Norwegian hauntology

Si è fatto un gran parlare della stagione ’90 ’92 ultimamente. Con gli Orb, e il loro dignitoso Metallic Spheres in compagnia di David Gilmour per l’ambient house, ma anche per quel Where Were You In ’92, album manifesto di un certo revival ’ardkore ai tempi del wonky. Inoltre si è parlato – e si continua a parlare – di Daniele Baldelli, della riscoperta della cosmic disco e della tribale della Baia degli Angeli, della space disco nordica, la disco music con Hot Chip e Scissor Sisters. Recentemente poi, gente come Francesco Tristano ha dato nuova linfa all’house “suonata” di gente come Claudio Coccoluto e Carl Craig portando studi classici e jazz nei groove e nella cassa in quattro, dentro e fuori la deepness dell’anima. E non dimentichiamo il cavallone glo-fi che ha inondato le orecchie di migliaia con quei ricordi Ottanta che con i primi Novanta, vedi alla voce chill – 808 State e l’ultimo A Guy Called Gerald e compagnia balearica – si sono sposati alla perfezione.

Proprio da questi stereo sulla piaggia, bpm rallentati, synth alla salsedine ripartiamo. Fanno parte del DNA di Bjørn Torske la cui storia, dal 1991 in poi, ripercorre praticamente tutti i crocevia indicati, intersecando mode e subculture che in quest’ultimo lustro e più sono ritornate sotto forma di citazione o come pura cornucopia. Torske, originario di Tromsø, presentatore radio fin dal 1987, e dj da allora, è stato il divulgatore, molto prima dei compaesani Röyksopp, di tutto il buzz balearico, chill e synth vintagista di marca nordica, ma anche di tutti i verbi che la rivoluzione E ha portato con sé a partire, appunto, dalla mai dimenticata ambient, passando per l’ardkore che genererà la jungle, la techno ambientale pre e post Biosphere, il revival Ottanta del padrino Per Martinsen/Mental Overdrive e prima la sua techno di marca belga, l’idm ancora detroitiana di LFO e quella classica warp-iana con i Boards Of Canada.

Il cuore di Bjorn Torske ha battuto molteplici ritmi: techno, house, disco, dub. Generi che, sposandosi alla cosmica di Daniele Baldelli, hanno creato un nuovo mix in 4/4, la skrangle-house, stile ibrido a base di percussioni di cui il dj è stato capofila, nonché cordone ombelicale, di una seconda generazione di dj producer che a metà Duemila si sono proclamati Space Disco. Parliamo di Prins Thomas, Lindstrøm, ragazzi che devono tanto e forse tutto a questo pallido eroe, lui che oggi è già oltre la dance, oltre Cortina, una strana bestia che negli anni zero si è cimentato in un sound incatalogabile che sa tanto di folktronica e avant folk, neo (neo neo) kraut, post-punk, easy listening, hauntology house, 8 bit, e concretismi oramai spezia fissa del menù.

Poche storie. La vicenda musicale di questo appartato ragazzo classe ’71 è un esaltante percorso per comprendere il suono norvegese (e non solo) degli ultimi vent’anni. Precursore e anomalia all’interno di esso, Bjorn è già un pezzo importante di storia, di tante storie dentro e fuori i Club, di generi e stili assorbiti e diffusi. Non di meno, la sua storia s’accompagna a una scenografia/produzione qualitativamente invidiabile, uno di quei film con il lieto fine che è, appunto Kokning, il miglior album del Norvegese fino ad oggi. L’ottimo snodo per le sonorità post-chill a venire nonché l’avamposto con base fissa a Tromsø dove il creativo dj può narrare una perfetta trama retro futurista infilandoci dentro di tutto dal progressive in poi, facendo tappa fissa in quegli Ottanta che videro nascere l’hip hop e quelle fondamentali tecniche di campionamento, frammento e loop.

Le radio indipendenti e l’ambient house

La storia di Bjørn Torske inizia molto prima degli album a suo nome. Negli anni ’80, l’allora quattordicenne Bjorn s’appassiona alle radio indipendenti (“ci potevi sentire gli Yello, i Kraftwerk, Art Of Noise ecc.” ci racconta al telefono) e presto inizia ad acquistare album e strani 12’’. Soltanto due anni più tardi, il ragazzo è già protagonista dell’etere, trasmette news e musica e poco più tardi – è il 1988 – assieme ad un amico, registra su nastro a bobine dei mix di due ore che vengono trasmessi ogni sabato in differita. Il programma non è il solo che il giovane Bjørn conduce. La domenica, con Geir Janssen (Biosphere), va in onda un ambient show con una selezione che comprende, tra gli altri, anche gli Orb.

Contemporaneamente, Torske e alcuni amici si divertono a re-editare, sempre su nastro, i loro brani techno preferiti. Facevamo un sacco di remix, ricorda appassionato, e mi ero fatto anche prestare dei synth e drum machine così potevamo creare qualcosa di nostro. Quel qualcosa di nuovo sono delle tracce  atmosferiche su basi technoidi filiate dagli ascolti che il ragazzo, non appena si sente sicuro, passa al buon Janssen, di qualche anno più vecchio, e già in contatto con alcune etichette discografiche nazionali e straniere. A Bjorn consiglia la SSR, etichetta belga che, dal 1988, produce roba hip-hop ma anche techno e house.

Come molti artisti dance, l’allora ventenne si presenta sotto alias pensando già di utilizzarne altri per differenziare la produzione e ottenere così altri contratti discografici. Una pratica comunissima nell’elettronica anche soltanto per sopravvivenza economica e sotto l’alias di Alegria, Bjorn sforna l’ambient house che da mesi stava producendo su nastro. Danger (It’s For Real) è un  prezioso contributo a una scena che l’anno successivo, il 1992, compirà la sua parabola, e che ora è caldissima. La traccia suona fresca anche oggi, in equilibrio com’è tra Roland tecnoidi sotto sedativo e una tastiera da sogno ipno, albe e spiaggie desolate. Finirà in una compilation commissionata dalla label belga chiamata T.O.S EP assieme a un’altra, Hipnotize, giocata su breakbeat Ottanta e scimmiotti Orbital sotto il nome di Radikal Buzz. Il moniker, identificava questa volta un lavoro di coppia con l’amico Ole Johan Mjøs, ma questo, come l’altro alias, durano giusto il lasso delle citate incisioni.

Ismistik. L’emancipazione filo-warp del verbo techno

La mossa successiva è un progetto più solido e duraturo. Sempre con Mjøs, Bjorn intaglia groove ibizenchi in ritmi detroitiani, stampo imprescindibile dal quale l’Europa e la scandinavia tutta cercano d’emanciparsi e, ancor prima, di professare.

Nascono gli Ismistik che in fatto di motori ritmici sono tanto spartani quanto decisi. La coppia trova immediatamente casa presso la Djax-Up-Beats, una label olandese che ha in mano gente come Terrace, Trance Induction, Board Of Wisdom. E’ un bel colpo per questi ragazzi del Circolo Polare cresciuti sotto l’ala del citato Geir Jennsen (Biosphere) e soprattutto di Per Martinsen noto come Mental Overdrive, pioniere assoluto dell’intera scena norvegese, nonché  promulgatore dell’ambient (che diventerà chill) a tutto campo che di lì a poco condizionerà tantissimo le sorti della musica del Paese.

Prendendo spunto dagli Orb e 808 State, gli zii Geir e Per, con i Biosphere del primo a fare da caparra e garanzia di qualità, e gli Illumination e Chilluminati del secondo a diffondere a macchia d’olio la febbre chill, influenzeranno in maniera decisiva i trend e il business elettronico scandinavo. Si arriverà al punto che in Greetings From Oslo, una compilation edita da Universal nel 2001, troveranno posto praticamente tutti artisti stranieri (Groove Armada, Jazzanova e un giovane Matthew Herbert). Questo disco metterà la parola fine all’epopea commerciale che la chill pre-millennium scandinava aveva coltivato in quegli anni (aprendone un’altra come vedremo più avanti), ma nel 1992, naturalmente, questo futuro ancora non è stato scritto e non è nemmeno prevedibile. Techno e house sono materia pulsante per le passioni e non sono certo affari di palazzo.

Bjorn, cresciuto nello stesso negozio di dischi della cittadina frequentato dalla cricca, è infatti nella classica fase d’ortodossia techno dei diciotto/ventenni che Per, a mo di Aphex Twin locale, cavalca da un paio di anni sotto il nome di Mental Overdrive, con un taglio metallizzato tutto belga (12000 AD e The Second Coming, 1991, 1992). Lui, non a caso, pubblica per la mitologica R&S, mentre Torske e Mjøs, sull’olandese Djax giocano su computazioni 8 bit, smalti etno e progressioni tipicamente house se non quasi italo (Slight Interrupt) sull’eppì d’esordio Bonus Bouncers. L’aspetto di emancipazione più interessante dei due però è un altro: l’influenza maggiore – già pienamente assimilata – viene dal catalogo Warp dell’anno precedente. Mentre Martinsen macina riff di piombo, in Feel The Drumbox (Bounce!!) riff e tastiera sono le stesse utilizzate degli LFO e Tricky Disco, bleep’n’bass levigata dalla ditta Torske/Mjøs che al fascino del phuturo trasforma il tocco Biosphere in ambiente chill e sguardo all’orizzonte verso quel sole di mezzanotte per cui Trømso è famosa in tutto il mondo.

La seconda prova degli Ismistik si dimostra già un passo oltre. Suono e produzione sono più compatti e l’immaginario ibizenco, piegato su ritmi maggiormente pieni, quadra a dovere: Oasis suona già come un piccolo classico: tribal-house con groove giocato ai filtri sul principio, piccolo assolo di piano e vibrafono e tocco ipnagogico à la Derrick May mezzo e, ciliegina, la tipica nota sospesa che fa orchestra d’archi in provetta. Se non lo avete capito, è tutto ciò di cui si innamorerà il citato Tristano parecchi anni più tardi, e i nostri all’epoca, proprio come lui oggi, sono abilissimi nel guardare oltre il dancefloor in una zona che la gente comincia a riconoscere come IDM, un campo d’azione che va dagli adorati Orbital (che ritornano in Object Code) all’Aphex Twin di Flow Charts passando per i flavour dell’imprescindibile compila brit Artificial Intelligence.

Ride on time. Inizio e fine del futuro dance ‘90

Nel frattempo, e siamo sempre nel fatidico 1992, Torske e Mjøs s’aggregano a Rune Lindbæk e formano due progetti commerciali, anch’essi fuori dallo sguardo degli zii: il primo, Open Skies, si occupa di ’ardkore 100% tagliato per i rave, il secondo, Volcano, parla la lingua dell’house cantata che poco più tardi diventerà standard dance per i club di tutto il mondo con destinazione chiaramente Club. Sono due operazioni molto volatili, specie per un Torske più incline a cercarsi le proprie vie piuttosto che battere quelle degli altri. Del resto, è un periodo veramente magico e troviamo soddisfazioni anche qui, soprattutto con gli Open Skies, autori di due discreti 12’’ Ozone Nights e Deep In Your Eyes pubblicati non a caso sulla prestigiosa Reinforced, l’etichetta dei 4 Hero.

Le rispettive title track sono tipici pezzi ’ardkore (battuta jungle, voci in elio, pianola che più italo non si può), roba che Zomby, vi dicevamo, ha cannibalizzato, e che il trio plasma con colori e complicazioni da annali del genere. Soprattutto da queste parti c’è Mellow Flow, un episodio cruciale per capire la provenienza del sound di altre due personalità importantissime della vicenda di Tromso, Svein Berge e Torbjørn Brundtland in arte Röyksopp, due pargoli protetti di Per già da questi anni che il motivetto sintetico di questo brano lo devono aver imparato a dovere dato che nel riascoltarlo oggi ci ritroviamo già un buon 60% del loro marchio di fabbrica.

Bravo Bjorn, deus ex machina di tantissime fila del suono scandinavo e meno bravi sicuramente i Volcano, invecchiati male e dediti allora a un’house cantata su tre pubblicazioni (per Olympic, Deconstruction e Exp) dai titoli emblematici Let Your Body Be Free, More To Love e That’s The Way Love Is di cui la seconda diventa una hit negli UK l’anno seguente.

Torske, del resto, già nell’ultima di queste pubblicazioni, una cover di Ten City By The Way, con Sam Cartwright al canto, lascia il progetto ai soli Mjøs e Lindbæk e fa benissimo. È un periodo in cui il biondissimo dj sta con il cuore e con la testa da un’altra parte e questo è chiaro fin da 3rd Trace, l’ultimo lascito di Ismistik datato 1993, un anno chiave per le evoluzioni del mondo dance in cui la jungle spicca il volo e la scena inizia rapidamente a frammentarsi in sottogeneri rompendo per sempre il sogno comunitario – e unitario – tanto decantato dal coetaneo di Torske, Matthew Herbert. Da lì in poi i ritmi s’accelereranno, i groove s’incupiranno e quello che i raver vivranno sarà un vero e proprio incubo, anche sonicamente.

Il sogno s’era infranto e sul modo di interpretarlo forse Torske e Mjøs cominciano divergere: il primo vuole un sound now on (Linked Modules), il secondo preferisce concentrarsi sul cuore ambient, e anzi, spinge dove può sulla narrazione in note (Resynch). Passa un altro anno e gli Ismistik diventano un progetto in solitaria di Torske che, nel frattempo, si è spostato a Bergen ed è pronto a pubblicare un primo album lungo di quella che comincia a diventare una poetica personale, l’arctic techno (come l’hanno chiamata su discogs.com).

Remain, questo il titolo dell’ellepì, viene registrato in completo isolamento nell’agosto del 1994 e rappresenta una sintesi tardiva eppure affascinante della prima ondata post-techno europea in bilico tra l’eleganza Derrick May e il calore diffuso house del discepolo di lui Carl Craig, uno che all’house suonata – e alla scena tutta – darà tantissimo. L’aspetto più importante dell’album è comunque un altro: l’aria fredda che lo attraversa è quella norvegese e diventa protagonista di un suo disco di visioni ipnagogiche e psicologie ambient, allunaggi e nevicate. La tracklist, infine, continua le linee tangenti agli LFO più meditativi. Il disco che chiude idealmente il cerchio con la techno merita inoltre un sacrosanto ricollocamento negli archivi. Ismistik terminerà qui.

The Bergen buzz. Il sogno norvegese

Trasferitosi nel piovoso capoluogo universitario di Bergen, cittadina alle porte di una rivoluzione di cui ancora non sa (e tanto meno conosce la portata), Bjorn è pronto a rifarsi una vita. La città brulica di talenti, energie e delle perfette sinergie. Una di queste s’attiverà portando in town Torbjørn e Svein, nel frattempo diventati Röyksopp, l’altra conoscere Andreas Kroknes ovvero Erot, un attivissimo dj, e la sua ragazza Annie, nonché un giovane, Mikal Telle, che sta già pensando di aprire un negozio di dischi/label, proprio come aveva fatto a suo tempo la Warp al FON di Sheffield.

Passano altri due anni e il producer sfoga gli ultimi pruriti del passato unendosi a Per Martinsen in un progetto ambient-techno: Anon (2), la cui Moods compare nella pregevole compila Arctic Circles: A Selection Of Sub Zero Soundscapes. E’ l’ultima parentesi. Bjorn Torske debutterà ufficialmente come se stesso l’anno seguente e il 1998, sarà anche, oltre che il suo, l’anno della Tellé, l’etichetta chiave per lo sviluppo della scena dance norvegese. Sotto la label inoltre esce l’ottimo Nedi Myra: un lavoro che ha un altro passo rispetto a quanto fatto fin’ora, immerge il pallido sound sci-fi del passato in un’africa di percussioni e ritmi funk. Dall’ambient house degli Alegria, il dj punta a un mix di synth ghiaccio e caldi Korg, percussioni etno e cassa non sempre in quattro. Soprattutto meticcia un mix parecchio suonato e 70s che è poi anche il suono now on degli illuminati della scena su FBU Recollection in Rare Altitude, necessaria compila con Erot, Mental Overdrive e altri.

Ricordiamolo, il 1998 è anche l’anno di Music Sounds Better With You. Si tagliano funk ’70 à la Daft Punk, o meglio Stardust (Expresso), si mescolano breakbeat firmati Boards Of Canada – ma anche Röyksopp prossimi venturi (Smoke Detector Song) – momenti lounge e da spy movie (Lumb fu) e ancora, la migliore sci-fi di casa Warp (Eight Years). Il filo conduttore sembra un’estasi cosmica da E ingoiati in campagna, lontano da tutto e tutti e la cover dell’album, con Bjorn barbuto e tra i cespugli di uno scatto virato sepia, a sintetizzarne perfettamente il mood.

Del resto, il biennio 1998-2000 è un periodo irripetibile per Bergen e il nuovo Bjorn: i seguenti singoli sono bombe per la nu disco Norvegese che nel frattempo cresce a dismisura facendo quadrato attorno alla Tellé il cui primo singolo è anche un emblematico ritratto di famiglia. In Disco / Song For Annie è Torkse, Erot e The Mundal Explosion ovvero Anders Moe e lo stesso Torske, mentre l’anno seguente il singolo So Easy, è il prodromo della super bomba che saranno i Röyksopp. Nel frattempo, Bjorn studia da vicino le produzioni di Daniele Baldelli, una lezione fondamentale per comprendere tutta la nuova dance norvegese e il singolo Sexy Disco ne è una testimonianza inconfutabile: il dj taglia un’ottima funk house a basso bpm che, se da un lato, filtra sui bassi come da scuola Daft, dall’altro richiama massicce dosi di cosmic disco e tribale da Baia degli Angeli.

L’era della disco non ha mai smesso da parte mia. Si è soltanto trasformata in differenti generi di club music. Se ascolti la musica degli ultimi vent’anni e la paragoni ai quella dei 70s ti accorgi che è la stessa formula, soltanto divisa in numerosi frammenti…. …Vedo la scena norvegese come una parte giovane e vitale delle sonorità euro disco, specie se osservata da un angolo molto Giorgio Moroder-esco. (Family-house.net, 2007)

Skrangle-house

La calda febbre disco delle produzioni di Bjorn e Erot contagia non solo Bergen ma l’intera Norvegia. A Oslo nella venue Skansen, animata dal giro The Idjut Boys, nasce il termine “skrangle-house” che viene presto affibbiato alla magica coppia che risponde con singoli come Søppelmann, Aerosoles (sulla svedese Svek) e Disco Members (su Tellé) che saranno le hit del movimento e la base per la next generation di producer space disco scandinavi. La Skrangle house è una specie di inside joke, ammette Torske a The Wire. Si riferisce a tutti quei suoni sciolti e vellutati della nu disco. E’ house music composta quasi come se fosse stata fatta nei 70s. Per me è una versione più dub e unicamente strumentale dei suoni della disco sommersa di quel periodo rivitalizzata attraverso strumenti moderni… […] Più che cosmica è spaced-out e emerge dall’incrocio di generi funk, jazz e rock che il progressive introdusse negli anni Settanta, anche se forse tutto potrebbe essere iniziato con la nascita della Roland Space Echo… (Family-house.net, 2007)

E la skrangle diventa quindi il sommerso/emerso delle star norvegesi del mainstream europeo.  E’ il 2001, l’anno di tanti cambiamenti belli (e dolorosi). Melody A.M. dei Röyksopp e Quiet Is the New Loud dei Kings Of Convenience fanno due botti contemporaneamente: uno perché è il riassunto di quanto vi abbiamo detto finora sotto la chiave del pop; l’altro per il cosiddetto NAM, il New Acoustic Movement, etichetta inventata dalla stampa per raggruppare le nuove voglie folk del sottobosco europeo. Sono esplosioni fragorose. Ed è pure l’anno della scoperta da parte della stampa estera specializzata della Smallsound supersound di Oslo, dei lavori di Kim Hiorthøy, e del lutto improvviso di Erot per un difetto al cuore congenito.

Se ascoltate Haribo di Erot nella compila FBU capirete perché quella morte traccia inevitabilmente per tutti i protagonisti della scena una demarcazione definitiva. Il segno che le cose non potranno più essere le stesse. Il secondo grande spartiacque di questa storia.

La lo-fi disco, concretamente 80s

Trøbbel  (Tellé 2001) è il post per Bjorn, la sua risposta come autore, un mondo nuovo. Il disco dell’oltre Bergen. E’ il primo album ad utilizzare field recording come pure quello che preconizza il ritorno degli anni Ottanta. Per la prima volta, il ragazzo di Trømso inizia a navigare in una terra di nessuno, a fare quello che gli pare e nel farlo procedere in linea parallela con la nascente scena folktronica di Books, Four Tet e non ultimo l’amico Hiorthøy, personaggio che lo influenzerà sempre di più nel corso degli anni proprio per la microfonazione del frammento sonoro e per quel modo nordico – leggi riverberato – di utilizzarlo.

Trøbbel  è il primo lavoro di una mentalità nuova e rappresenta l’inizio di lavori apparentemente svagati e easy listening, in realtà mossi da jam improvvisate e lunghi lavori in studio dove l’house è cucinata in casa (Brus) ed è soltanto una piccola parte della proposta. La mentalità laboratoriale e imprevedibile che sottende Bjorn ora prevede già da ora paiette e leggerezza ’80 come l’abbiamo intesa negli ultimi quattro anni (Don’t Push Me), certo post-punk elettronico trattato con il consueto sguardo felpato (Hard Trafikk), bassi dub e levare reggae/dance hall (Bobla) nonché giochetti in bassa fedeltà (la techno sotto formalina di Knas e Knekkebrød che fanno molto Mille Plateaux).

Non ho studiato – ci dice – e creare musica è per me come scolpire suoni oppure come farsi un piatto di pasta. La mia preferita sono le penne all’arrabbiata. Fai il soffritto, metti il sugo, aggiungi le spezie e mescoli. Allo stesso modo una mia traccia nasce da un ritmo, dai claps, oppure da qualche suono catturato strutturato in loop a cui aggiungo un sacco di delay…

Il gap e la seconda ondata cosmica norvegese. La space disco

In pratica, quella dell’album è una tracklist in sintonia con la Smalltown Supersound, l’etichetta per la quale l’amico Kim disegna anche le copertine (quella di Kokning è sua) e dove Bjorn si accaserà sei anni dopo. Il motivo del gap, il biondo, stando a quanto ci ha raccontato al telefono, lo attribuisce alla quasi banca rotta di Tellé, ma è molto più probabile che ci sia dell’altro che non è dato sapere. La pausa di riflessione è tuttavia soltanto a livello compositivo. Bjorn infatti compare in un’ottima compila come dj curator. L’album s’intitola senza troppa fantasia Nordic Chill ed esce per la serie World di Dj Magazine e, oltre ai consueti tocchi cosmic, troviamo un interessante e piuttosto inedito taglio black (percussioni scure, hip hop) che Torske ama fin dagli Ottanta. Ottanta vissuti veramente e a tutto campo i suoi, la cui riscoperta sta diventando la base per un giovane Prins Thomas le cui tracce qui presenti sono tra le prime da lui composte. Bjorn è stato il primo talent scout della nuova, autoproclamata, scena space disco che avrà in Lindstrøm, lo stesso Thomas, Todd Terje e Fenomenon il proprio epicentro.

E basta sentirli quei dischi, quell’onda di felpata dance è senz’altro figlia di Torske e si farà conoscere e riconoscere a livello internazionale molto di più di quanto lui ed Erot erano riusciti a fare con la skrangle. Nel 2005, i producer Space Disco sforneranno una compila manifesto Prima Norsk 3 – The Space Disco Edition e un primo long playing firmato dagli autori della situazione Lindstrøm e Prins Thomas con il primo, su un piano propriamente dancefloor, a diventare il più richiesto remixer del biennio 2005-2006 – M.A.N.D.Y. (I Feel Space, 2005 su Body Language Vol.1), LCD Soundsystem (Tribulations, 12″ su DFA, 2005) e Franz Ferdinand (I’m Your Villain 12” su Domino, 2006).

In quel biennio Bjorn è assente, pubblica un 12” con Crystal Bois, As’besto (Sex Tags Mania, 2006) ma è praticamente introvabile e una dichiarazione di Prins Thomas apparsa su Fact Magazine in quel periodo riassume come meglio non si potrebbe la situazione: “Se potessi cavarlo fuori dalla caverna per un secondo, non ci penserei due volte a fargli pubblicare della nuova musica”.

Homebaked house

Smalltown Supersound ha sempre avuto a cuore i talenti del suo Paese e offre un contratto a Bjorn nel 2006. L’agognato seguito di Trøbbel, Feil Knapp, esce l’anno seguente e quel trentenne che ha mancato di proposito l’intercity della space disco continua da dove lo abbiamo lasciato, da un percorso personale fuori dalle mode e dagli schemi, eppure così tangente ad essi; con un sound che tende ancor più alla soundtrack immaginaria di Eno-iana memoria, ma invece di cercare la catarsi si fa collettivo.

L’opener del disco, Hemmeling Orkester, è pura glassa all’ananas (Synphonie) tra Kraftwerk e Michael Rother, lo stesso terreno in cui Be Invisible Now, Jonas Reinhardt e Expo ’70 si muoveranno di lì a poco, lo stesso krautismo virato cosmic parente di quell’altro che così tanto ha ispirato la cricca DFA a inizio Duemila, quella stessa mentalità che Bjorn è pronto a non trasformare in ortodossia.

Quando compongo spesso immagino dei personaggi immaginari di una band suonare gli strumenti, e di ognuno creo le personalità a seconda degli strumenti che utilizzano. Può suonare un po’ schizofrenico, ma penso sia una buona idea per la dinamica della composizione. Essere soli nel processo creativo è limitante, spesso mi rende cieco su quello che vorrei invece realizzare (The Wire #321).

Come nel precedente lavoro, la tracklist è varia come non mai, spazia avanti e indietro negli archivi della memoria, soprattutto ci si respira maggiore organicità e spettro strumentale più variegato. Bjorn suona tutto da solo ma si fa anche aiutare da alcuni amici come i Kaptein Kaliber (John Hegre, David Aasheim) e Jørgen Træen (ovvero Sir Dupermann, Toy).

E’ come ‘aspetta un attimo sto registrando…’ e poi loro bussano di nuovo dicendomi ‘ho portato un banjo posso unirmi?’ e io ‘ma certo!

Lo spirito rilassato da comune hippie di flat mates è evidente negli amati tagli dub di due tracce dal sapore hauntologico: la prima ironica e basata su un videogame per Commodore 64 (Spelunker), l’altra ancor meglio – veramente eccellente – nel mescolare umori Ghost Town marca Specials sciogliendoli in un motivetto soundtrack nostrano, piano, tromba, pizzichi di corde e oculatissimi riverberi lunari (Kapteinens Skjegg). Grace Jones fondeva dub e disco come pochi negli Ottanta, ci dice Bjørn senza remore.

E lo scivolo spaziale? C’è ancora, ma è subliminale: Hatten Passer, sotto una struttura Roland pop à la Inner City, nasconde l’exotica spaced out di Piero Umiliani immersa in calde, concrete, percussioni post-Can. In questa traccia, in particolare, degno di nota è pure l’elemento kitsch, un liet motiv per fischiettio da boyscout parente dei recuperi che Luke Vibert sta (ri)riportando alla ribalta nella scena elettronica proprio nello stesso periodo. Poi c’è tutta la corrente summery e post-lounge novanta: Loe Bar, è pre-glo a tutti gli effetti (ma perché è ambient house 92), Moliekalas, assaggia tropicalismi che diresti Vampire Weekend, God Kveld, si muove tra disco music e svago eighties, Fembussen Hjem punta ancora sui sixties italiani.

Feil Knapp non è un album elettronico, sono soltanto due le tracce che suonano tali e a ben vedere sono costruite su campionamenti e loop riconducibili alla folktronica (Tur I Maskinparken e Orkenrotta) o al sound di Toy, il progetto dell’amico Træen. E’ sicuramente un album di vintagismo tasti eristico, ma non è un’operazione citazionista come se ne sono viste tante nei ’00, compresa l’ultima, deludente, fase di Mental Overdrive di Per Martinsen. E’ hauntology e lo sarà sempre più.

Haunted graffitti

L’aspetto più affascinante di Bjørn Torske è il lavoro di sintesi, quel distillare fascinazioni in maniera apparentemente svagata che da soundtrack finiscono per diventare narrazione post-moderna, in pratica folk. Un unico linguaggio dove tutti i nati a partire dai Settanta possono sentirsi a casa, tanto al Nord quanto a al Sud del mondo, come fu per il rock per i loro padri. Un mondo ascritto e vissuto fin dalla nascita di suoni analogici e primi videogame.

Il lavoro di ripresa delle sonorità con cui lo stesso Torske è cresciuto sublima nel recente Kokning, album registrato in un seminterrato senza finestre nel quale l’elemento acustico e il suo riverbero diventano fondanti, dove c’è, se vogliamo, più chitarra e l’essenzialità rappresenta il vero valore.

Più che negli album sono legato al suono dei 12’’ e dei vinili. Penso sempre a come potrebbe suonare quello che sto facendo su vinile e Kokning è stato pensato su quattro lati di musica, dunque da due 12’’.

Dietro la calzantissima metafora del titolo dell’album – Kokning significa cucinarsi il pesce appena pescato, ovvero farsi le cose da sé, slow food a proprio modo – Bjorn ancora una volta è oltre se stesso, dentro il passato, proiettato in un mondo parallelo che l’etichetta discografica si diverte a catalogare come una versione disco di Moondog (il compositore-barbone cieco che fa capolino negli intarsi della traccia finale Furu). Ugualmente si potrebbe osservare l’album dall’angolazione hauntologica riferendola però all’house, una modalità di rivivere il passato che ci rimanda anche al lavoro di Ariel Pink sempre nell’epoca Reagan. Oppure come una narrazione tangente a certe eteree autorialità wave tipo Durutti Column.

Del resto, Torske ora è ancor più libero di pensare a sé, sicuro che le persone che contano si sono accorte di lui. Sunburned Hand of the Man, Crimea X, Big Robot gli chiedono remix. Lindstrøm pure e lo tratta come un maestro. La sua musica è cercata per installazioni sonore e lui stesso si cimenta con una band per suonare dal vivo e non più soltanto come dj. Bjorn Torkse è un patrimonio indispensabile per chi ama la musica di confine. Quella che non cerca clamori. Che si presentata in spoglie casual per scremare gli avventori e non pensa di farti vedere una luna che, a ben vedere, da lassù si vede eccome.

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