Album

Blue Electric Light

24 Maggio 2024 pop rock
BMG

Su Lenny Kravitz s’è già detto tutto. Dopo ottimi inizi all’insegna di un rock-soul acido-romantico, psych & funk che gli avevano fatto guadagnare paralleli importanti con John Lennon, Jimi Hendrix e Prince (di cui è sempre stato dichiarato fan), il polistrumentista cantautore ha spinto l’acceleratore sul fattore rockstar ponendosi a capo di un personale e patinato rinascimento 70s rock (Are You Gonna Go My Way, Circus) per poi istituzionalizzarsi come icona tout court. Quando era ancora la musica il piatto forte, non sono mancate parentesi sintetico-elettroniche in anni in cui nessuno poteva farne a meno (neanche gli Smashing Pumpkins) e fino ad un certo punto della sua carriera non sono mancati neppure i singoli di peso, con 5 nel 1998 a regalargli l’ultimo grande momento in questo senso (I Belong To You, Fly Away, American Woman).

Svoltato il secolo, nonostante il calo progressivo di vendite, è rimasto un’indiscussa star, anche grazie ai live, alle collaborazioni con il mondo Hip Hop, ai book fotografici e alle comparaste cinematografiche. Dove la musica non è più riuscita ad arrivare lo ha fatto il resto, non ultima una collezione di prodotti per l’arredamento da lui stesso lanciata (CB2) e vari premi più o meno significativi come quello assegnatogli da PETA per essere uno splendido vegano.

Blue Electric Light arriva ben sei anni dopo Rise Vibration e sembra volerlo rilanciare una tacca sopra le ultime prove. Nel videoclip abbinato al lead single TK421, un robusto funk à la Black Keys che lo riporta alle contaminazioni sintetiche di cui sopra, lo si vede come come corrispettivo maschile di Jennifer Lopez, Miley Cyrus (e via dicendo): fisico statuario e impossibile ai più anche in età non proprio giovanissima (59 anni), addominali scolpiti, denti bianchissimi e rasta sempre foltissimi. Nel successivo Human, c’è un groove pop rock fatto di tastiere, giri di basso e un loop di campanacci a ricordare certe produzioni 80s, tra Depeche Mode, Wham e Pet Shop Boys. Il messaggio è chiaro: abbandonare la tecnologia per un ritorno all’happening rock sottolineato anche da un videoclip dalla qualità cinematografica.

È in forma Lenny che dal suo personale studio alle Bahamas, con l’aiuto del sodale Craig Ross, confeziona un album vario e godibile. Che non significa un album di hit all’altezza del suo repertorio migliore ma un lavoro di buone canzoni quello sì, come ascoltiamo nella psichedelica opener o nella soulful Honey. Riempitivi e mestiere non mancano (Paralyzed) ma la produzione è onesta, anche essenziale (vedi l’omaggio ai primordi Techno, Let It Ride, o quello a Prince in Heaven). S’apprezza inoltre il tentativo di tornare all’immediatezza di certi 80s (Bundle Of Joy, Love Is My Religion).

Tracklist
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Discografia
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  • 1 It’s Just Another Fine Day (In This Universe of Love)
  • 2 TK421
  • 3 Honey
  • 4 Paralyzed
  • 5 Human
  • 6 Let It Ride
  • 7 Stuck in the Middle
  • 8 Bundle of Joy
  • 9 Love Is My Religion
  • 10 Heaven
  • 11 Spirit in My Heart
  • 12 Blue Electric Light
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