Casino Royale. Alioscia e il trentennale di “Sempre più vicini”: tra classicismo black e futuro
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Bizarre
- 24 Dicembre 2025
Alioscia non è uno da lasciarsi andare alla nostalgia; c’è da scommettere che nel suo concetto ideale di Casino Royale, la celebrazione di un album pubblicato trent’anni fa non è certo una priorità. In realtà, tutta la storia della band milanese racconta di una tensione tra classicismo black e voglia di guardare verso il futuro, che negli anni ’90 si è espressa al meglio in tre dischi fondamentali, usciti tra il 1993 e il 1997: Dainamaita (una delle più credibili risposte italiane alla stagione del crossover), Sempre più vicini (l’acquisizione delle sonorità elettroniche che stavano rivoluzionando il suono UK) e CRX (che riprendeva il sound del suo predecessore e lo ampliava ulteriormente). Il trentennale di Sempre più vicini è il pretesto per una ristampa che la Universal ha allestito nei giorni scorsi; parte da lì la nostra chiacchierata con Alioscia.
Cosa ne pensi di questa ristampa, è un’iniziativa che condividi?
È una cosa che nasce come iniziativa commerciale, guidata dalla casa discografica. Perché è vero che per attitudine io non amo guardare indietro. Io voglio capire: Cosa posso essere oggi? Cosa posso essere domani? Per cui, pur non rinnegando niente, non mi va di celebrare un tempo che oltre ad aver rappresentato una bellissima avventura riapre anche una finestra su un passato, con le sue relazioni complesse, le sue aspettative di vita, che mi sono ormai lasciato alle spalle.
Questo non vuol dire che in questo momento io non apprezzi tutti i feedback positivi, le dichiarazioni di stima, i riconoscimenti. Grazie a questo trentennale per la prima volta si riparla diffusamente di Casino Royale, e sia chi mi intervista che quelli che commentano ci giudicano come un gruppo che ha lasciato un segno nella scena italiana di quegli anni, e questo disco sarebbe la punta più alta del nostro lavoro degli anni ‘90, che è una trilogia che va da Dainamaita a Sempre più vicini e CRX. Per cui penso che sia anche propedeutico a raccontare quello che i Casino Royale sono ancora oggi, cioè un gruppo attivo che ha mantenuto la propria attitudine.

Quindi c’è una continuità tra quello che significò quel disco e quello che fate oggi?
Ci muoviamo ancora seguendo quella stessa filosofia, seguendo lo stesso filo narrativo. Le canzoni di Sempre più vicini e di CRX, riproposte oggi, sono pezzi che hanno tenuto il tempo e che possono essere inseriti in un contesto contemporaneo. Magari non tutti, ma la maggior parte sì, incredibilmente, anche se sono stati scritti trent’anni fa.
Su questo sono assolutamente d’accordo. Infatti, volevo chiederti come spieghi che questi dischi siano invecchiati così bene, perché mi ricordo come ai tempi fossero molto contemporanei all’attualità degli anni ’90, a quello che era il suono del momento. Eppure, riascoltandole, sono rimasto stupito da come tante canzoni suonino fresche ancor oggi, siano assolutamente ascoltabili e non diano affatto l’impressione di essere vecchie di trent’anni.
Quello che nacque trent’anni fa fu fatto in funzione della nostra urgenza e della nostra curiosità. Abbiamo seguito il nostro intuito e non c’è mai stato un over thinking, cioè un progetto studiato a priori in funzione del risultato. Dopo, a mente fredda, magari abbiamo cercato di immaginarci delle cose che potevano essere giuste in quel momento, però non funziona mai così. Io penso che ci siano delle variabili che sbaragliano il tavolo della programmazione in funzione del mercato, del pubblico.

Probabilmente bisognerebbe saper bilanciare istinto e razionalità. Però è una cosa difficile, per riprendere il titolo di una vostra canzone storica…
Esatto, deve succedere, non è una cosa che puoi preparare a tavolino. All’inizio i nostri pezzi erano molto black rock, con delle parti un po’ più sospese, giusto qualche campionamento. Fondamentalmente Anno zero era quella che è. Sempre più vicino idem, più o meno la stessa cosa con delle sonorità diverse, senza quelle arie fredde, gelide, un po’ mitteleuropee, inglesi. È chiaro che in fase di produzione Ben Young ha fatto una cosa pazzesca, un remix magico dei suoni. Pezzi come Guarda in alto o Suona ancora erano ancora molto rock, per cui quando siamo arrivati in studio è stata una battaglia, uno shock, una sorpresa, una rivelazione… c’era anche tanta perplessità, la consapevolezza di aver fatto qualcosa che anche per noi era nuovo, come lo era anche per Ben Young.
Ma alla fine questa svolta elettronica nel suono, chi è che l’ha voluta?
Ma guarda, noi siamo entrati in studio come gruppo rock, quello eravamo. Ma al contempo abbiamo preso un produttore perché volevamo anche avere un suono bass potente, capito? Ci piaceva proprio l’impatto quella roba dei 40 hertz, era un nostro obiettivo. Ma ad esempio, non avevamo capito che quei bassi li fai con delle tastiere, e non con un basso. Tant’è vero che, quando siamo arrivati, Alessio Manna, il nostro bassista, ha visto che per fare i bassi si usavano le tastiere, e per lui è stata una mazzata. Idem per Ferdi, il batterista. L’unico che si è salvato è stato Michelino Pauli, che era l’uomo del campionatore, per cui ha giocato tirando fuori i suoi campioni, imparando peraltro molto. Come tutti noi, d’altronde: nell’album ristampato c’è anche il live 1996, che ti fa capire bene come eravamo riusciti, in solo un anno, a incorporare il suono elettronico anche dal vivo.

Riesci a delineare una linea di evoluzione nella trilogia degli anni ’90?
Riesco a vedere chiaramente delle costanti. Dei giri di basso, delle linee vocali che vengono dal reggae o comunque da dei classici giamaicani… alla fine la nostra identità è sempre stata quella. C’è un filo rosso che lega quel tipo di musica giamaicana alle nostre esperienze, quelle che più o meno arrivano dalla new wave o da gruppi come possono essere stati i Clash, no?
Che poi ti ritrovi nel sound dei Gorillaz o gli Specials che poi fanno le cose con Tricky. O ancora i Fishbone che erano un gruppo ska quando facevamo ska noi nell’87, e poi sono diventati un gruppo black rock – crossover. Cioè, c’è un DNA comune che ritrovi in questo percorso, che va da gente a cui piace l’hip hop, il dub, il reggae… come nella prima versione dei Massive Attack quando si chiamavano Wild Bunch, il primo drum’n’bass della Ganja Crew… per noi il cambio di paradigma è stato Sempre più vicini, il primo disco fatto con un produttore esterno. È stata tosta, ma ce l’abbiamo fatta.
Il vostro ultimo disco, Fumo, per certi versi ha qualche legame con la trilogia, vero?
Nella costruzione un po’ caotica può sembrare un po’ Dainamaita, anche se ovviamente nei momenti cinematici e sospesi è sicuramente più simile a certe cose di Sempre più vicini e CRX, nel senso che è un disco di bass music. Si tratta comunque in fondo di elementi che hanno origine nella tradizione elettronica UK, e il produttore di questo disco, Clap! Clap!, è un personaggio molto eclettico e aperto per saperli interpretare rispetto a quello che facciamo noi, dandogli un boost contemporaneo senza snaturarci. È un disco che ci ha fatti tornare un po’ tutti a casa, ci sono pezzi che comprendono di tutto, il dub, le cose sperimentali e mature, le scelte particolari che facemmo al tempo di Sempre più vicini.
D’altronde ti ricorderai, quando quel disco uscì trent’anni fa sembrava il disco di un altro pianeta, no? Era quella la sensazione. Figurati che, quando siamo arrivati a Londra a mixare, pensavamo di cavarcela in fretta, il disco era fatto e dovevamo solo fare l’ultimo passaggio. Poi lì in studio abbiamo trovato due cassette, le cassette di due artisti che erano passati di lì e avevano lasciato una traccia di quel che avevano fatto.
Erano Maxinquaye di Tricky e Post di Björk, questa con quel pezzo fantastico, Army of Me. E solo in quel momento abbiamo realizzato che comunque eravamo dentro a un tourbillon di suono, un movimento di cui anche noi potevamo far parte. Non vuol dire che ci siamo sentiti dei pionieri, vivevamo quello che accadeva senza farci troppe domande sul domani…

È quello che si diceva prima, no? Che ci vuole una buona dose di spontaneità affinché le cose funzionino. Ricordo benissimo che ai tempi chiunque faceva dischi di elettronica perché era la gran moda del momento, specialmente in Inghilterra; ma si capiva subito chi lo faceva per inseguire un trend e chi ci arrivava con naturalezza, perché gli veniva spontaneo fare quella cosa.
Infatti. Noi, ogni volta che abbiamo provato a fare le cose preordinate, non hanno funzionato. Innanzitutto, abbiamo cominciato a litigare tantissimo tra di noi. Subito, e ancora di più dopo la dipartita di Giuliano. C’era quest’ansia di dover fare le cose con la nostra attitudine, ma c’era anche la preoccupazione di fare qualcosa che piacesse, la canzone che vada in radio, perché dai Casino ci si aspettava anche quello. Il risultato è stato che in dischi come Reale o Io e la mia ombra ci sono alcuni pezzi della madonna, ma ce ne sono altri totalmente incompiuti. Pezzi con un suono visionario, e altri che non hanno il sound giusto per quel periodo storico.
Invece questa volta non c’è stata nessuna pressione, abbiamo delegato molto ma ci siamo anche concessi molta libertà di espressione. Poi magari le cose sono passate da una mia supervisione o giudizio, com’è naturale, no? Mi piace, non mi piace, me lo immaginavo più così… senza stress però, dal momento che non avevamo nessuna pressione, nessun interesse. E guarda caso quando agisci così vengono fuori lavori che arrivano, che sorprendono. È chiaro che Fumo non sarà il disco che ci rende famosi, che va per radio e ci rende mainstream. Però per chi è appassionato di musica, appassionato di Casino Royale, questo è un disco serio, fatto bene dalla A alla Z, non c’è niente da cambiare. Un disco apparentemente molto complesso ma che è fatto di cose molto semplici.
Nei vostri live recenti, avete continuato a proporre pezzi dal repertorio anni ’90?
Ma certo. Con questa nostra caratteristica di cambiare spesso pelle abbiamo riarrangiato i pezzi decine di volte. Magari anche seguendo le cose più up to date, non so, ci intrippavamo di dubstep e facevamo Ogni singolo giorno in chiave dubstep. Non c’è niente di male. Anzi, mi sembra un bel banco di prova per vedere se una canzone sta in piedi a prescindere dall’arrangiamento. Non conta solo l’atmosfera, noi abbiamo sempre suonato dei pezzi.
Chiaramente ci sono delle selezioni, non è che facciamo qualsiasi cosa. Ma è anche uno stimolo a spingerci un po’ oltre i nostri limiti. Ad esempio, per il prossimo tour faremo una specie di concerto ibrido tra quello che facciamo adesso e un Sempre più vicino “Reloaded”, mi capisci? Ci saranno più o meno sette brani su nove da quel disco. Che possiamo risuonare tranquillamente e che fanno la loro figura. Anzi, quando mettiamo quei pezzi in scaletta, ti rendi conto di quanto siano padri delle robe che raccontiamo adesso, perché spesso seguono la stessa linea, la stessa tematica di narrazione.
Se ci pensi, il mio filone di riflessione è un po’ sempre quello, da Dainamaita in poi. C’è un po’ la politica internazionale, un po’ la città, un po’ il tema della solitudine, dell’unicità, dell’isolamento… del noi rispetto alla comunità. Io posso anche ammettere che delle volte faccio fatica a scrivere. Ma cazzo… se guardi a quello che ho scritto trent’anni fa, vale ancora adesso.

Anzi, è ancora peggio: in un disco come Polaris (del 2021, quello che precede immediatamente l’ultimo, ndr) riprendo questi stessi temi; è un disco forse minore ma a me piace molto, un pezzo come Tra noi può apparire come un’autoanalisi, ma parla anche dell’ansia del futuro, di aver perso i punti di riferimento, e di ritrovarsi come comunità per andare nella direzione giusta.
Poi è ovvio che possano piacere e non piacere, che ci si consideri un gruppo impegnato o meno. Però a volte sento considerazioni assurde, ad esempio mi hanno detto che in Novanta di Valerio Mattioli siamo descritti come un gruppo che ha fatto dischi del cazzo ma tutto sommato è in buona fede. E allora capisci che in certi ambienti noi siamo sempre stati percepiti come il gruppo di Milano un po’ glamour, un po’ fighetto, di tendenza. Senza pensare che fin dall’inizio io ho cominciato con una narrazione che, mi imbarazzo a dirlo, ma è stata fottutamente profetica. Quello che sta accadendo adesso, io lo raccontavo trent’anni fa. Guarda i testi di Jungle Jubilee, White Sun o Tam-tam Party, che parlavano dell’uomo occidentale che dà un’opportunità al terzo mondo. O Metallo giallo su Dainamaita che è un pezzo sul colonialismo, che adesso è diventato un trend. Cioè, io più che fare i dischi che cazzo devo fare?
Probabilmente la vostra origine milanese non sempre vi ha aiutato…
Ah, di sicuro. Ma questa gente che si arroga il diritto di dirti se sei stato utile o meno utile… per piacere. Gente che parla delle robe dei centri sociali… Personalmente io ho gestito per 13 anni un centro sociale, una casa occupata, cercando di stabilire un modello diverso dagli altri modelli che c’erano. E avevo 23 anni, che cazzo mi devi insegnare? Mi devi venire tu a dare i voti? Dai…
Non so se questo abbia a che fare col fatto che venivamo da Milano. La verità è che noi comunque eravamo anche un gruppo. Fatto da borghesi, fatto da proletari, fatto da aristocratici, e fatto da disperati. C’eravamo.
E nel 2026 i Casino Royale ci sono ancora.
