Il blitzkrieg che incendiò la City: i Ramones a Londra nel luglio ’76

Al giro di boa degli anni Settanta, il Regno Unito è una polveriera. Dopo la breve tregua del 1975, i Troubles tornano a inasprirsi raggiungendo livelli di violenza da guerra civile, con bombe e proiettili targati IRA e UVF che macinano vittime a cadenza pressoché quotidiana. Nel marzo del 1976 lo storico Primo Ministro Harold Wilson – in sella già all’epoca dei Beatles, che lo avevano citato nella sarcastica Taxman – si dimette, ponendo fine anche simbolicamente a un progetto progressista radicato nei 60s e oggettivamente incancrenito. In quei giorni che definire di piombo pare quasi di fare un torto al piombo, i sudditi della Regina possono consolarsi – si fa per dire – grazie alla vittoria dell’Eurovision da parte dei Brotherood Of Man con Save Your Kisses For Me, mentre almeno dalle parti del Mersey qualcuno ha di che gioire per il doppio successo del Liverpool di Kevin Keegan (campionato e coppa Uefa). L’estate, in un anno metaforicamente molto caldo, si rivela caldissima: il 3 luglio a Cheltenham, nel Gloucestershire, viene registrata la temperatura record – almeno per quelle latitudini – di 35,9 °C. Il giorno dopo alla Roundhouse di Londra si verifica un altro strano fenomeno, un’ondata di calore non rivelabile dai termometri ma che pure brucerà a lungo e intensamente nel petto di un’intera generazione.

4 luglio 1976: due secoli esatti dalla dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Almeno dal punto di vista musicale, l’oceano Atlantico non ha smesso di rappresentare un’interfaccia in grado di garantire scambi e schermaglie costanti tra vecchio e nuovo continente, in un gioco di rimbalzi e riflessi sempre lievemente distorti, perturbati e (perciò) arricchiti. Pensate: la musica nera rielaborata dalla British Invasion che a sua volta impollina il garage USA e spedisce il proto punk ad astrarsi glam, intanto che la psichedelia imbastisce stravisioni chimiche dagli esiti peculiari eppure simili – vedi i coevi Light Show del Fillmore e dell’Ufo Club, praticamente identici ma sviluppati in totale autonomia) e l’hard blues sintetizza forme sempre più elaborate ed energiche, fino a ibridarsi col jazz e la musica colta da un lato e coagulando in forme già quasi heavy metal fin dai primissimi 70s.

Di fronte a questo progressivo complicarsi del quadro, a New York prende vita una sorta di reazione spontanea. Non è semplice circoscrivere da un punto di vista stilistico quello che solo con una forzatura potremmo chiamare “movimento”, eppure tra New York Dolls, Neon Boys e Modern Lovers – solo per citare tre band che si riveleranno assai seminali – è possibile individuare uno stesso sguardo disincantato e raggelante rivolto a quello che il rock stava diventando nella sua copula sempre più gigantesca con l’industria musicale. Più facile tracciare un perimetro geografico: New York City appunto, e in particolare il CBGB’s, aperto nel 1973 e presto nido in cui ruppero il guscio e sbatterono le ali band come Patti Smith Group, Talking Heads, Television, Suicide e Blondie.

Ramones, Chrissie Hynde e Captain Sensible dei Damned
Ramones, Chrissie Hynde e Captain Sensible dei Damned, 1976. Foto di Danny Fields

A queste compagini si affiancarono presto – dai primi mesi del 1974 – i Ramones, quattro ragazzi che si finsero fratelli (Joey, Johnny, Tommy e Dee Dee Ramone) ispirandosi al nick name di Paul McCartney (Paul Ramone) all’epoca dei Silver Beatles. Le loro canzoni mettono in evidenza un’asciuttezza prossima al grado zero, tanto in termini di durata (intorno ai due minuti) che di arrangiamento (schema fisso: basso da un lato, chitarra dall’altro, batteria al centro, voce), mentre stilisticamente estraggono la polpa melodica del rock’n’roll primigenio e la danno in pasto a una macina stradaiola, meccanica e al tempo stesso marziale, priva di scrupoli, tenerezza e pietismo, tuttavia neppure rabbiosa, casomai anaffettiva, sfasata, scervellata.

Anche dal punto di vista estetico, i quattro si propongono come un patchwork raffazzonato: il taglio mop-top di ascendenza Byrds, i jeans aderenti immancabilmente strappati, il chiodo un po’ da motociclista e un po’ da teppista di West Side Story, le Converse da fuga nei vicoli e una magrezza da pasti saltati più che da dieta mediterranea. Sembrano insomma il frankenstein di una sconfitta, ciò che resta della generazione hippie dopo che le utopie sono state estirpate, sbattute sui marciapiedi e polverizzate dalla morsa di droghe e disillusione.

In un certo senso, il ghigno fiero e al tempo stesso demenziale dei Ramones sbatte in faccia all’establishment il risultato delle politiche di restaurazione e austerity seguite all’utopia dei Sixtier: ci volevate conformi, ci avete reso zombie. Perciò le canzoni sono così meccaniche e minimali, obbediscono a un rituale senza officiarlo, rifiutano i paramenti, gli abbellimenti dello show, sono sussulti espressivi che si esauriscono appena soddisfatti e passano al sussulto successivo, scosse vitali obbedienti a una ciclicità da catena di montaggio o da alternanza tra l’up e il down della dose.

Tra il ’74 e il ’75 sono oltre cinquanta le esibizioni dei Ramones al CBGB’s, molte delle quali nella stessa sera di Talking Heads e Blondie. Un buon modo per farsi le ossa e ancor più per mettersi in mostra: difatti Seymour Stein, il celebre boss della Sire, li scrittura e mette a disposizione un piccolo budget – seimila dollari – per la realizzazione dell’omonimo album d’esordio, uscito nell’aprile del 1976. Quattordici brani, ventinove minuti (scarsi) di durata complessiva, il codice già completamente (ri)definito dopo i due minuti della opening track Blitzkrieg Bop. Tutto bellissimo, ma non possiamo propriamente parlare di successo e il tour che ne segue, a parte le solite date newyorchesi (sia al CBGB’s che al Max’s Kansas City), porta il quartetto a esibirsi in quel di Boston, a Dover, Cleveland, Youngstown e in un paio di località del Connecticut, di fronte a platee perlopiù indifferenti quando non ostili (gli sputi e gli ortaggi non sono ancora un gesto di apprezzamento punk). A quel punto l’impagabile Danny Fields, loro scopritore e manager, riesce a organizzare due date londinesi.

Joey dei Ramones
Joey dei Ramones fuori del Roundhouse di London. July 1976. Foto di Danny Fields

La prima, appunto, il 4 luglio alla Roundhouse, storico locale da 3.000 posti che dal ‘66 in avanti aveva ospitato gli show di praticamente tutti i protagonisti del rock mondiale, dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, da Bowie a Jimi Hendrix passando da Led Zeppelin, Rolling Stones, The Doors e via discorrendo. Avrebbe dovuto trattarsi sostanzialmente di una consacrazione. La serata prevede i Ramones come opening band per i californiani Flaming Groovies, attivi dalla fine dei 60s e abbastanza celebri per il loro revival di rock’n’roll e garage rock scoppiettante. Non una bella scelta. Per i Groovies, intendo.

La storia del rock è costellata di momenti epifanici. Quelli televisivi, come la prima apparizione nazionale di Elvis nel gennaio del 1956, i Beatles da Ed Sullivan nel 1964 o David Bowie a Top of The Pops nel 1972. Oppure è il caso di certe performance segnanti, come quella di Dylan a Manchester nel maggio del ‘65 (il famoso concerto del “Judas”!), o ancora i Beatles allo Shea Stadium nel ‘66 e sul tetto di Savile Row nel ‘69, oppure il primo show londinese di Jimi Hendrix nel settembre del ‘66. In tutti questi casi, pubblico e addetti ai lavori raccontano di avere subito un vero e proprio shock, di avere provato l’esperienza della discontinuità storica: un momento prima il tempo rotola a una certa velocità, l’attimo dopo neanche riesci a misurarlo, tanto sei meravigliato, abbagliato, stravolto.

L’esibizione dei Ramones alla Roundhouse viene spesso bollata come l’atto di nascita del punk inglese, per il semplice motivo che tra il pubblico sarebbero stati presenti molti tra coloro che di lì a poco avrebbero cambiato in profondità la scena musicale britannica, dai Generation X ai Damned fino ai Pretenders. Mancano però Sex Pistols e Clash, che proprio quella stessa sera tengono un concerto a Sheffield (per i Clash si tratta del debutto assoluto). Molti dei loro membri saranno però presenti la sera successiva al Dingwalls di Camden per la seconda esibizione londinese dei Ramones, e a quel punto pure loro vengono travolti.

Si può tranquillamente sostenere che questa prima sortita nel vecchio continente del quartetto statunitense rappresenta uno spartiacque, almeno dal punto di vista simbolico e motivazionale: la dimostrazione che quella del punk è una strada da percorrere col piede schiacciato sull’acceleratore. Va detto tuttavia che i Pistols esistevano da qualche mese nella loro formazione definitiva, e che avevano già imboccato la strada di quel punk che il loro manager Malcolm McLaren conosceva bene per essersi abbeverato alla fonte newyorkese (dove aveva tra l’altro lavorato con le New York Dolls). Vale in gran parte anche per i Clash, di più recente fondazione ma ampiamente istruiti da Mick Jones in merito agli sviluppi musicali d’oltreoceano, grazie ai vinili che sua madre, residente negli USA, gli spedisce con regolarità. Quello che rende cruciale il doppio concerto dei Ramones del luglio ’76 non sta insomma nell’impatto con una forma musicale inaudita, ma nella manifestazione della forma a cui le band inglesi stavano mirando.

Sono illuminanti a tal proposito le parole di Joe Strummer: a proposito del concerto del Dingwalls, ricorda che «le canzoni si susseguivano a raffica, finita una, era già iniziata l’altra. Non potevi mettere una cartina di sigaretta tra di loro». I Ramones quindi mettono davvero in opera un blitzkrieg, martellano senza perdersi in chiacchiere, sono degli automi sciroccati, più alienati che ribelli, più macchine che luddisti. Discorso simile – e similmente paradigmatico – riguarda il lato estetico della faccenda. Vedi il caso di Sid Vicious, che perde letteralmente la testa per Dee Dee, tanto da abbandonare il look da straccione ipercromatico per adottare quella che sarebbe divenuta la divisa tipica del punk, con la quale lo stesso Sid passerà alla storia: jeans strappati e giubbotto di pelle nera. Un delinquente di facciata, ma intimamente fragile, devastato, sostanzialmente inoffensivo (se non consideriamo l’autolesionismo). Vale a dire, puro Ramones.

London Roundhouse July 1976: Dee Dee e Jordan. Foto di Danny Fields

Per molti versi questa “lezione” rimarrà sulla carta, perché il punk – tanto nella sua versione inglese che statunitense (in special modo californiana) – farà ricorso a un sacro furore che riverserà effettivamente e al tempo stesso metaforicamente sul pubblico, eletto così suo malgrado a rappresentante di quel potere costituito contro cui il punk inveirà fino a bruciarsi le corde vocali (e talvolta i neuroni, o persino la vita). «Scommetto che ci odiate tanto quanto noi odiamo voi», è la frase tipica che Rotten rivolge dal palco ai fan.

Quanto a rimanerci scottati, i Ramones non saranno certo da meno, anzi, ma dal punto di vista espressivo la rabbia al calor bianco e la coscienza abbacinante del “no future” subiscono in loro un processo di sublimazione che le astrae nella dimensione del gonzo, dell’hobo metropolitano, dell’outsider sbilenco, mattoide, disallineato e perciò imprendibile, soggetto pericoloso agli occhi dell’autorità costituita non in quanto teppista/sovversivo ma perché esempio di inutilità economica, di indipendenza dalla catena di convenienze, doveri e mode che costituiscono il modus vivendi della affluent society.

Questo aspetto colloca in qualche misura i Ramones al di fuori del punk, pur essendone a tutti gli effetti tra gli iniziatori. In un certo senso, prendevano dagli amati Stooges il lato più arty – la serialità stolida e spietata come metafora della catena di montaggio, emblema della modernità vista dall’incubo industriale della Motor City – per farne una prassi degradante seppure scanzonata, anticipando così temi e angolazioni che saranno sviluppati dal post-punk. In questo ibrido di energia primordiale (neanche troppo vagamente nostalgica) e minimalismo robotico che i quattro statunitensi fanno atterrare su Londra nel luglio del 1976, il pubblico inglese vede ciò che desidera, ciò che voleva e doveva vedere: un’epifania punk, appunto. L’effetto sarà quello di un vaso di Pandora scoperchiato senza più timore né ritegno, ma resterà pur sempre una sfasatura irriducibile tra i quattro newyorchesi e i loro “discepoli” in terra d’Albione.

Le due date londinesi rimarranno le uniche fuori dagli USA durante quell’anno fatidico. Il 13 luglio i Ramones riprendono il tour americano dal Long Island per non fermarsi più, procedendo spediti verso un 1977 glorioso che li vedrà pubblicare un secondo album (Leave Home) e tornare in Europa – sui palchi svizzeri, olandesi, scandinavi, francesi e ovviamente inglesi – per oltre trenta date assieme a dei Talking Heads in procinto di esordire con l’epocale 77.

Nel frattempo, Londra s’incendiava punk: il 20 e il 21 settembre 1976 al 100 Club di Oxford Street si era tenuto il 100 Club Punk Festival, con in cartellone Subway Sect, Siouxsie and the Banshees, Clash, Sex Pistols, Vibrators, Buzzcocks e Damned. Questi ultimi bruceranno tutti sul filo di lana pubblicando poco dopo, il 22 ottobre, New Rose, primo singolo a fregiarsi ufficialmente della categoria “punk rock”. Circa un mese più tardi – il 26 novembre – vedeva la luce Anarchy In The U.K. dei Pistols, che il 1 dicembre solleveranno un polverone mediatico – esattamente quello che volevano – prendendo a male parole Bill Grundy nel suo seguitissimo show televisivo (furono chiamati all’ultimo momento per sostituire i Queen). Il punk è ormai un’epidemia, un terremoto.

Intanto, uno strano fenomeno instillava ulteriore angoscia negli abitanti della City: l’orologio del Big Ben si era inceppato da ormai alcuni mesi. La causa? Il cedimento di un componente che la notte del 5 agosto aveva provocato la completa distruzione del meccanismo del rintocco. La delicatezza e complessità dell’antico marchingegno rendevano impossibile determinare i tempi necessari per la riparazione. Probabilmente in quei giorni orfani dei rintocchi familiari qualcuno si sarà chiesto se il Big Ben sarebbe mai più ripartito: in mancanza di futuro, chi poteva averne la certezza?

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