Album

Dare

16 Ottobre 1981 80s synthpop

Agli inizi degli anni ’80 il synth pop non è soltanto sinonimo del sound più fresco e futuribile per una generazione che vuole dimenticarsi il decennio precedente e imporre la propria musica, ma un’autentica mania. Le classifiche britanniche e internazionali ne sono stipate, qualcuno parla della cosa più grossa successa dopo il Mersey Beat, e non ci vuole molto per comprendere che quel che si sta alzando è il cavallone di una nuova British Invasion.

Su traino di un iconico singolo come Ashes To Ashes, nel cui video compaiono alcuni eroi del Blitz (il club che ha lanciato il movimento new romantic nel mainstream) a partire da Steve Strange, il nuovo pop conquista le classifiche e diventa come l’universo, in espansione. Il suo big bang è il biennio ’81-’82, periodo in cui il movimento new romanic crea ponti tra la moda e lo stesso sintetico stile musicale, con le band a dividersi tra chi si chiama fuori (Japan) e chi si considera dentro (Visage). Gary Numan e Kraftwerk lo avevano dimostrato, la canzone synthesizer-based aveva un potenziale seduttivo enorme, e la musica del futuro ha soltanto un volto, quello sintetico. Non ci vuole molto affinché band legate alla scena del Blitz (come Spandau Ballet) o meno (Depeche Mode), dall’attitudine dance (Duran Duran, Soft Cell) o più pop, o entrambe le cose, si affaccino sul mercato ottenendo immediato riconoscimento in termini di hit commerciali. Anche formazioni sulla piazza da più tempo, come Japan e Ultravox, conoscono riscontri considerevoli una volta calibrati i necessari compromessi o le proprie convergenze parallele e, tra queste, quella che finisce per sdoganare presso un’intera generazione la nuova veste del synth pop proviene da Sheffield e arriva dritta in vetta con un singolo, Don’t You Want Me, e un album, Dare, che mette a ferro e fuoco le chart britanniche.

Don’t You Want Me rappresenta l’indesiderato e definitivo passepartout commerciale di una formazione nata da tutt’altri, post-apocalittici, presupposti, gli Human League, nell’incarnazione precedente, una lega di clubber (pseudo)umani ambientata in un romanzo Philip K. Dick. Due membri storici, o meglio le vere menti creative nonché i “tecnici” della macchine del progetto, Martyn Ware e Ian Craig Marsh, avevano mollato il gruppo giusto qualche mese prima, lasciando il frontman e il responsabile delle slide ai live show soli al comando. Fino a quel punto Philip Oakey, il cantante, e Philip Adrian Wright, l’addetto alle proiezioni, rappresentavano non proprio il cuore ma il make up della band. Da un lato, Ware e Marsh, via British Electric Foundation, assieme a Glenn Gregory, fonderanno gli Heaven 17, dall’altro Oakey e Wright avevano davanti una di quelle improbe sfide a cui solo una giostra di fortunati eventi darà un finale diverso. La sfida non era soltanto quella di convertire il pop livido e anaffettivo, meccanico e illuminato a neon come prima Kraftwerk e Gary Numan poi avevano insegnato in qualcosa di più appetibile per le masse, ma materialmente quello di scrivere testi e arrangiarli con una strumentazione che in precedenza era stata appannaggio di altri.

Il miracolo però accade e gli Human League di Dare svoltano human per davvero. Dicono alla Blind Youth che la città e il divertimento sono ok e pure amore e romanticismo vanno sbandierati. Bowie, che di quella rapida trasformazione in atto aveva capito tutto già nel 1977, non ha dubbi: i synth sono il “sound del futuro” e lui e Brian Eno lo avevano già detto prima di Kraftwerk e Giorgio Moroder. Quel continuum estetico-sonoro del resto è figlio di macchine nel frattempo diventate più convenienti e facili da suonare, e di un cambio decennio che MTV amplificherà nella direzione di un pop che non avrà difficoltà a metter d’accordo enormi masse e industria discografica.

Dare apre le danze all’insegna di un artigianato glamorous con buone dosi d’ingenuità, e sta qui il bello, nell’imperfezione. Conserva qualche tratto del passato per abbracciare una formula fortuita eppur emblematica. Su direttive di Virgin, che vuole dal gruppo un successo commerciale che non aveva mai sfiorato fino a prima, spetta al produttore Martin Rushent rifinire ed esaltare tutto questo, per un insperato classico del genere e perché no, del pop degli 80s e oltre. Don’t You Want Me si diceva all’inizio. Oakey non l’avrebbe mai voluto come singolo. La scelta è della label che lo vuole come quarto e ultimo estratto dopo The Sound of the Crowd, Love Action (I Believe in Love) e Open Your Heart. E poi, mitologia nella mitologia, pure la scelta delle voci femminili è dettata da circostanze sempre fortuite, per non dire fortunate: il frontman conosce e assolda Joanne Catherall e Susan Ann Sulley alla serata “Futurist” del club cittadino Crazy Daisy. Gli basta vederle ballare per innamorarsi di quel mix di look e (chissà) goffaggine, le conosce e propone loro di entrare a far parte del gruppo. Le due, che all’epoca frequentano le scuole superiori, sono già fan degli Human League, hanno già acquistato i biglietti per il concerto che la (non ancora del tutto formata) band ha programmato da lì a qualche settimana. Si ritrovano sul palco di quello show invece che tra il pubblico.

Altri aneddoti che regalano altrettante sfaccettature del periodo: la strategia di etichettare i nuovi singoli con il bollino rosso o blu: Red stava per dance, Blue per pop. The Sound Of The Crowd era sul primo dei due lati ed è stato il singolo ad aver per primo dato fiducia all’intera squadra, che a quel punto contava su sei musicisti: i due “superstiti”, le due neo arrivate, e due session man poi membri ufficiali: Ian Burden e Jo Callis. 12° posto nella classifica inglese per loro ad aprile 1981, e questo due mesi dopo Planet Earth, primo singolo dei Duran Duran che aveva raggiunto lo stesso risultato unendo peraltro synth pop e propulsione dance. «Red sta per poser e per Spandy» (i fan degli Spandau Ballet che l’anno prima avevano debuttato con To Cut a Long Story Short), scherza all’epoca Sulley, con Oakey a ribattere: 1Blu sta per fan degli ABBA».

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