Elogio della diversità
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Diego Ballani
- 9 Settembre 2013
Se non sono il segreto meglio custodito dell’underground italiano, poco ci manca. Attivi da più di dieci anni, da circa otto pubblicano per etichette quali S-S e Sacred Bones, al cui immaginario criptico, almeno inizialmente, erano legati. Eppure degli His Electro Blue Voice si parla solo ora. A settembre esce il loro primo disco e a pubblicarlo sarà Sub Pop. Sì quella, Sub Pop. Non siamo più nei primi anni 90, ma l’etichetta americana resta fra le migliori scopritici di talenti a livello mondiale, con un roster che non è mai stato così variopinto.
Ad introdurci agli HEBV è Andrea Napoli, che oltre ad essere uno dei fondatori del progetto e a dirigere l’etichetta Avant! Records, è da anni collaboratore di SA. Lui e Francesco Mariani si conosco sin dagli anni 90. Vengono dal giro dell’hip hop, anche se quando si formano gli HEBV, nei trardi 90s, sono già gruppo rock tout court. I contorni del progetto iniziano a definirsi con il nuovo secolo. Negli anni la formazione si stabilizza intorno a Francesco e Andrea.
Il primo 7”, Fog, esce nel 2007 ed è un’oscura miscela di wave bituminosa e lo-fi, lower punk dai bordi metallici. Blank Dogs è il nome di riferimento, ma si scorgono personalissime divagazioni psichedeliche che estendono gli orizzonti del progetto. Il secondo lavoro è uno split realizzato insieme ai francesi Nuit Noire. Si tratta anche della prima uscita del catalogo Avant!. “Era un pò di tempo che avevo idea di dar vita ad una piccola label e quella mi è sembrata l’occasione più appropriata“. Da allora le uscite del catalogo si sono moltiplicate, mentre gli HEBV hanno continuato a produrre singoli ed EP per Sacred Bones, Holidays e Brave Mysteries. Nel frattempo, Andrea si è trasferito a Bologna, lasciando le redini del gruppo in mano a Francesco. Oggi è lui la mente del progetto (a cui si è unita in pianta stabile la bassista Claudia Manili) ed è lui che abbiamo contattato per farci raccontare qualcosa in più della band e delle sue aspirazioni.
Arriviamo subito al nocciolo della questione: Sub Pop. Come è arrivato il contatto?
Il contatto è arrivato la scorsa estate, casualmente proprio quando ci trovavamo in studio per registrare il primo LP. A differenza delle pubblicazioni precedenti, non sapevamo chi ci avrebbe aiutato a far uscire il disco. Abbiamo detto “registriamo, poi si vedrà”. Diciamo che è stata una bella botta di culo. Da lì in poi abbiamo continuato a sentirci con un ritmo di mail molto fitto per i nostri standard. Prima, per chiudere un qualsiasi singolo o EP, ci si scambiava una dozzina di mail e si arrivava al punto. Da quando siamo in contatto con loro, ogni due giorni ci sentiamo per organizzare il tutto nella maniera migliore. Questa professionalità mi ha sorpreso parecchio in maniera positiva. Per quanto mi riguarda, trovo che sia un’esperienza molto istruttiva capire come si muove una label affermata con un bel pò di anni di lavoro alle spalle.
Vi siete chiesti quali sono gli elementi che hanno portato quelli dell’etichetta americana a scegliere voi? Voglio dire, benché oggi Sub Pop non abbia un sound di riferimento, voi siete piuttosto diversi dagli altri artisti del roster.
Non abbiamo praticamente mai suonato live; il brano più cliccato su You Tube ha 2000 ascolti dopo 3 anni da quando è stato caricato. Penso che la coerenza sia stata la carta vincente fino a quest’ultimo passo e che Sub Pop abbia avuto voglia di mettere in mostra un progetto del genere e farlo emergere. Di certo dobbiamo molto alle uscite in 7″ e 12″ per S-S, Avant!, Sacred Bones, Holidays e Brave Mysteries. Senza queste uscite non so quanto sarebbe stato facile emergere nelle galassie underground che ci circondano.
Come sono cambiate per voi le cose dopo l’annuncio del passaggio all’etichetta americana?
Più che altro, adesso esistiamo anche per chi prima non ci calcolava. Siamo presi un pò più sul serio. Potrei dire che ora siamo sulla mappa di un certo sottobosco del giro post punk, noise e via dicendo.
Mi colpisce molto che non solo non ci siano band simili a voi all’interno di Sub Pop, ma anche il fatto che neppure in Italia, probabilmente, ci sia una scena (geografica o meno) a cui voi siate riconducibili.
Si, più o meno. Ovviamente dovrei conoscere tutte le band esistenti per affermare ciò, ma comunque trovo il nostro progetto un bel miscuglio di influenze ed accostamenti non eccessivamente scontato. Spesso è bello che un brano parta in una maniera è poi, sullo stesso giro di tre accordi, sembri totalmente evolvere in un’altra canzone. Questo mi diverte parecchio. Trovo che sia la chiave per capire HEBV al meglio.
So che, almeno inizialmente, il vostro era solo un progetto da studio. Com’è cambiato il vostro atteggiamento in proposito?
La formazione è cambiata nel tempo. All’inizio c’era Mattia al basso, prima che subentrasse Claudia. Nei primi anni ci si vedeva sempre, ma non eravamo tanto capaci di suonare; ci frequentavamo per la passione in comune per i graffiti. Successivamente, quando abbiamo inciso il primo 7″, lo split e dopo il singolo per Sacred Bones, Andrea si è trasferito a Bologna, ma a parte questo, avevamo cinque canzoni e basta, nonostante i tre singoli alle spalle. Non avevamo altri brani da suonare; quello che abbiamo inciso era l’unico materiale presentabile ad un ipotetico pubblico. Direi anche che siamo stati fortunatamente viziati dal fatto che ogni canzone che incidevamo veniva stampata, dunque ci siamo sentiti sempre attivi sotto un certo aspetto, anche se magari non suonavamo per metà anno, neanche in sala prove. Ora finalmente ci siamo dati una scossa e siamo pronti. A settembre cominciamo. Anche qui, un passo alla volta.
Da quello che ho letto, nascete con un’impronta nettamente DIY, avete giocato con l’oscurità e puntato a creare un network sotterraneo di fan fedeli, piuttosto che a campagne pubblicitarie indiscriminate. Come si evolve adesso il vostro progetto?
Trovo che correre troppo veloci non aiuti. Almeno nel nostro caso è andata bene così. Io mi sono trovato in questa cosa, forse lo riesco a capire meglio ora. Aver evitato colpi di testa e mandare tutto a puttane per poi ritrovarsi a dover ripartire con qualcosa di nuovo, spesso con persone sbagliate. Il progetto è ancora in vita grazie a questa mentalità. HEBV è un pò come l’hip hop che ti tirava fuori dal ghetto. Ci sono troppo affezionato, ed è la mia ancora di salvataggio, nella quale mi rifugio se qualcosa va male. Dunque non può morire.
Prima di parlare del disco in senso stretto mi piacerebbe per voi, come singole persone, fare un simile salto di qualità. Quali sono i sacrifici, visto che si presuppone che la musica sia l’occupazione principale nelle vostre vite?.
Lo è per me, nonostante non ci sia chissà quale sbattimento che possa mandare in crisi una persona. Per ora di tempo libero ne ho ancora. Mi piacerebbe che riuscisse ad occupare ancora un pò del vuoto che mi rimane.
Passiamo a Ruthless Sperm. Mi parli della sua genesi, di come è stato registrato e come si distingue dai vostri precedenti lavori?
Per me Ruthlless Sperm è la naturale continuazione di quello che c’è stato prima. Non è né un nuovo inizio, né un passo indietro. L’ideale è prendere le canzoni di RS, mischiarle con quelle vecchie e mettere random. Sono setti pezzi, ognuno con la propria identità, senza cercare di ripetere la stessa formula del brano precedente. Se non avessimo fatto questo disco, ci saremmo ritrovati con quattro dei brani di Ruthless Sperm su di un 12″ e altri quattro divisi in due 7″. Un pò quello che è successo tra il 2009 e il 2010 con Dead Mice, Zum, Wolf, Worm, Animal Verses e Black Veils: potevamo fare un LP, invece sono state tutte sparse in vinili di breve durata. Ultimamente abbiamo messo in free download il vecchio materiale, per cercare di far comprendere (a chi è interessato) il passato e lo stile di scrittura, così che Ruthless Sperm non sembri un disco senza capo ne coda. Il disco è stato registrato nella provincia di Como con le riprese di Freddy, dopo aver fatto un bel po’ di registrazione demo con l’otto piste, a casa. I pezzi meno ripetitivi sono stati messi in fila e riprodotti in studio, per cercare un bilanciamento di suoni. La classica cosa che si fa in studio: cercare di rendere il tutto omogeneo (anche se a volte è un errore). Tante tracce le ho poi importate dal mio registratorino, perchè mi piaceva come erano venute sul tavolo di casa. Ti affezioni così tanto che è inutile riprodurle. Vanno bene gli originali fatti in casa. Quando comincio a capire che l’energia del demo si sta perdendo, mi innervosisco e di conseguenza tutti si innervosiscono, si riparte da capo, cercando di ricreare una serenità da studio.
Il vostro sound, spesso descritto come gotico, mi pare arrivi ad una singolare fusione di new wave angolare alla Killing Joke, certo alternative anni ’90 che flirtava con l’industrial, ma anche un sano dinamismo punk. Vi ritrovate in questi riferimenti?
C’è il punk, c’è il garage, c’è il dark, c’è il krautrock, c’è il noise, c’è la wave inglese, la roba americana (che è il taglio che preferisco, in termini di cattiveria e di genuinità) e un po di psych qua e là. A parte i gruppi classici inglesi come i primi Pink Floyd, Warsaw, Smiths, il giro Sarah Rec. e i tedeschi, il resto arriva tutto dall’America. Per le influenze esplicite: Wipers, Flipper, Doors, Stooges, Feelies, Big Black, Husker Du, Sonic Youth, Christian Death, Nirvana etc. sono le basi su cui puoi creare cento stili diversi. Chiaramente questi sono i super classici, apprezzo anche tante band contemporanee, ma se mi devo rifare a qualcosa, cerco sempre di andare a pescare le robe vecchie e reinterpretarle a modo mio, piuttosto che andare a prendere spunto dal gruppo nuovo che si rifà pure lui al passato.
La presentazione di Ruthless Sperm che viene fatta sul sito di Sub Pop, mi sembra rifletta una visione piuttosto negativa della condizione umana. Anche i testi si soffermano su questi temi? So che sei tu, Francesco, l’autore dei testi. Che rilevanza rivestono all’interno del progetto e quali sono i tuoi punti di riferimento culturali?
A parte la delirante e apprezzabilissima presentazione di Sub Pop, nei testi non parlo mai di attualità esplicita né di politica, non ne ho mai parlato. L’unica persona a cui devo dare contro sono io, per la maniera in cui assimilo le cose. Automaticamente i testi parlano di come assimilo e rivivo le esperienze. Più o meno dico le stesse cose dal primo singolo. I testi sono lo zoccolo duro. Mi piace mettere il testo come se stesse nel silenzio, accompagnato spesso da un riff che non cambia mai, per poi dare spazio alle strumentali che vanno dove vogliono. Musicale o no che sia, il testo per me è importantissimo. Infatti da sempre mettiamo i testi stampati nelle uscite. Poi ovviamente sono il primo che quando ascolta canzoni di altri fantastica pensando che i testi, a braccetto con le musiche, dicano quello che voglio io, nonostante stiano dicendo tutt’altro. In pratica sento quello che mi fa più comodo, per mio piacere personale. Un classico.
Più in generale, quali sono gli album, i libri, i film e le opere necessarie a comprendere fino in fondo l’universo degli HEBV?
Di necessario non c’è nulla. Di dischi te ne saprei dire fin troppi (ma penso che ci siamo capiti, con la lista di band di prima), film qualcosa di meno, libri ancora di meno. Dato che parlo sempre di classici, di libri direi: La Luna e i falò di Pavese, Furore di Steinbeck. Per quanto riguarda i film La morte corre sul fiume di Laughton, la doppietta del ’57 di Ingmar Bergman Il settimo sigillo e Il posto delle fragole, qualcosa di Hitchcock, Shining, L’allenatore nel pallone. Sono solo cose che mi piacciono personalmente, possono anche non avere a che fare con HEBV.
