Album

Night CRIÚ

31 Ottobre 2025 indie goth emo drone folk

Hilary Woods costruisce con Night CRIÚ una versione aggiornata della torch song, dilatata fino a perdere la sua forma originaria. Dopo l’austerità liturgica di Feral Hymns e Acts of Light, dominati da droni e ritualità acustica, l’artista irlandese riporta in primo piano la voce, ma questo ritorno apre un conflitto, perché la Woods che compone per spazi e risonanze si scontra con la Woods che canta, tentando di rientrare nella forma canzone dopo anni di dissoluzione. Le sette tracce orbitano intorno a questa frattura.

Voce apre l’album come un valzer sospeso, intrecciando la batteria di Gabriel Ferrandini a un coro infantile che sembra provenire da un sogno / incubo lynchano, con Velluto Blu che è evidentemente la matrice di tutto il progetto. È una dichiarazione d’intenti ma anche il primo indizio di squilibrio, perché la voce, pur centrale, viene spesso inghiottita dalla scenografia sonora. Faults è forse il momento più diretto e trasparente, una banda di ottoni accompagna un testo che confessa l’incapacità di esprimersi. Brightly tenta una scrittura più lineare, ma anche qui l’arrangiamento prevale sul canto, come se la Woods preferisse ancora nascondersi dietro il paesaggio che costruisce, mentre con Taper e Offerings ritorna alla grammatica dei dischi precedenti, fatta di riverberi ampi, campionamenti lontani, cori sommersi.

Night CRIÚ vive nella tensione tra il bisogno di scrivere canzoni e il desiderio di smaterializzarle, tra la confessione intima e la sua dissolvenza. La Woods conserva un grande senso per il clima, per la profondità timbrica e per il dettaglio atmosferico, ma la voce rimane spesso distante, come un fantasma che attraversa un set vuoto. Le torce bruciano ma l’ambiente resta freddo, e in questa distanza mai colmata si consuma la bellezza frammentaria del disco.

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  • 1 Voce
  • 2 Faults
  • 3 Endgames
  • 4 Brightly
  • 5 Taper
  • 6 Offerings
  • 7 Shelter
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