Album
The Floor Will Rise
-
Lorenzo Montefinese
- 6 Giugno 2021
Regis, all’anagrafe Karl O’Connor, è uno dei nomi tutelari della techno. Attivo sin dagli anni ’90, con la sua etichetta Downwards – e in compagnia di Anthony ‘Surgeon’ Child e Peter ‘Female’ Sutton – ha contribuito a forgiare quel sound metallurgico e alienato-alienante che ha imposto Birmingham come epicentro dell’industrial techno al volgere del millennio.
Sull’onda di una prolificità ritrovata, fra ristampe, brani inediti e remix, pubblica per la sua Downwards questo The Floor Will Rise. Sei tracce (fra cui una cover di Temporary Thing di Lou Reed!) estrapolate dalla performance Let The Night Return del 6 giugno 2019, in cui l’ex Sandwell District si è esibito a porte chiuse nella suggestiva cornice del teatro di Epidauro, in Grecia. Ad assisterlo troviamo Ann Margaret Hogan al piano; l’ex Godflesh e Techno Animal Justin K Broadrick alla chitarra; il coro del conservatorio di Corfù, non casuale riferimento al coro che era parte integrante della tragedia greca antica.
27 minuti della suddetta performance, filmata e disponibile in Blu-Ray, sono dunque confluiti in The Floor Will Rise. Ritroviamo lo stesso Regis con cui abbiamo familiarizzato nell’ultimo decennio, quello che ha sostituito cassa dritta martellante e texture graffianti come lamiere fresche di fabbrica con un impasto sonoro più rarefatto e intricato ritmicamente, più ambientale e profondo, ma certamente non meno claustrofobico. Due cupe composizioni dark ambient sorrette da un droning minaccioso – chiamate semplicemente Epidaurus Live Extract 1 e 2 – fanno da contraltare alla techno spezzata ormai marchio di fabbrica del British Murder Boy. Calling Down A Curse e The Blind Departing sono la quintessenza del Regis-sound recente: singhiozzanti, spaziose, opprimenti, muscolari, dai bassi profondi e dal sound design cristallino, colonna sonora ideale per un aperitivo nelle catacombe. I due minuti di Clean Air celano (ma neanche troppo) la fascinazione del Nostro per gli ‘80s più wave, ma è la cover di Lou Reed a spiazzare maggiormente. Quella che sembra la registrazione di un coro ascoltata attraverso una radio malfunzionante, acquista via via più consistenza con un tappeto di piano, chitarra e timpani, fino a diventare l’immaginario figlio narcolettico di Atmosphere dei Joy Division e Just Like Honey dei Jesus & Mary Chain. Un brano inaspettato che, pur appoggiandosi su un lessico musicale sentito e risentito, sfiora ugualmente la solennità e restituisce il pathos di una performance in un teatro millenario.
The Floor Will Rise, nella sua mezzora senza particolari picchi né scivoloni, suona come un magma di materia oscura che ribolle lentamente e incessantemente. Un altro tassello nel percorso artistico di uno dei pochi techno-punk rimasti in circolazione.
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