La condivisione dell’«opera vivente». Intervista a Marco Parente
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Fabrizio Zampighi
- 27 Gennaio 2016
Nell’arco di una storia discografica lunga e articolata che parte dagli anni Novanta e arriva fino ai giorni nostri, Marco Parente è finito spesso su queste pagine; ciò nonostante, abbiamo voluto scambiare quattro chiacchiere con il cantautore anche in questa occasione. La scusa è stata il suo nuovo album (o come lo definisce lui stesso, la sua «opera vivente») Disco Pubblico, un esperimento che ci ha incuriositi tanto da volerne sapere di più. Dieci canzoni che per ora non verranno pubblicate in un disco canonico, ma vivranno invece esclusivamente grazie a «pubblic-azioni» – ovvero esibizioni live in cui verranno eseguiti singoli brani e non – in cui saranno il pubblico e le relative tecnologie smart – telefonini in primis – a ricoprire il ruolo di testimoni, e al tempo stesso a impersonare il medium attraverso cui diffondere la musica. Tutti i contributi verranno poi raccolti nel sito internet dedicato al progetto, con la possibilità quindi di ascoltare il nuovo disco partendo esclusivamente dalle esibizioni live. È stato lo stesso autore a spiegare il meccanismo alla base del progetto – in un video introduttivo che è in realtà un’intervista allo specchio – e sarà un live – il prossimo 29 gennaio presso l’auditorium di Radio Popolare a Milano – a svelare il lavoro nella sua interezza.
Le caratteristiche peculiari del progetto ci hanno dato modo, durante l’intervista, di toccare argomenti che solitamente non si affrontano in un botta e risposta canonico legato alla promozione di un nuovo album, come ad esempio l’importanza del medium nel processo di diffusione della musica, il peso dell’aspetto social nella carriera di un musicista, il concetto di condivisione, la rinascita del supporto fisico per l’ascolto di musica e molto altro.
Un Disco Pubblico: in un’epoca in cui il tasto (e il concetto) “condividi” è più famoso del ritornello di (I Can’t Get No) Satisfaction, tu scegli di sperimentare un sistema di “disvelamento” del tuo album in linea con l’attualità. «Il “controautore” Marco Parente ha pronto un lavoro di dieci nuove canzoni. Ma per ora non le pubblicherà attraverso un canonico disco. Le porterà invece in giro in una serie di pubblic-azioni a partire dal prossimo gennaio e saranno gli ascoltatori a diffondere il disco tramite le tecnologie smart». Cosa c’è dietro a questa scelta e come verrà strutturata?
Il concetto di “condivisione” è implicito e insito in ogni atto creativo, che viene al mondo per esser visto, ammirato o denigrato, comunque condiviso. Palla al centro. Ma forse la condivisione a cui tu ti riferisci è l’avvento dei social sulla scena, che a mio avviso tutto fanno fuorché produrre condivisione. Vedo i social come “gabbie comunicanti” di anime in isolamento. E questo è un dato di fatto, no? Così come è un dato di fatto che in un modo o in un altro dobbiamo comunque farci i conti. Di sicuro non è una cosa che si può arrestare, direzionare o ancor peggio avere la presunzione di poter controllare.
Cosa c’è dietro? Dietro c’è solo l’opera, non c’è nessuna strategia, nessuna trovata promozionale o provocazione. In questo caso il concetto è esso stesso l’opera. Tutto il resto rientra nelle possibilità suggerite dall’esperimento, che certo per definirsi ha bisogno di giocare con nuovi vocaboli (pubblic-azioni, heart-disc, protesi digitali). Importante, per me, è che il fuoco rimanga sempre sul disco inteso quasi come partitura vivente. Mi vengono in mente precedenti in cui è già stato ben teorizzato e applicato il concetto di opera vivente. Esempi sotto gli occhi di tutti sono la scrittura di scena di Carmelo Bene o le performance ormai note della Abramovic. Non voglio prendermi ed esser preso troppo sul serio, ma semplicemente esplorare lo stesso concetto in ambito musicale. E se mi guardo indietro, trovo questo approdo una conseguenza piuttosto logica del mio percorso. Per come l’ho concepito, mi immagino che Disco Pubblico abbia due vite parallele. Una, quella più esperienziale, consiste nel condividere l’istante del rito dell’esecuzione con gli spettatori per far sì che si imprima (registri) direttamente nella loro testa (heart-disc). L’altra, quella più imprevedibile, nell’avvalersi delle protesi tecnologiche del pubblico, per poter creare ad ogni concerto una memoria digitale che diverrà fisica trovando spazio nell’apposito sito www.discopubblico.it. Per questo, audio o video che sarà, basterà caricarla nelle varie piattaforme web con l’hashtag #discopubblico.
Il tutto mi pare, se vuoi, anche una riflessione implicita sul medium attraverso cui diffondere la musica. Non hai paura che i criteri strutturali del mezzo di comunicazione influiscano sul contenuto della comunicazione stessa, ovvero che gli smartphone “diventino la tua musica”, con tutti i difetti in termini di qualità audio che i suddetti si portano appresso e che potrebbero sminuire i brani in fase di “ascolto multimediale”/presentazione al pubblico? Uno streaming audio Soundcloud o Spotify – che purtroppo per molti è diventato lo standard – è pur sempre meglio di una ripresa col telefonino, in termini di qualità audio…
Premesso che il pubblico e chi mi ospiterà potrà organizzarsi come meglio può o crede (anche con 20 microfoni o uno studio mobile), no, non mi preoccupa. Proprio in Ma quand’è che si ricomincia da capo?, secondo brano pubblicato, ho avuto la netta sensazione di guardare dritto in faccia le mie canzoni, e che un solo microfono catturasse molto di più ciò che stava succedendo in quella stanza di quanto non riuscisse a fare un multitraccia. Non prendere questo come un’esigenza di un sound low-fi, piuttosto come l’urgenza di non avere filtri. Ricordo di aver letto una dichiarazione di Dylan dove lo stesso affermava che il suono dei dischi degli ultimi quarant’anni faceva schifo, compreso quello dei suoi. Beh, io non sono così estremo, però forse inizio a capirne il senso. L’antologia The Real di Dylan è composta da tre CD, ognuno attraversa più o meno un decennio, dal suo esordio agli anni ’90. Mi credi se ti dico che alla fine ascolto solo le prime sette tracce del primo? E non penso solo perché più ispirate, ma soprattutto per quell’incompiutezza e approssimazione del suono che di contro rende la magia senza trucchi e senza filtri, e immediato il passaggio delle emozioni.
Nel video di presentazione del progetto sottolinei giustamente il valore aggiunto della “relatività” che caratterizzerà ogni registrazione della tua musica, il suo essere peculiare e unica. Credi che per te sarà anche una possibilità di confrontarti con uno sguardo esterno che, per una volta, “assume il controllo”?
Nei miei lavori so di poter dare l’impressione di voler avere tutto sotto controllo, ma non è affatto così, e credo che Disco Pubblico lo dimostri definitivamente. Con i musicisti, i colleghi e il pubblico sono sempre alla ricerca dell’imprevisto che può scaturire dal confronto, da quel momento sacro in cui ci si abbandona e distrae da sé. Perché ciò avvenga occorre necessariamente perdere il controllo, accettandone incondizionatamente tutti gli effetti, anche quelli collaterali. Ora, nel confronto messo in gioco in Disco Pubblico l’imprevisto raddoppia, così come il senso di responsabilità e il rispetto reciproco, e non tanto delle parti (ruoli), quanto della materia che si sta maneggiando.
Che canzoni troveremo nell’album? In quali territori sonori si muove Marco Parente ultimamente?
Canzoni autosufficienti, le canzoni più canzoni che abbia mai scritto, forse anche grazie al metodo di lavoro adottato, il quale, non ammettendo sovraincisioni di sorta, ha costretto me e i musicisti (Andrea Allulli, Andrea Angelucci, Samuele Bucelli, Stefano Cerisoli) a scegliere di suonare sempre e solo una parte. Questo mi ha permesso di capire subito dopo ogni prova se le canzoni stessero effettivamente in piedi. Sono andato avanti così per più di un anno, e ora mi sembra di potermi fidare. Dal punto di vista stilistico è successa una cosa strana: via via che le canzoni prendevano forma, notavo delle analogie con brani più o meno classici della storia della musica; a volte solo nella forma, altre volte nel tipo di struttura, altre ancora proprio nelle melodie, e questo, invece di evitarlo, ho finito per assecondarlo. Sia di Avventura molecolare che di Ma quand’è che si ricomincia da capo? ho svelato candidamente gli altarini tramite i comunicati che le accompagnavano, così mi confesserò di volta in volta anche con tutte le altre canzoni.
Il supporto fisico per l’ascolto di musica, soprattutto a livello massificato, non incontra più un grande favore, ma è anche vero che ormai sono anni che il vinile sta riguadagnando posizioni nel gradimento degli utenti (probabilmente anche oltre i limiti della “nicchia” più ristretta di affezionati). Qual è il punto di vista di un musicista che fa album dagli anni Novanta e che è stato testimone di tutti gli stravolgimenti degli ultimi tempi, in ambito musicale?
Se pensi che sono passato dal pensare che il mio sogno fosse avere un contratto discografico, poter entrare in uno studio di registrazione per fare un disco, ad affermare oggi che il disco sono io, lo studio sono i luoghi pubblici e i registratori sono gli spettatori…beh, direi che quel punto di vista continua a cambiare, e anche Disco Pubblico non lo considero un punto d’arrivo, tanto meno qualcosa di definitivo. Per quanto concerne il vinile, credo sia la dimostrazione che le persone, dopo tutta questa liquidità, abbiano voglia di tornare a stringere un oggetto solido, tra le mani…e non più l’acqua. Comunque è bene essere onesti e distinguere nettamente il come si suonava e registrava un vinile prima dell’avvento del CD e dopo. Il non avere certi comfort nel registrare ha influenzato indubbiamente anche le composizioni dell’epoca, mentre la “scrittura e registrazione digitale” che ad un certo punto si converte all’analogico, mi sa tanto di vezzo da antiquario. La differenza è sostanziale, perché non solo il suono si è evoluto secondo il progresso delle tecnologie, ma anche il nostro modo di scrivere e comporre.
Quanto l’aspetto social influenza la quotidianità del tuo lavoro di musicista?
Da quando ho deciso di entrarci, molto, troppo! Ultimamente mi ritrovo spesso a disagio, inadeguato. Non capisco come pormi, non ne seguo il linguaggio, ma soprattutto non capisco a chi mi sto rivolgendo veramente e perché. Paradossalmente, mi sentivo più attivo agli inizi, come quando sperimenti le regole del gioco per finta, prima d’iniziare a giocare sul serio. Postavo alle ore meno utili frasi di Cioran, abbinando immagini associative improbabili, ma per me molto creative. Insomma, non ero ancora entrato nel mondo degli adulti, se così si può dire. Comunque, in generale, dei social apprezzo sempre più i post sui gattini e la pasta al forno, mentre mi annoiano sempre più i dibattiti, le polemiche e l’impegno civile. Tutti questi post “salva cattiva coscienza” che gridano «Abbasso la guerra!» con i guanti bianchi.
Nell’ottica del tuo nuovo progetto, la dimensione live assume un’importanza capitale. Hai già iniziato a portare in giro il disco?
Indubbiamente Disco Pubblico vive e si realizza solo nella dimensione live. Però non ho ancora idea di come mi sentirò, di sicuro so che non vedo l’ora. La vera prima pubblic-azione integrale del disco avverrà la sera del 29 gennaio 2016 all’Auditorium di Radio Popolare a Milano. Per quell’occasione ci sarà un pubblico davanti a noi, ma anche nelle radio delle case o nelle macchine, per chi vorrà. E chissà che per una sera non si esca dalla tirannia del Supermercato.

