Di bestie, destrutturazioni e contraddizioni
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Stefano Pifferi
- 22 Gennaio 2011
Eccola la generazione cresciuta a pane e mp3. Che ha accesso a tutto lo scibile musicale “orizzontalmente”, privo di nessi di consequenzialità cronologica e in cui l’hic et nunc è la somma del tutto. Humus immenso e atemporale che fa nascere progetti che se ne fregano di citare padri putativi perché questi non stanno su un podio distante e algido ma seduti lì, al fianco di ventenni spregiudicati che si scelgono nomi curiosi. Da belve che combattono rinoceronti, metaforiche forze brute, ancestrali che si scontrano però in discoteche venusiane, tra led e fiumi di azoto. Can, Chrome, Cabaret Voltaire seduti accanto a Fuck Buttons, Aa, Black Dice; Fennesz e Brian Eno a conversare amabilmente con Autechre, Pan Sonic e Suicide.
Uno spazio-tempo dilatato e vuoto, quello dei F!GAR. In cui tutto convive allo stesso tempo e in uno stesso spazio (non)fisico creando frattali sonori che si diramano in ogni direzione possibile. Contemporaneamente.
Così Matteo Moca (chitarra, voce effettata e altro), che insieme a Riccardo Gorone (chitarra, basso, theremin, oscillatori) e Andrea Lulli (synth, drum machine) completa il terzetto: In questi anni, peer to peer e affini hanno spalancato le porte della percezione, citando Huxley. La quantità di musica che in potenza possiamo ascoltare è infinita. Seppure non sia sempre un fatto positivo – si pensi alla elefantiasi produttiva e spesso acritica che va a scapito della qualità media –puoi scoprire qualsiasi cosa, da qualsiasi posto della terra. Essere influenzati da tutti gli artisti che hai citato, crea una voglia ancora maggiore di confrontarsi e di andare oltre, superare, ricercare e non essere mai appagati.
Non esercizi di necrofilia scorretta, dunque, quelli di Geben o Namegivers’ Avenue. Se il primo risultava più muscolare e ritmico, e il secondo vive di una smaterializzazione sonora di stampo concettuale, ad accomunare entrambi è la rielaborazione di input tra i più diversi messi al servizio di una sorta di ambient-noise da discoteca del terzo millennio. Percussivismo, dilatazioni post-kraut, ossessività electro, destrutturazioni art-wave dimostrano la dicotomica anima della band: Una spensierata, che danza sul mondo, ne apprezza la bellezza e le sue manifestazioni; l’altra sospettosa, poco convinta della bellezza che si manifesta, ma certa della bellezza nascosta. Una che apre gli occhi e fa brillare di luce splendente ogni cosa rendendola diamante; l’altra che raccoglie il carbone nell’oscurità e lo porge agli alchimisti. Una è la sfinge; l’altra è l’oracolo. In mezzo loro tre, a sviluppare queste contraddizioni.
