Album

Lust For Life

29 Agosto 1977 rock punk wave
RCA

Secondo album solista per Iggy Pop, Lust For Life venne realizzato dalla band che lo supportò nel tour di The Idiot, ovvero David Bowie – anche produttore del disco – assieme ai fratelli Tony e Hunt Sales (basso e batteria), già nella band di Ray Manzarek, e il fenomenale chitarrista Ricky Gardiner, ex-Beggars Opera e già tra i credits di Low. A questi si aggiungeranno in studio Warren Peace alle tastiere e Carlos Alomar alla chitarra.

Registrato tra aprile e giugno del ‘77 agli Hansa Studio by the Wall, Lust For Life beneficia del ritrovato brio live, che aveva visto Iggy tornare sugli scudi come un reduce della stagione eroica del rock. In un certo senso, è album ben più “iguanesco” e molto meno bowieano di The Idiot, a dispetto del fatto che quasi tutti i pezzi vedono la firma del Duca come compositore (i testi sono invece frutto di Pop, eccezion fatta per Turn Blue, in cui viene aiutato da Warren Peace, vecchio sodale di Bowie).

Ad impressionare di Lust For Life è dunque, assieme alla bella ispirazione che lo sostiene, il modo in cui si discosta dall’atmosfera “berlinese” pur essendovi immerso fino al collo, proponendosi come una perfetta rappresentazione – più iconografica rispetto a The Idiot – dell’Iguana post-Stooges: non a caso, le incisioni avvengono praticamente live-in-studio, con pochissimi take, e i pezzi – a parte quelli già messi a punto in tour – vedono la luce «in un giorno e mezzo».

Quanto significhi Lust For Life per Mr. Osterberg è chiaro fin dalla copertina, col primissimo piano di un raggiante Iggy che sembra non stare nella pelle e dirti “visto? Ce l’ho fatta!”.  Tuttavia in scaletta è presente un solo pezzo interamente firmato dall’Iguana, ovvero l’incalzante e irriverente Sweet Sixteen, ossessione sessuale che affila il verbo Rolling Stones sulla pietra di un glam asperrimo, la voce tirata al limite su un registro nasale che rimanda al Tom Petty più facinoroso. I due classiconi più noti portano la firma di altri: è Bowie, ispirato a quanto pare dal codice morse che apriva il notiziario dell’American Forces Network, a partorire il riff che sostiene tutta la title track, resa quindi stradaiola da una ritmica che deve molto al classico You Can’t Hurry Love delle Supremes e che Iggy sgrana con noncurante sfacciataggine, digrignando in faccia al mondo la sua intatta fame di vita pure se in uno scenario maledetto, fisiologicamente dedito a eccessi e dipendenze («Here comes Johnny Yen again / With the liquor and drugs / And the flesh machine / I know he’s gonna do another striptease»).

L’altro pezzo forte è ovviamente The Passenger, composto da Ricky Gardiner e diventato presto un inno all’intensità dell’impersistenza, quel riff ruvido e festoso sul ritmo in levare come un invito a mollare gli ormeggi della consuetudine. Ispirato al poema About A Modern Life As A Journey By Car di Jim Morrison nonché, più banalmente, al girovagare in compagnia di Bowie a Berlino e sulle autobahn tedesche, è uno dei testi più azzeccati di Iggy Pop, il cui verso «I see the stars come out of the sky» non a caso riecheggerà in The Stars Are Out Tonight, pezzo contenuto in quell’autentico campionario di scorie mnemoniche che è The Next Day, penultimo album di David Bowie.

Altra perla targata Duca Bianco è la tesa Some Weird Sin, mentre la drammatica Turn Blue è una sorta di sorellastra di Rock’n’Roll Suicide, simile il passo à la Brel anche se strattonato da sgarbi Stones: nata nel tour di The Idiot come strumentale lasciando a Iggy facoltà di improvvisare il suo verbal jazz, viene quindi aggiustata nella versione definitiva da Warren Peace, bravo a conferirle l’aspetto da cantico della tossicodipendenza terminale («Mamma, what color will the lights be? / Will they turn blue on me?»). Sempre tossicodipendenza e overdose stanno al centro di Tonight, traccia del tipo “belle canzoni che dicono cose terribili”, per chiosarla alla Tom Waits, col suo lirismo quasi melò a cui Iggy si presta con fare da crooner, synth e cori che sanno già di anni Ottanta (nel 1984 Bowie la riprenderà in versione “plastic reggae” per un duetto con Tina Turner che darà addirittura il titolo al successore di Let’s Dance).

Lust For Life consegna quindi un Iggy finalmente padrone di sé e in qualche modo compiuto al pubblico del rock’n’roll, che immediatamente riconosce in lui – ormai trentenne – il “padrino del punk”.

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