressi ciò che avevamo concordato e quello che scaturiva dalla mia ispirazione. Di tanto in tanto dimenticavo l’icona che avevo di fronte e probabilmente i suoi fan mi farebbero a pezzetti se avessero visto come mi comportavo. Penso di essere rimasto scioccato dal risultato finale. Ritenevo che non fosse il modo migliore di stare nella storia di David Bowie. Per questa ragione non mostrai le foto in giro.
Il suo approccio alla sessione fotografica con David fu piuttosto punk e poco ortodosso. Crede che lui abbia apprezzato il suo spirito ‘ribelle’? O piuttosto ne fu sorpreso? Cosa pensa lo abbia attratto in lei?
Deve aver visto proprio quello. Era super curioso delle persone e deve essersi domandato chi fossero questi pazzi ragazzi di NYC. Probabilmente si è divertito un sacco a lavorare con noi al progetto.

Nonostante il suo atteggiamento provocatorio ha affermato che il fatiscente studio in Corsham Street nella sua mente era la location perfetta per la storia scritta da David. Forse l’immaginazione di Bowie l’aveva influenzato fino a quel punto?
Può essere. Non sono sicuro di chi scelse lo studio. So che negli anni successivi lo utilizzai ripetutamente. Se ho una storia nella mia testa mi piace immaginare un luogo e quello che vi sta accadendo. Dopodiché fotografo i movimenti su un fondale bianco, per catturarne l’essenza. La mia prima storia avvenne in quel modo, per la rivista Harper’s Bazaar: una passerella di scarpe in vendita presso il Barney di NYC. Con i miei grandangoli inquadravo i prodotti e allo stesso tempo fissavo quanto accadeva. Qui fu la stessa cosa: tutti i personaggi avevano la medesima location ma ritraevo solo chi erano e come si atteggiavano. Dovevo produrre un forte immaginario.
Deve essere stata proprio una sessione bizzarra. Per la prima volta Bowie assumeva contemporaneamente i ruoli di diversi personaggi per una storia davvero fuori dal comune… lesse davvero il Diario di Nathan Adler prima di entrare nello studio?
Credo di sì. Me lo inviò a NYC via fax chiedendomi di leggerlo attentamente e pregandomi di fargli sapere cosa ne pensassi e come era possibile lavorarci sopra.
Non pensò che fosse tutto troppo strambo? Una rockstar degli anni ‘70 che ancora doveva recuperare il suo talento e assumeva letteralmente i ruoli d’una quattordicenne sul punto di essere assassinata, un vecchio negoziante, una donna di mezza età dall’aspetto discutibile, un eccentrico artista, un accolita… il tutto ambientato nel futuro. O forse era vicino al suo mood, più di quanto potesse ammettere?
Beh, come ho detto era più vicino a me di quanto penso lo fosse a lui, ma all’epoca nessuno lo aveva capito ancora. Ci dicemmo che era meglio darci dentro prima che qualcuno avesse qualche ripensamento e ci rispedisse a casa. Quando finimmo Jennifer e io non potevamo credere di averlo fatto e di essere stati pagati!
Il suo parere musicale su Outside? Alcuni fan, me compreso, amano questo disco come null’altro nella discografia di Bowie…
Che posso dire, naturalmente adoro l’album…
Alcuni anni fa è apparsa in Rete l’immagine di una Polaroid nella quale David, Jennifer e lei posate accovacciati per terra…
Quella Polaroid è diventata famosa. La trovai qualche tempo fa nella casa di mia sorella. L’ho incorniciata e restituita a lei come regalo. È stata pubblicata anche su una rivista svedese lo scorso gennaio. Non ricordo chi la scattò ma desideravo avere un ricordo della sessione e darla a mia sorella Ann. Nell’inquadratura ci sono io alle spalle di Bowie e Jennifer Elster, una grande stilista e una bella persona. David la autografò per Ann. È grandioso averla ancora adesso!

Gli occhialoni che ha in quella istantanea… sono gli stessi che David indossa per la sua incarnazione di Leon Blank?
Assolutamente sì.
Come andò la collaborazione con Davide De Angelis? Le sue foto vennero pesantemente modificate da Denovo [la compagnia di De Angelis, NdA]: colorate, alterate e iper-prodotte… Come mai?
Davide fu fantastico. Aveva una meravigliosa energia e ci portavamo grande rispetto l’un l’altro. In seguito lui applicò la sua post produzione ai miei scatti, qualcosa che non apprezzai particolarmente. Ma sono cose che succedono nel nostro lavoro. David e la sua etichetta scelsero di utilizzare le mie foto in un modo diverso. Era il loro prodotto in fondo.

Una foto in particolare, poco conosciuta, rimase inalterata nel suo utilizzo come cover interna al Diario, nel booklet di alcune edizioni del disco. Un magnifico ritratto di David come Nathan Adler: con una espressione intensa attraverso la sua tipica inquadratura ravvicinata e sbilenca. Rammenta nulla della preparazione?
Purtroppo no, ero così concentrato sullo scatto che non ricordo i dettagli riguardanti il personaggio.

Nella versione limitata del libro Icon ha incluso una litografia numerata con la sequenza di 8 foto a David completamente inedite, dove lui indossa un maglione scuro, ha un aspetto un po’ stralunato e un occhio nero.
È bello poterle vederle oggi. Si tratta di Leon Blank, un pò malmenato. Lo avevo ritratto precedentemente con delle sembianze più attraenti ma David mi disse di stravolgere un po’ quel personaggio. Cercai di renderlo più realistico. La prima bozza del libro conteneva meno pagine e così chiesi se avessero davvero preso in considerazione tutte le immagini disponibili. In seguito decisero di diffondere anche quella contact sheet. Ne fui davvero felice! Nella deluxe edition da 25 copie edita in uno special box ho incluso un’altra stampa di Leon autografata. È la mia preferita.
Quali erano le vere intenzioni sottese a questi scatti?
Dovresti chiederlo a David! No, seriamente… faceva parte di quello che David e Jennifer volevano trasmettere attraverso l’aspetto di Leon Blank. Quella felpa scura, era come lo vedevano loro, non credo ci sia altra spiegazione. Jennifer è una newyorkese e penso che quello fosse un look urbano.

Lei è molto occupato nel fotografare modelle e coinvolto in tutto quello che riguarda la moda. Quanto è difficile non essere una fotografo prevedibile e ripetitivo in questo campo, al giorno d’oggi?
È un affare serio e la differenza la fanno i piccoli dettagli, oltre alle modalità e alle motivazioni. Per quanto mi riguarda il casting è determinante. Amo i personaggi, così vesto le modelle secondo l’immagine che ho in testa. La cosa più importante sono i vestiti, per il resto si tratta di creare una storia. Ma devi essere portato per questo. Sono pochissimi gli artisti davvero abili, come Helmut Newton. I grandi fotografi sono anche i grandi artisti della moda. La musica è sempre stata per me una grande ispirazione: l’abbigliamento, la bellezza e le inquadrature. Dopodiché vengono i soggetti inquadrati. Solo dopo puoi capire quello che stai facendo. Come quello che ho fatto con David.
Ho letto una recente intervista a Fiona Apple, in occasione del suo ritorno sulle scene musicali. Ricordava uno shoot che realizzò con lei molto tempo fa per la rivista The Face, lamentandosi di come il successo comportasse delle situazioni totalmente fuori controllo. Non era arrabbiata o risentita nei suoi confronti, ma non aveva apprezzato come la propria immagine fosse stata stravolta. Nessuno le aveva detto di come il mascara le si fosse impiastricciato intorno agli occhi e di come i suoi capelli apparissero tagliati nella post-produzione. Al di là di tutto io penso sia un gran bel scatto. Si ricorda che successe?
Hahaha sì, ma è la prima volta che ne sento parlare. Fiona era di New York ed era cresciuta assieme ad una mia ex fidanzata, perciò la conoscevo abbastanza bene. All’epoca era considerata da tutti come la futura stella della musica, che sarebbe andata molto lontano.
Normalmente riesco a gestire bene i personaggi celebri e riesco a fare loro delle foto molto vivide. Fiona odiava essere fotografata a tal punto che la situazione diventava insostenibile per ognuno del team. Io volevo capisse che eravamo tutti lì “per” lei, e non “contro” di lei. Qualche volta pianse, ma non so se perché ero troppo invasivo come artista. Lei continuava a dire: “Non sono una modella, non comportatevi come se io lo fossi.”
Ricordo che la squadra addetta al make up e e ai capelli tentava di aiutarmi ad ottenere delle belle immagini, e avevo davvero bisogno del loro contributo. Cambiammo il suo look con facilità e continuai a fotografare. Loro conoscevano il mio lavoro con David Bowie e desideravano qualcosa di simile ma… per quel che riguarda Fiona, disse che le avevamo rovinato il trucco. A me piacque, e i capelli le vennero raccolti e legati dietro la nuca in modo molto aderente, così da sembrare infine un po’ stravolta. Ma non credo si rendesse conto di quello che le stavano facendo.
Di punto in bianco appariva splendida e molto cool. Non ci fu post produzione per quello scatto, anche se i capelli sembravano tagliati di netto. Il suo look era quello di una bambola un po’ incasinata. Mi dispiace molto che per lei sia stato un trauma, ma non era quella l’intenzione. Siamo artisti e questo accadde prima che chiunque approvasse lo scatto.

In Icon riporta che qualche anno dopo la sua collaborazione con Bowie, lo vide casualmente da lontano in una strada di New York, mentre lui filmava Basquiat, impersonando Andy Warhol. Sbaglio o le sue parole tradiscono una certa malinconia e qualche rimpianto nei suoi confronti?
Ok, devi comprendere il contesto della realizzazione del testo riguardante Icon. Non avevo molto tempo per scriverlo e per questo venni intervistato. Il mio interlocutore voleva sapere se io e David fossimo diventati amici dopo il progetto svolto assieme. Spiegai che eravamo entrambi così indaffarati ed esausti dopo ogni giornata di lavoro che non c’era la possibilità di avere relazioni sociali. Aggiunsi che sarebbe stato bello diventare più intimi e magari fare altri progetti assieme. Menzionai di quell’incontro a New York, del fatto che David in un certo senso non era se stesso, ma nei panni di qualcun altro. In quel caso Andy Warhol. Così dissi che ogni volta che incontrai David, lui era nei panni di un personaggio diverso. Comunque non ho alcun rimpianto.
Ogni fotografo che ho intervistato – proprio tutti – ha avuto solo splendide parole nei confronti di David, sia come essere umano che come artista. C’è un grande rispetto nei confronti della sua produzione artistica e della sua persona. Lei non l’ha conosciuto intimamente, ma cosa ne pensa del fatto che venga così idealizzato? In un modo che in pratica sembra superare qualsiasi ragionevole standard?
Non so come rispondere a questa domanda. Era un genio sotto molti punti di vista, e una persona molto gentile. Un uomo curioso e dalla mentalità aperta. Probabilmente aveva capito che aveva bisogno di persone intorno a lui per realizzare le proprie idee, che non sempre erano possibili solo con le proprie forze. Questo più di tutto lo contraddistingueva, e doveva creargli non poca pressione, ma era una sfida che sapeva affrontare.

Tutte le foto © John Scarisbrick
Intervista ideata, realizzata e tradotta da Matteo Tonolli, originariamente apparsa sul sito David Bowie News. © 2021. Un ringraziamento particolare ad Eileen di Isolar Music

