Aut-There
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Edoardo Bridda
- 1 Ottobre 2002
L’arte degli Autechre prende forma in una placenta bionica che
non conosce l’oralità, un mondo aut-istico (come disse
Reynolds) col pallino del mai sentito prima. Un luogo senza tempo,
una forma dai molteplici contenuti, un contorno osservato da più angolazioni
differenti.
Nelle parole dei suoi stessi costruttori, il pianeta sonoro in questione è un
libero fluire, nel quale l’ascoltatore s’immerge e galleggia
senza essere in grado d’attaccarsi a nulla, ma è anche,
a nostro avviso, un mondo fatto di puzzle, rebus, macchine elettroniche
da smontare. Un caleidoscopio d’enti astratti attorno ai quali
la mente formula i propri enigmi, costruendo e poi smontando teoremi,
improvvisando o usando strategie. L’ascolto degli Autechre è perciò soggetto
dinamiche d’attrazione e repulsione continue, sempre sul punto
di spezzarsi.
Ogni qual volta l’arguto uditore pensa d’aver trovato un
habitat, una chiave di lettura, ecco che tutto viene smontato, come
giocattoli lasciati rotti sul pavimento, simboli di quel qualcosa
che non può essere razionalizzato e compreso. Segni che solo
i sensi possono decifrare, nella consapevolezza che non è necessario
capire tutto, ma sentire quel che c’è.
Un po’ di storia
I futuri artigiani elettronici si chiamano Sean Booth e Rob
Brown, due ragazzi di Manchester che s’incontrano grazie
ad un amico comune nel 1987 all’età di 15 e 17 anni.
All’epoca sono due b-boys dal cavallo all’altezza delle
ginocchia, intrisi di sottocultura hip-Hop: le notti trascorse tra
bombolette e disegni dai tratti contorti, i giorni tra salti con
la BMX e qualche avvitamento breakdance. La musica ce n’è molta
e più che ascolto da camera da letto è roba tosta,
radicata nel suburbano, suonata a tutto volume fuori dai negozi
e sulla strada; un suono sociale insomma, in tutto e per tutto legato
alla “people from the block”, la gente del quartiere. Africa
Bambaataa, Grandmaster Flash, il Bass di Miami,
sono questi i primi ascolti, poi arrivano Meat Beat Manifesto e Renegade
Soundwave e infine l’acid house. Proprio quest’ultimo
genere è alla base della nascita degli Autechre, difficile
immaginare il sound del gruppo senza l’approccio aut di tanta
musica discotecara.
Sia Sean sia Rob sperimentano strumenti elettronici nell’adolescenza:
il primo riceve dal nonno un mixer video e poi un Casio sampler, il
secondo una roland 606. Verso la fine degli anni ottanta, sono gli
strumenti che servono per i primi esperimenti: fusioni tra le nascenti
sonorità acide e l’hip hop, suoni crossover tra il mondo
bianco della working class anglosassone e la rabbia settaria di quello
nero.
Il primo lavoro compiuto non tarda ad arrivare: è il tardo
1991 quando esce il singolo Cavity Job sotto il nome
di M.Y.S.L.B. Productions. Sfortunatamente, Sean e Rob sono
presi in giro dalla casa discografica che li scarica senza tante storie.
Il duo non si arrende e, forte del successo degli LFO della vicina
Leed, bussa alle porte della Warp che, 12 mesi dopo, li ricompensa
inserendoli, assieme tra gli altri a Black Dog e Aphex Twin,
nella compilation Artificial Intelligence (Warp, 1992)
La raccolta segna l’inizio dell’“intelligent techno” movement,
trovata infame di alcuni giornalisti anglosassoni per demarcare una
netta linea di confine tra la “gretta” musica dei rave e
gli scissionisti della sottocultura intellettuale. Gli autechre, da
parte loro, non si cureranno mai di nessuno, approfitteranno dei trend
per poter sperimentare in totale autonomia, cogliendo occasioni commerciali
unicamente al fine d’escogitare nuovi approcci. Tra tutti, il
duo di Manchester si dimostrerà il più metodico, quello
che ha speso maggior tempo con sofisticati sequencer, computer e drum
machine, cercando ogni volta di proporre qualcosa di mai sentito prima.
