La poesia del tempo, il decennale del debutto e la nuova musica. Intervista ad Ásgeir
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Alessandro Liccardo
- 14 Dicembre 2022
Da anni in Italia ci lasciamo conquistare dalle sonorità e dall’unicità degli artisti islandesi, dai sorprendenti primi lavori di Björk ai capolavori dei Sigur Rós (che hanno fatto tappa anche in Italia all’inizio di ottobre, a vent’anni dall’uscita dell’Untitled fresco fresco di ristampa con materiale extra). Abbiamo seguito sempre con un certo interesse i primi passi di Ásgeir, seguendone l’evoluzione da “nuovo Justin Vernon” ad artista che sta forgiando con sempre maggiore decisione un’identità propria, che lungi dal limitarsi a un folk delicato e melodico, si fa contaminare volentieri da un’elettronica calda e malinconica. Il ritorno con Time on My Hands è l’occasione per raggiungerlo e chiedergli com’è stato lavorare al disco durante la pandemia, cosa dobbiamo attenderci in futuro e cosa si prova, a trent’anni, ad essere celebrato con un album tributo che è uscito in occasione dei dieci anni dal fortunatissimo debutto in islandese.
Partiamo dal titolo del tuo nuovo lavoro, “Time on My Hands”. Sembra adattissimo ai tempi che stiamo vivendo: è solo una riflessione sul tempo che passa o c’è un altro significato?
Ero di ritorno dagli Stati Uniti, quando è scoppiata la pandemia. Quando tornai a casa mi ritrovai con molto tempo a disposizione, e la cosa più naturale per me è stata mettermi a comporre musica nuova, a lavorare in studio su nuovo materiale. Come chiunque altro, nei primi mesi non avevo idea se la situazione sarebbe durata settimane, mesi oppure anni; mi sarebbe piaciuto programmare altre date dal vivo per completare la promozione del mio precedente Lp, ma non è stato possibile. Di conseguenza mi sono immerso nella scrittura. Il titolo fa sicuramente riferimento alla vita complicata che abbiamo vissuto negli ultimi tre anni, ma oltre al tempo tra le mani mi sono fatto ispirare da una poesia tratta da un libro di mio padre, che da sempre collabora con me, che parla di un bambino di sei anni che incontra delle ragazze che, spacciandosi per chiromanti, gli leggono la mano e gli prefigurano una morte prematura («non volevo morire prima dell’adolescenza, così piansi per tutto il pomeriggio»). Mi sembrava così ben scritta che per settimane ho cercato di rielaborarla in un testo in inglese per la title-track; alla fine le sillabe sembrano adattarsi perfettamente alla melodia, ne sono orgoglioso.
Per quanto i tuoi dischi siano sempre contraddistinti dalla cura per il dettaglio, l’impressione è che stavolta il lavoro sia stato ancor più meticoloso. Forse perché hai potuto soffermarti di più su alcuni aspetti della produzione. Rispetto agli altri tuoi dischi questo è più “solitario”?
Mi trovo bene a lavorare da solo, e lo faccio molto spesso. Il 60/70 per cento delle volte c’è un produttore insieme a me, lavoriamo a stretto contatto e abbiamo uno studio vicino a Reykjavík. Lui è decisamente più “nerd” di me per quanto riguarda la cura del suono e ha una passione per i synth vintage. Tuttavia, per quanto io suoni molti strumenti, riconosco i miei limiti – a volte mi fisso con un drum beat, ma capita che io ne sia incerto perché non sono il migliore dei batteristi, ecco… Così chiamo un amico e gli chiedo se può venire in studio stesso in giornata a registrare. Sai, tutti si conoscono qui, è una comunità ristretta e non è affatto inusuale che il tuo bassista preferito abiti a mezz’ora da te. Ho cercato di dare molto di me stesso nei testi, che nascono direttamente in inglese, ma non è un disco in solitaria – ci sono fiati, archi, strumenti che io non sarei in grado di suonare.
Ci sono sintetizzatori vintage. Una scelta per creare un suono più caldo? Un mood particolare? “Time on My Hands” mi sembra, assai più del predecessore, una sintesi riuscita tra folk e soundscape elettronici…
Ho un debole per i synth vintage, già nel mio primo disco mi ero lasciato sedurre da certi suoni realizzati con strumenti arrivati prima dell’avvento del digitale. Abbiamo poi la fortuna di avere un tecnico che li repara proprio al piano di sopra dello studio in cui registriamo.
In passato ti sei fatto aiutare da John Grant per i testi in inglese. E stavolta? Parti dalla melodia o dalle parole?
La differenza principale rispetto al passato è che stavolta è un lavoro che nasce in inglese, non ci sono stati adattamenti, se non per rielaborare poesie di mio padre, come ti raccontavo prima. Per diversi mesi ho cercato di scrivere tutto di mio pugno, ma non ero sempre convinto del risultato e qualcuno mi ha salvato nei momenti di maggiore frustrazione: per esempio il musicista Petur Ben, che ha firmato testi insieme a me e che insegna a scrivere testi a scuola. Ero molto curioso di capire come facesse e desideravo imparare da lui, ci siamo trovati subito benissimo. Rispondendo alla tua domanda, a parte un solo caso in cui ho scritto una melodia sulle parole di mio padre, parto dalla musica.

Hai avuto subito un grande successo in Islanda col primo album, ma sei andato avanti uscendo dai confini. Oggi celebri dieci anni dal debutto, ti ritieni un artista fortunato? Pensi di aver sviluppato appieno una tua personalità o che il pubblico ti accosti ancora a Justin Vernon, Jeff Buckley o altri?
Mi sento molto fortunato per aver potuto lavorare con ottimi musicisti. Come ti dicevo prima, c’è questo forte senso di comunità e connessione tra artisti qui in Islanda. Per quanto riguarda la costruzione e l’affermazione di una mia identità, ricordo molti che già all’inizio mi accostavano a quest’artista, a quell’altro e a quell’altro ancora; da una parte ero onorato degli accostamenti, di vederli menzionati nella stessa frase o recensione, ma col tempo ho capito che le persone hanno la necessità di descrivere un suono mettendoti in una scatola, perché è molto più semplice. Sarei potuto restare saldo nel folk, ma ho preferito contaminare la mia musica creando una miscela più creativa. Alcuni la trovano d’atmosfera, o malinconica, “gloomy”. Io la definirei “hopeful”.
Sei stato direttamente coinvolto per la realizzazione del tributo in cui altri artisti eseguono i brani del tuo album di debutto?
Un nostro amico ha ideato questo progetto per i dieci anni del mio debutto e abbiamo scritto una lista di persone che ci sarebbe piaciuto coinvolgere. Alcuni di questi hanno accolto l’idea con entusiasmo, a un certo punto si è sparsa la voce e altri artisti hanno contattato noi per poter partecipare. Alla fine ho ritenuto che la cosa migliore fosse tenermi a distanza dalla lavorazione del tributo, per non influenzare e per la curiosità di ascoltare solo il risultato finale. Devo ammettere che è stato divertente notare come altri artisti hanno rivisitato i miei pezzi, cambiandone a volte gli arrangiamenti oppure il significato.
Prima dell’uscita di “Time on My Hands” ti sei esibito al Santeria di Milano. Che rapporto hai con il pubblico italiano?
Ho un po’ di seguito dalle vostre parti, non enorme, ma durante e dopo lo show milanese ho trovato un pubblico caloroso. Amo l’Italia in generale; sono onesto, non lo dico solo perché sto parlando con te. Apprezzo la vostra cultura, il cibo. Spero di tornare presto nel vostro paese.
Parlando di concerti, Shirley Manson dei Garbage ha denunciato difficoltà per le band emergenti dovute ai costi esorbitanti da sostenere. I grandi artisti possono andare avanti, ma il futuro per chi sta registrando il primo o secondo album è a tinte piuttosto fosche…
Quello che posso dirti è che oggi è più difficile vendere biglietti per i concerti. Lo posso capire: da una parte c’è il Covid, la pandemia che non abbiamo ancora definitivamente alle spalle e molti non si sentono ancora tranquilli a stare in mezzo a una folla. Dall’altra oggi è tutto più costoso, specialmente per via del conflitto russo-ucraino, e non sottovalutiamo il fatto che dopo due anni di pausa molti artisti stanno organizzando così tanti eventi, anche più di uno nella stessa città, che il rischio di bulimia è dietro l’angolo.
Quali sono i tuoi ascolti oggi e cosa ha influenzato la tua musica più recente? Cosa dovremo attenderci dal successore di “Time on My Hands”?
Ultimamente ho ascoltato Caribou, Big Thief, molta musica elettronica sperimentale ma anche melodica. Qualche suggestione è sicuramente finita nelle canzoni di Time On My Hands. Non so dirti cosa succederà dopo, mi piacerebbe lavorare con qualche nuovo produttore, perché fare tutto da solo è talvolta stancante e perché trovo stimolante imparare dagli altri.
