Album
Gloria
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Nino Ciglio
- 1 Marzo 2023
Pitchfork sentenzia (e giustifica): “Sam Smith è un* orgogliosə, sfrontatə pop star non binariə con un gusto per lo sdolcinato e per il pop soul d’annata”. Il suo quarto album, Gloria (uscito per Capitol il 24 febbraio 2023), arriva in un momento in cui l’artista da una parte deve confermare il successo planetario di Love Goes (primo in classifica in UK, Australia e Irlanda) dall’altra sente l’esigenza di far parlare parecchio di sé. E in parte ci riesce, creando un’aspettativa che rischia però di trasformarsi in un boomerang.
Intanto Gloria rappresenta un cambiamento a metà. Accanto alla solita anima riflessiva, soul e iper-emozionale di Love Me More, Lose You, How To Cry, che ricalca il cammino che l’artista ha compiuto fin qui (fra Adele ed Ed Sheeran), il nuovo lavoro piazza un’anima sensuale e sessuale del tutto inedita che viene fuori in pezzi come Unholy, Gimme e I’m Not Here To Make Friends. Quest’ultima, in particolare – fondata su un funk soul anche piacevole – ha iniziato a scuotere l’interesse verso la nuova (corrotta?) anima di Sam Smith. Il video, nel quale l’artista si mostra in abiti fortemente sessualizzati, ha alimentato una polemica che si è focalizzata sul suo essere non binario, sul suo peso, sul suo modo di muoversi. Tra gli altri si sono mobilitati il presentatore Calvin Robinson, secondo cui il brano normalizza la dissolutezza e la degenerazione, e la giornalista Dominique Samuels, che ritiene l’autore premio Oscar di Writing’s On The Wall un cattivo modello per i ragazzi. Smith ha zittito tutti dicendo:
Se a indossare quel vestito fosse stato un uomo etero e magro a quest’ora sareste qui a dire che sta sovvertendo le norme di genere e che è un pioniere per la comunità queer
Tutt’altro che pionieristico è però il resto di Gloria, che ricalca gli stilemi del pop da classifica nella sua forma più normalizzante possibile. Non a caso, fra gli ospiti, troviamo lo stesso Ed Sheeran, in un pop a metà fra Coldplay e Imagine Dragons dal titolo Who We Love. C’è anche Calvin Harris nel già citato funk soul di I’m Not Here To Make Friends, che conta anche sulla collaborazione di Jessie Reyez, presente anche in Perfect e Gimme. La prima sinfonica e orchestrale forse a voler richiamare alla mente Frozen di Madonna, l’altra che, purtroppo, cita gli ABBA solo nel titolo, trasformandosi invece in un reggaeton poco originale. Ovviamente la cabina di regia è nelle mani espertissime di produttori come StarGate, Jimmy Naples e Ilya che regalano al disco varietà e qualità, ma contribuiscono anche a fare iscrivere queste 13 potenziali hit a uno schedario paradigmatico già sperimentato altrove.
Un capitolo a parte si potrebbe scrivere per Unholy, il brano alla Lady Gaga del disco. Recentemente, Smith lo ha proposto su due palcoscenici estremamente mediatici come i Grammy e i Brit Awards, con due coreografie diverse. La prima tutta latex, colori rosso acceso e fiamme dell’inferno, la seconda ispirandosi a un Grease versione BDSM. Inutile dire che anche queste sue apparizioni sono state oggetto di critiche piuttosto gratuite, come i numerosi tweet che si sono chiesti se Smith fosse improvvisamente diventato satanista.
È chiaro che tutte queste attenzioni non fanno altro che penalizzare un disco che non è interamente da buttare. Non scopriamo l’acqua calda quando diciamo che Smith ha una voce memorabile e che può e deve essere valorizzata nel migliore dei modi. Forse anche per questo ci manca un po’ il suo lato R’n’B, che in Gloria è spesso sommerso da produzioni ingombranti e dal desiderio di far emergere il suo nuovo personaggio.
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