Philip K Dick’s Electric Dreams

Philip K Dick’s Electric Dreams, commento all’episodio 1×01 (“The Hood Maker”)

[ATTENZIONE: questo articolo contiene spoiler]

Chi è Philip K. Dick? È lo scrittore squattrinato che per sbarcare il lunario stendeva ossessivamente un racconto (e un romanzo) dietro l’altro utilizzando come armi la satira, la parodia, il gusto per la detective story, l’erotismo velato delle sue giovani protagoniste dai capelli scuri? È l’ambizioso fautore di un nuovo genere di science-fiction, con il suo stile debitore verso i classici (Wells, Bradbury, Van Vogt, ma anche ossequioso verso Shakespeare) e precursore di quello che sarà poi definito cyberpunk? È il disagiato uomo medio della California degli anni Cinquanta che coltiva aspirazioni letterarie alte e che vorrebbe disperatamente sfondare sul mercato mainstream? È uno sbandato, un drogato, paranoico, con tendenze suicide, che si riscopre portatore di un messaggio superiore nascosto alla maggior parte del genere umano e al quale lui ha avuto accesso attraverso un fantomatico raggio rosa? Philip K. Dick è tutto questo e molto di più.

È anche uno degli autori più saccheggiati a Hollywood, con quel successo rincorso per tutta un’esistenza che, ironicamente – come uno dei tanti colpi di scena che colpisce i suoi personaggi immaginari – arriverà all’indomani della sua morte (1982) con l’uscita nelle sale di Blade Runner (a firma Ridley Scott), tratto dal suo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Il mondo comincia allora pian piano a riscoprire la ricerca di questo piccolo scrittore di provincia che per una vita si è posto e ha posto ai suoi affezionati lettori uno tra i quesiti più affascinanti di tutta la letteratura fantascientifica (e non): Cosa è umano e cosa non lo è?

Qualche anno più tardi sarebbe stata la volta di Atto di Forza (Total Recall, 1990) – tratto da uno dei racconti più stratificati e rocamboleschi dello scrittore (We Can Remember It For You Wholesale) – nel quale emergono per la prima volta due degli aspetti fondamentali dello stile dickiano: una particolare affinità con il gusto tipicamente kitch e una sensazione di divertita leggerezza che contraddistingue anche le opere più complesse e profonde. Il nuovo millennio cinematografico è sotto il segno di Dick: in successione, arrivano Impostor (2001), Minority Report (2002), Paycheck (2003), A Scanner Darkly (2006) e (il pessimo) Next (2007), mentre gli anni Dieci hanno saccheggiato per lo più la sua inventiva che la poetica, ne risultano gli scialbi adattamenti di Radio Free Albemuth (2010) e I guardiani del destino (The Adjustment Bureau, 2011) e gli imbarazzanti remake Total Recall (2012) e Minority Report (stavolta sul piccolo schermo, 2015).

In verità gli esempi del pensiero filosofico di Dick e le sue paranoie precognitive sono rintracciabili soprattutto in quei prodotti non direttamente ricavati dalle sue opere: senza lo scrittore americano non avremmo mai avuto ad esempio Terminator (Modello due), The Truman Show, Matrix (Tempo fuor di sesto) e serie che hanno fatto la storia della televisione come Lost (Ubik). Negli ultimi anni Black Mirror – la cui visione distopica della realtà ha più di un debito con Dick – si è imposto all’attenzione mediatica come una delle più crude riflessioni sugli effetti negativi che certa tecnologia può arrecare all’essere umano, spingendosi oltre i confini della fantascienza e abbracciando quella cosiddetta fantascienza filosofica con cui PKD etichettava i suoi lavori; senza dimenticare l’ottimo adattamento seriale di La svastica sul sole (The Man in the High Castle, 2015) giunto con successo al rinnovo per una terza stagione su Amazon Video.

Il 2017 (che vive nell’attesa dell’imminente Blade Runner 2049), confermando la simbiosi con l’universo seriale televisivo da parte dell’opera omnia dei suoi racconti, accoglie a braccia aperte Philip K Dick’s Electric Dreams, serie antologica sul modello Black Mirror (guarda un po’!) la cui prima stagione sarà composta da 10 episodi, a ripercorrere altrettanti racconti del prolifico scrittore.

Il primo racconto adattato è Il fabbricante di cappucci (The Hood Maker, 1955), di cui vi riportiamo un estratto: «I tel sono diversi da noi, ma questo non significa che siano superiori. La facoltà telepatica non implica una superiorità generale. I tel non sono una razza superiore. Sono esseri umani con una capacità speciale. Però questo non dà loro il diritto di dirci cosa dobbiamo fare. Non è un problema nuovo». Come si sarà intuito al centro della vicenda – e come capita spesso tra le pagine dei suoi racconti più riusciti – c’è un problema di stampo politico e la sua risoluzione è garantita dall’immancabile colpo di scena che rimetterà in discussione la realtà di una delle due parti in causa (i telepati sono sterili).

Nella versione televisiva, scritta da Matthew Graham (già autore delle “dickiane” Life on Mars? e Ashes to Ashes) e diretta da Julian Jarrold, lo scontro tra razze diventa terreno fertile per convertire il racconto in una riflessione potente sulla contemporaneità – che è poi il fine ultimo della buona fantascienza. L’obiettivo è poi raggiunto grazie a una serie di fattori che non potranno lasciare indifferente nessuno: dal gusto per la detective story, alle scenografie claustrofobiche, dove personaggi in cerca di tolleranza si muovono in maniera silenziosa senza rinunciare mai alla propria umanità. L’unico tassello fuori posto potrà essere inizialmente quel mix non perfettamente amalgamato tra British e American style, con il primo ad avere la meglio sul secondo in questo primo episodio, ma presto ci si fa l’abitudine e il brivido per la scoperta dell’intreccio ha la meglio.

In poche pagine di racconto, Dick riusciva contemporaneamente a far divertire il lettore comunicandogli una morale non troppo profonda, ma determinante (la condanna di qualsiasi millantata supremazia razziale); ugualmente, The Hood Maker cerca di scavare nel profondo il genere di cui fa parte per denunciare l’orrore del razzismo contemporaneo, non rinunciando comunque al colpo di scena finale che rimette in discussione l’etica comportamentale dei personaggi. Se il buongiorno si vede dal mattino, possiamo dire che Philip K Dick’s Electric Dreams parte benissimo e promette altri 9 episodi altrettanto affascinanti (in uno dei quali ci sarà anche Bryan Cranston, anche produttore della serie).

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