Album
No Love Lost to Kindness
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Riccardo Zagaglia
- 31 Gennaio 2026
Dici Yumi Zouma e la mente torna immediatamente a metà degli anni dieci, quando i neozelandesi erano tra i nomi maggiormente in hype in ambito indie pop grazie a due piacevoli EP (EP del 2014 e EP II del 2015). Oltre dieci anni più tardi possiamo fare una fotografia di una carriera che da un lato non ha forse mantenuto tutte le promesse iniziali ma che dall’altro lato ha trovato sempre il modo di non relegare il nome Yumi Zouma all’oblio (come invece è successo ad altre formazioni non troppo distanti di quel periodo) sfruttando quattro album scritti e arrangiati sempre con gusto.
Non fa eccezione No Love Lost to Kindness, quinto album in studio in cui Christie Simpson e soci si muovono agilmente tra varie sfaccettature dell’indie pop uscendone quasi sempre vincitori. Il cambio di direzione però è evidente: in questa occasione gli 80s vengono messi sullo sfondo per abbracciare in modo netto (talvolta sfacciato, vedi il power-pop del singolo Blister, materiale da classifica se ci fosse scritto Olivia Rodrigo) alcuni stilemi alt-pop/rock anni 90. Jangly indie-rock corali e aperti (Phoebe’s Song) che sanno essere trascinanti (Bashville on The Sugar) quanto immediati (Drag, tra sentori Placebo e Cocteau Twins) con qualche riallaccio al velluto sophisti del passato che emerge tra le chitarre (Chicago 2am). Sul finire dell’album l’energia si tramuta in introspezione (la folkish 95) prima di abbandonarsi ai fumosi contorni noir della conclusiva Waiting for The Cards to Fall.
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