Film

Benny Safdie

The Smashing Machine

19 Novembre 2025 Stati Uniti d'America drammatico

Il dramma sportivo è stato usato dagli autori statunitensi per raccontare la parabola dell’American Dream, sia in un senso più classicamente positivo – Rocky – che per destrutturarlo. Quest’ultima tendenza fu leitmotiv dello Scorsese della New Hollywood, ma è stata più volte ripresa anche nel cinema postmoderno più recente. Benny Safdie, per la sua prima regia in solitaria sul grande schermo – sul piccolo ha debuttato con The Curse –, ne fa una sua versione aggiornata e personale.

The Smashing Machine, titolo omonimo del documentario da cui è tratto, racconta la parte della vita del lottatore di MMA Mark Kerr in cui fu uno dei pionieri delle arti marziali miste all’inizio del nuovo millennio. Un momento in cui lo sport era visto come un’accozzaglia di altre discipline e relegato più che altro in tornei nella terra del Sol Levante. Tutto il contrario di come è percepito ora.

All’angolo.

La pellicola premiata a Venezia 82 per la regia inizia come un found footage per richiamare la sua origine “non da fiction” e ci presenta da subito il Kerr interpretato da un Dwayne “The Rock” Johnson alla prova della carriera, anzi, alla prova da Oscar della carriera. Un obiettivo che condiziona molto la sua interpretazione, così come condiziona quella di Emily Blunt.

Safdie riprende la macrostruttura che dall’ascesa porta al declino e poi alla rinascita, ma lungo il cammino si concentra sul lato umano, giocando con il contrasto tra l’aspetto imponente e l’indole fragile di Kerr. La dipendenza da antidolorifici, le liti coniugali, il confronto impietoso con gli amici sono aspetti di una vita che ruota intorno al magico momento in cui si sta sul ring – non a caso le sequenze migliori – davanti allo sguardo del pubblico. Uno sguardo che costruisce un’immagine tanto forte quanto è precaria la base su cui si poggia. Poco più di un’illusione, che quando si rompe non si ricompone più. Con buona pace di tutti i kintsugi del mondo.

Mano nella mano con lui.

Ecco allora che The Smashing Machine diventa una storia sull’accettazione di se stessi, sul non essere in grado per forza di uscire vincitori, sulla libertà – e la felicità – che derivano dal tirarsi fuori dall’American Dream. Un dibattito che sta cambiando profondamente la testa dello statunitense medio e sta avendo ripercussioni in tutto il mondo. Il film si preoccupa così tanto di illustrare questo ragionamento da costruire anche una storia di successo in parallelo.

Per questo suo secondo debutto Benny Safdie dà fondo al suo repertorio e si esibisce nei suoi soliti close-up e nell’uso della camera a mano – o in spalla – per costruire teatrali piani sequenza. Non solo: sul piano musicale Safdie costruisce la solita impalcatura di close up, macchina a mano e montaggio serrato attorno a una colonna sonora iperpresente firmata da Nala Sinephro, cui si affiancano alcuni needle drop particolarmente mirati.
L’integrale Corridor Of Dreams dei Cleaners From Venus, scelta non banale visto che il brano dura cinque minuti a cui si sommano incursioni di peso come Bruce Springsteen (Jungleland), e altri classici pop–rock d’epoca come Santeria dei Sublime, Every Morning dei Sugar Ray o This Kiss di Faith Hill, usati da Safdie più per costruire atmosfera emotiva che per puro citazionismo.

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