Esplorazioni del sottobosco sperimentale piemontese: Alberi
-
Alessia Zinnari
- 8 Settembre 2014
Quando musicisti esperti, dal background di stampo classico, decidono di collaborare per dare vita ad un lavoro sperimentale, quello che ne esce fuori può risultare tanto complesso, quanto piacevole. È il caso di Alberi, prima manifestazione su disco dell’omonimo progetto dei piemontesi Alberto Barberis, alla chitarra classica (classe ’88, compositore e chitarrista, al momento impegnato tra formazione e lavoro di composizione in Svizzera) e Alberto Ricca alle macchine (classe ’85, noto ai più come Bienoise, nome col quale è uscito per la londinese Bitcrusher, la milanese MagmatiQ e la romana White Forest).
Registrato nello studio di Alberto Ricca, a Verbania, Alberi regala quaranta minuti di pura improvvisazione che sfiora la catarsi sonora. Tre tracce (Mai indossate, In vendita, Scarpe da bambino – voluto omaggio a Hemingway e alla sua sperimentale six-word novel For sale: baby shoes, never worn) frutto dell’ispirazione del momento, della composizione estemporanea e della destrutturazione ad opera di due menti che usano strumenti totalmente opposti, pur viaggiando sulle stesse frequenze. Un disco anti-tecnico, vicino alla dimensione live e al recupero di quello che normalmente verrebbe considerato “scarto musicale”, collocandosi come genere di frontiera difficile da racchiudere e da definire persino per chi lo crea.
Ai due Alber(t)i piace descriversi come un progetto che “si basa sull’improvvisazione tra il noise e l’acusmatico”. Detto ciò, sarebbe stato impossibile non concedere a questi eclettici personaggi una chiacchierata che non ha deluso, sforando addirittura il filosofico.
Alberi uscirà questo autunno per Floating Forest, etichetta indipendente e collettivo musicale con base operativa a Verbania, in Piemonte. Alberto (Ricca), tu che sei fra i fondatori di questa nuova realtà alternativa, descrivila per i lettori di SENTIREASCOLTARE: chi siete, come lavorate, a cosa puntate?
A.R. Il collettivo/etichetta Floating Forest è nato al momento opportuno. I rapporti tra me e Davide Merlino, percussionista e co-fondatore, erano diventati molto intensi, con frequenti registrazioni, collaborazioni notturne ed esperimenti vari. Era il momento di riunire idee e persone, ed abbiamo giudicato opportuno creare qualcosa che sfruttasse i nuovi canali per far arrivare questo genere di musica al pubblico. Aggiunti Andrea Cocco (batteria) e Federico Donadoni (contrabbasso) al nucleo operativo, è nata Floating Forest che, come hai ben accennato, è sia etichetta, che collettivo, che canale di promozione: come etichetta rendiamo pubbliche le registrazioni delle formazioni che gravitano attorno al progetto, come canale di promozione cerchiamo di dare visibilità e credito a realtà simili alla nostra, ai progetti dei nostri collaboratori e a quanto ci pare in linea con la nostra estetica.
Mi pare di capire che sia l’etica DIY a guidarvi nei vostri progetti. Solo che nel vostro caso non stiamo parlando di una crew hardcore, ma di un gruppo di persone accomunate da un background musicale di un certo livello, di stampo classico, dico bene?
A.R. E’ vero. Tutti i musicisti coinvolti hanno una formazione musicale completa; l’etica DIY a nostro modo di vedere ben si associa ad un genere musicale che vuole essere libero, ed ai canali che abbiamo deciso di sfruttare: i brani sono ascoltabili gratuitamente su internet, i dischi, con i nostri packaging ricercati, si possono acquistare con offerte libere ai concerti dei membri, e le formazioni, come detto, sono spesso fluide, anche per mantenere la spontaneità. Cerchiamo di curare con coerenza anche la parte grafica e fisica delle nostre uscite: stiamo sviluppando nuove idee con Andrea Buzzi, grafico torinese (e produttore elettronico sotto il nome di Sonambient), e quella di Alberi sarà davvero particolare.
Passiamo proprio ad Alberi. Perché vi definite un progetto piuttosto che un gruppo o un duo? E soprattutto, come vi siete incontrati?
A.R. Non trovo importante la definizione: è vero, siamo un duo, ma anche un progetto di due musicisti altrimenti indipendenti. La nostra collaborazione è più intensiva che estensiva, considerata la distanza e gli impegni di entrambi, ma abbiamo la fortuna di arrivare sempre alle stesse conclusioni anche quando seguiamo strade di pensiero differenti, e questo ha semplificato notevolmente la costruzione di un’estetica compiuta. L’incontro è stato dei più fortuiti, come nelle migliori storie d’amore: ero stato contattato per una serata al Rat a Torino, in veste di Bienoise, durante Halloween di due anni fa. La cosa strana è che mi fu chiesto di adattare il mio live alla presenza di un chitarrista acustico: invece di rifiutare una richiesta così anomala, accettai, incuriosito dall’esperimento. Alberto ed io arrivammo alla serata senza esserci mai incontrati. Lui mi aveva fornito delle indicazioni su quello che avrebbe voluto fare, io delle versioni adattate dei miei brani così che potesse fare delle prove, e suonammo. Fu un successo imprevisto ed esaltante, ma soprattutto mi permise di fare la conoscenza di un musicista straordinario e di una persona adorabile.
A.B. Alberi è stato musica, direttamente, senza troppe parole, senza attese, senza ore di sala prova, e soprattutto senza estetiche altre se non quella germogliata direttamente su un palco. Per questo Alberi non è nient’altro che un luogo di incontro tra due musicisti e sperimentatori , affascinati da quel che di inatteso e imprevedibile si può celare ancora dietro la musica e che forse solo nel luogo dell’improvvisazione può davvero prendere vita.
L’improvvisazione è dunque la linfa vitale di Alberi?
A.R. Sì, il progetto Alberi nasce come progetto d’improvvisazione e tale vogliamo che rimanga, sebbene operando un’attenta selezione dei materiali e delle direzioni da intraprendere . Una volta convenuto il tipo di ritmiche, organizzati i materiali e le armonie coerenti con l’estetica di fondo, il resto è totalmente libero e non concordato, basato sull’interplay e su una genuina fetta di casualità.
A.B. Io dalla mia posso dire che mi annoio in fretta: venendo da una formazione classica, ammetto di essermi stancato di suonare musica scritta da altri. Per questo motivo ultimamente passo il tempo a scrivere per strumenti che no so suonare, oppure ad improvvisare con la mia chitarra. Improvvisare è un po’ come suonare quello che non si conosce pur sapendo di saperlo fare: una forma di composizione istintiva, in cui la testa e la tecnica devono fare un compromesso con il real time. Il compositore è prima di tutto un improvvisatore. Per Alberi abbiamo registrato il disco in poche sessioni di improvvisazione, senza avere idea di quello che sarebbe saltato fuori. Il risultato è stata una piacevole sorpresa, in grado di far vivere gli angoli più sconosciuti di due mondi apparentemente lontani (quello delle componenti elettroniche del computer e quello del legno della mia chitarra). Il tutto senza presunzione, senza eccessivo lirismo o eroismo, ma con slancio e coraggio, questo sì!
Dove e come avete registrato questo vostro primo album?
A.R. Anche Alberi, come la maggior parte del catalogo Floating Forest, è registrato e prodotto alla Casa Blu, il mio studio (che è anche casa mia). La registrazione è ambientale, come se stessi riprendendo un duo acustico e non della musica elettronica. Questo porta ad una patina di bassa definizione, all’interno della quale è possibile percepire lo spazio fisico della stanza, e in cui tutto risulta fuori fuoco. Abbiamo voluto anche mantenere diversi “errori” di registrazione che comunque si integravano in modo organico con l’esecuzione. Al di là della selezione dei brani, non ci sono tagli: accettiamo la possibilità di pubblicare anche degli “errori”, perché consideriamo più grave interrompere il naturale sviluppo della narrazione.
Parlando di quello che fate, non si possono non mettere in campo termini quali “noise”, “lo-fi”, “sperimentale”. Che rapporto avete con queste definizioni? Mi spiego meglio: vi siete costruiti un’idea personale di questi concetti, o preferite lasciare che questi termini parlino da sé, come unico modo per definire musica “strana”?
A.R. Non riesco a definire sperimentale la musica di Alberi: partiamo da basi sicure, tecnologie definite e controllate, e non c’è un approccio né alla “scrittura”, né alla direzione, che abbia alcunché di stupefacente. Senza dubbio invece c’è un po’ di noise e molto lo-fi, nelle loro declinazioni più malinconiche ed atmosferiche: la nostra musica non vuole essere oscura o aggressiva, ma raccontare storie di stanze vuote polverose ed inondate dal sole. C’è anche parecchio di acusmatico nella scelta dei materiali coi quali lavoro io elettronicamente. Non vuole neanche essere musica “strana”, o almeno speriamo che rimanga accessibile anche per i non addetti ai lavori: credo che la chitarra di Alberto, ed il suo stile sporco e caldo, svolga un ruolo fondamentale in questo. Io mi sono limitato a costruirci attorno una cornice che la valorizzi.
A.B. Io fino a pochi anni fa ero attratto profondamente dalla pulizia e dalla precisione calcolata. Ho studiato per anni la chitarra classica “filtrando lo spettro”, cioè eliminando il più possibile quelle componenti “rumoristiche” e inarmoniche che caratterizzano la produzione di un suono. Forse volevo imparare la tecnica per potermi pulire in futuro la coscienza. [ride ndr] Ma oggi avviene esattamente il contrario: cerco suoni ricchi di informazioni e imperfetti. Questo mio duplice interesse estetico è evidente dall’ascolto del disco, in cui si è perennemente in bilico tra i suoni elettronici più magmatici e indefinibili e il limpido vibrare di una corda di nilon tesa sul legno.
Artisti o influenze di riferimento?
A.R. I nomi che mi hanno influenzato coscientemente nella definizione dell’estetica di questo progetto sono gli Autistici, con la loro micro musica concreta; gli Oval, per la loro texture sonora vivace ma profonda; William Basinski, mia grande ispirazione generale e di fondamentale importanza per la definizione del clima “pastorale” di brani come Mai Indossate. I Boards of Canada sono uno dei motivi per cui faccio elettronica, e forse sono ancora più avvertibili del solito in questo progetto.
A.B. Non vorrei che Alberi si rifacesse ad un’estetica definita. Tutto quello che ho ascoltato e suonato nella mia vita influenza il mio contributo al progetto (dal contrappunto barocco al blues, dall’elettronica “colta” a quella “underground”, dalla musica da strada alle avanguardie storiche, al tardo-romanticismo wagneriano). Se dovessi dire quale musica ispira maggiormente le mie produzioni dovrei menzionare il rigido strutturalismo delle avanguardie post-weberniane, come anche alcune esperienze italiane legate al lo-fi (vedi Fausto Romitelli). Ma con Alberi si parla di improvvisazione, non di musica scritta.
Quanto conta la dimensione live per Alberi e quanto quella in studio?
A.R. E’ difficile rispondere a questa domanda, perché non esiste una reale differenza nell’approccio: i brani su disco sono selezioni di quanto è riuscito bene durante le sessioni in studio, e rappresentano i momenti in cui è successo quanto doveva succedere. Le nostre improvvisazioni partono da una grossa riflessione su quanto funzioni all’interno dell’estetica che vogliamo incarnare, e su quanto invece non funzioni e vada evitato: unendo elettronica e suonato è troppo facile voler fare tutto, urlare sempre, e finire per non raccontare davvero nulla di nuovo. Senza avere la pretesa di essere rivoluzionari, abbiamo almeno cercato di essere coerenti.
A.B. Credo che le due dimensioni coincidano. Ogni improvvisazione potrebbe entrare a far parte di un disco, proprio perché ogni esecuzione è un flusso auto-generativo in mutamento continuo.
Definirei la vostra musica come molto “visiva”. Avete in mente visual da abbinare al disco? Quali sarebbero le atmosfere perfette per rappresentare questa prima uscita?
A.R. Sì, senza dubbio concordiamo sull’opportunità di completare il senso dei nostri brani con delle immagini. E’ musica che vuole suggerire una storia, come è evidente anche dai titoli, ed è giusto che il focus rimanga su di essa e non su quanto sta accadendo tecnicamente. Accompagnare la musica alle immagini è un modo sicuro di porre un velo tra di noi e l’ascoltatore ed aiutare la costruzione del senso. Mi piacerebbe che anche le immagini fossero vivaci ed estemporanee, in grado di aumentare e commentare dinamicamente l’esperienza: è musica calda e narrativa, le immagini possono aiutare a cancellare anche quella sensazione di distante astrazione che a volte si insinua.
A.B. Stiamo curando la realizzazione di alcuni video che possano accompagnare le tracce di Alberi. Più che le immagini, sono i processi che le accompagneranno ad interessarci. I colori sono opachi, qualcosa di molto vicino al respiro della terra, qualcosa di inaccessibile. Detto questo, non vediamo l’ora di cominciare a girare con il nostro live in modo che sia la gente a raccontarci come ci percepisce, dandoci nuova ispirazione per crescere e trasformarci.

