Conversioni e rinascite

La storia dei Father Murphy, fino ad ora, era racchiusa principalmente in un disco. Quel Six Musicians Getting Unknown (Madcap, 2005) che due anni fa fece conoscere la band ad addetti ai lavori e pubblico, consacrandone al tempo stesso l’estro compositivo e la creatività. Prima di allora la formazione di Treviso aveva funzionato più o meno come una comune, con una base fissa costituita da Federico Zanatta, Vittorio DeMarin e Chiara Lee e una cricca di musicisti nell’orbita del Madcap Collective – etichetta dello stesso Zanatta –, chiamati a fornire il proprio contributo in modo piuttosto flessibile. Erano nati così l’omonimo CD d’esordio e lo split con i Mrs. France When We Were Young The World Wasn’t In Your Hand (Madcap, 2004), episodi pubblicati più per mettere in ordine le idee che per aspirare ad una diffusione capillare, ma già orientati verso un suono innamorato di certa psichedelia-folk lo-fi e disposto a farsi contaminare. E’ proprio con il disco di cui si diceva in apertura che il progetto comincia ad assumere contorni più definiti e a muoversi in una direzione precisa. La formazione a tre è quella definitiva, le idee da prototipi si trasformano in brani strutturati, l’obiettivo punta sui deragliamenti del Barrett solista, le fughe elettriche dei Nirvana e certo folk minimale di scuola americana. Per un’opera che, nel mentre, riesce anche a suonare pop, per quanto in maniera sghemba e personale: “Era la prima volta che lavoravamo solo noi tre in uno studio di registrazione vero e proprio (il Bombanella Studio di Davide Cristiani, ndr). In quel momento per noi, la cosa importante era un po’ fissare quelli che erano stati gli ultimi due anni di prove e concerti che avevamo fatto in formazione allargata. Alla fine abbiamo venduto quasi mille copie, abbiamo fatto almeno centoventi concerti – di cui parte in Germania e Francia – e il lavoro fatto sul disco ci ha aiutati a conoscerci meglio come musicisti e ad affiatarci. Ognuno, insomma, ha trovato il suo spazio all’interno del gruppo.” Mille copie non saranno, in assoluto, una quantità esorbitante, ma guadagnano spessore se si considera il momento critico per la discografia, il fatto che si parla di una band sconosciuta ai più e quasi all’esordio e la totale mancanza di distribuzione. Del resto il feedback è positivo, tanto da creare un piccolo caso attorno al gruppo e a garantirgli un discreto seguito nei due anni successivi alla pubblicazione del disco. Un periodo di tempo che vede anche l’uscita dello split When Ground Figures Bless In Black Tutus (Madcap, 2006) in condivisione con Lorenzo Fragiacomo ma soprattutto testimonia lo sbarco in terra americana della band con Do The Sinister (Madcap-Box13, 2007), antologia contenente parte dell’ultimo materiale inciso.

Eppure, nonostante le soddisfazioni, nasce nei musicisti l’esigenza di crescere nelle aspirazioni e di evolvere il progetto in qualcosa di diverso “Dopo la pubblicazione del disco e dopo il tour, c’è stato un momento in cui potevamo mollare tutto, visto che non ci sentivamo più in crescita e fin dal principio i Father Murphy erano nati come progetto a termine. Per fortuna abbiamo trovato nuovi stimoli, che hanno portato a un rinnovamento del suono e della concezione generale. Tutti i gruppi che seguiamo e stimiamo, sono formazioni che hanno fatto del rinnovarsi il proprio asso nella manica. E noi questa cosa l’abbiamo capita dalla noia di trovarsi dentro a dei clichè. Il punto di svolta, forse, è stato l’Ep When Ground Figures Bless In Black Tutus, un disco che ci ha fatto prendere una boccata d’aria fresca in un momento particolare. Da lì è nato tutto il lavoro che ha portato al disco nuovo e al suono nuovo.

E siamo al presente, un presente che si chiama …And He Told Us To Turn To The Sun  in spazio recensioni -, nuovo episodio discografico della band in uscita il primo dicembre. Il terzo disco lungo a nome Father Murphy è una rivoluzione, a partire dall’idea di fondo – l’opera è un concept sull’eresia – fino ad arrivare alla struttura dei brani, ora legati l’uno con l’altro e poco somiglianti a canzoni tradizionalmente intese: “Alle spalle, fin dagli esordi, abbiamo sempre avuto una parte letteraria che in qualche maniera inquadrava il nostro lavoro, una parte letteraria che corrisponde con la Leggenda sulla formazione del gruppo. Per la prima volta, invece di rimanere in disparte, questa parte letteraria ci è sembrato che potesse emergere e diventare lei stessa la musica del gruppo. Buona parte di tutto il ragionamento è nata dal testo di Ave Lucifer, la cover degli Os Mutantes che abbiamo inciso per il disco-tributo alla band brasiliana – Jardim Elétrico, A Tribute To Os Mutantes (Madcap, 2007), ndr –, in cui si parla del perdersi nel bosco e dell’accettare le tentazioni. Nel nostro caso, la tentazione, corrispondeva con l’essere più “estremi”.”

E estremi lo sono, per lo meno rispetto al passato, dal momento che la musica contenuta nel disco elimina quasi del tutto la vena pop in favore di suoni scurissimi, dalla lentezza disarmante e da cui emerge prepotente quello che è sempre stato, fin dal principio, il pregio maggiore della formazione di Treviso: la capacità, cioè, di scrivere musica originale partendo da presupposti semplici e lavorando moltissimo sullo scambio e l’integrazione tra le parti:“Ognuno, sul nuovo disco, ha fatto un lavoro indipendente sul suono del proprio strumento. Chiara è tornata dalla Cina con percussioni tipiche, Vittorio ha lavorato sulla batteria – tenendola molto scarna –, io (Fedrico Zanatta, ndr) ho eliminato la chitarra acustica e credo che tutto questo si senta. La struttura dei nuovi brani, inoltre, richiede dal vivo molta concentrazione ed empatia tra di noi, proprio perché tutto è molto strutturato e legato. I brani sono in successione, i suoni sono una sorta di climax, il disco è un concept e ci sono al massimo un paio di punti in cui il pubblico, se vuole, può applaudire”. Lo scarto si sente, ed è evidente, tanto che ci viene da pensare che chi aveva apprezzato i Father Murphy per brani come Brain faticherà non poco ad abituarsi al nuovo corso. Una formula che, paradossalmente, sembra pensata per un mercato più abituato a sonorità poco accessibili come è quello americano e che forse, in Italia, potrebbe attirare qualche critica: “ Offrire il fianco alle critiche, comunque, per noi è una cosa positiva. Quando non ci sono critiche, allora c’è da preoccuparsi. Six Musicians Getting Unknown era una sorta di collezione di brani provenienti da periodi diversi della nostra storia, e quindi registrarlo è stato un po’ come scegliere le foto migliori tra tutte quelle scattate fino ad allora. Per questo disco siamo partiti da zero, abbiamo fatto tabula rasa di tutto quello fatto in precedenza, e la cosa ci è piaciuta molto. Alla fine abbiamo impiegato otto mesi per registrare il disco, tra una pausa e l’altra. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la cosa divertente è che, come abbiamo verificato durante l’ultimo tour, loro sono pieni di gruppi molto estremi e noi, per loro, eravamo un gruppo normale”.A tal proposito chiediamo loro come è andata oltreoceano: “Oltre le più rosee aspettative. Credo che ci abbia fatti crescere molto a livello di personalità. In più c’è un attenzione particolare, il pubblico è più interessato, compra dischi, ha voglia di scoprire cose nuove. E viene a sentire anche dei perfetti sconosciuti come noi.

Resta un fatto evidente, comunque, al di là dei giudizi di merito e delle considerazioni estemporanee: con…And He Told Us To Turn To The Sun ci si trova di fronte a un’opera capace di ridefinire il linguaggio di una band dalle fondamenta, virando verso un suono meno frequentato e, di certo, non troppo accondiscendente con i gusti dell’ascoltatore medio. Un coraggioso processo di ricostruzione e un rischio calcolato resi ancor più evidenti da concerti in cui si ripropone quasi esclusivamente materiale proveniente dalle ultime registrazioni e che, crediamo, la dicono lunga sull’onestà intellettuale e artistica dei Nostri.

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