Album
A Swarm In July
-
Tony D'Onghia
- 6 Settembre 2023
Gli appassionati di trip hop della prima ora avranno probabilmente confidenza con il nome di Palm Skin Productions. Simon Richmond, il produttore che si cela dietro a questo pseudonimo, ha fatto validamente parte delle prima ondata del genere in questione, quella che ne ha gettato le fondamenta estetiche e che ha trovato nella leggendaria label Mo’ Wax il trampolino di lancio giusto per iniziare un percorso musicale che, nel suo caso, non si è mai veramente interrotto. Nel corso dei decenni Richmond ha dato segno di sè con uscite che, pur conservando il DNA di origine, in qualche maniera hanno sempre mostrato segni di evoluzione e ricalibrazione delle coordinate musicali.
Questo suo nuovo A Swarm In July è un ulteriore passo avanti, con il valore aggiunto di una concettualità che lo stesso autore ha voluto descrivere cosi: “Un proverbio. Una frase. Un detto. Un detto – l’esecuzione di ciò che è stato detto. Una massima. Un truismo. Il verismo – l’ideologia o il mito della verità? La verità di chi? Chi vi mette in scena? Qual è il taglio, il montaggio? Quando ci si può fidare di un truismo nel mondo del falso profondo? Se ogni storia dipende dal suo inizio e dalla sua fine, quante storie ci sono, dormienti, all’interno dei confini prescritti? Pre-scritte – già scritte – dattiloscritte per noi”.
Il titolo stesso è tratto da un proverbio degli apicoltori “Uno sciame a luglio non vale una mosca”, che significa che più tardi è l’anno, meno tempo avranno le api per raccogliere il polline dai fiori in fiore. Simon ricontestualizza invece questo aspetto nel quadro della crisi migratoria del Regno Unito, fabbricata politicamente, e analizza il linguaggio usato per disumanizzare i rifugiati: “Quando un gruppo diventa uno sciame? Quando uno sciame è prezioso, e per chi? Uno sciame di api per l’apicoltore? Uno sciame di persone per le forze della repressione e dell’odio?”.
Nel caso del brano We Stand, Divided, una rivisitazione di “Together we stand, divided we fall”, Simon contestualizza lo stesso tema anche alla luce del dibattito tossico che ha preceduto il referendum sulla Brexit: “A tanti viene insegnato a temere la differenza, a irrigidire la comunità in un muro divisorio, ma la nostra forza è nella varietà. I burattini sono in branchi omogenei, modellati in un’unica unità malleabile. Noi siamo la celebrazione nel disordine”.
Per esprimere ed elaborare in musica questo ed altri urgentemente inquietanti quesiti politici ed esistenziali il produttore usa gli strumenti della tradizione classica tanto quanto quelli del genere elettronico, lasciando che le caratteristiche parti ritmiche della tradizione del beatmaking lascino spesso il posto a passaggi più atmosferici, austeri e contemplativi; del tutto in linea con il carattere “impegnato” del disco.
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