Film

Silvio Soldini

Le Assaggiatrici

27 Marzo 2025 Germania drammatico

Il boccone scende e il cuore accelera. La fame costante, diretta conseguenza della guerra in atto, non basta a diluire il senso di paura, anestetizzare il dolore. Le Assaggiatrici di Silvio Soldini sono infatti semplici donne tedesche accomunate da un unico compito: assaggiare le pietanze destinate a Hitler così da confutare se siano avvelenate o meno. Ogni pasto si tramuta, così, in una possibile condanna a morte. La disfagia è solo immaginata, ma mai concretizzata, perché la possibilità della morte fa meno paura di un fucile puntato addosso. E così il cibo viene ingoiato in un continuo stato di ansia pronto a rivestire la scena, mentre gli sguardi si incrociano, le mani si stringono e le bocche masticano.

Uno stato di allerta che il regista (autore dell’acclamato film Giorni e Nuvole) tenta di restituire, con una ripresa abbassata, frontale, di chi viene colto perennemente seduto a tavola. Dopotutto, non c’è altra posizione possibile per chi deve assaggiare.

Le Assaggiatrici
Il personaggio di Rosa ne Le Assaggiatrici

Sarà quando le bombe scoppieranno, e la caduta di Hitler sarà sempre più vicina, che Rosa, Elfriede, Leni e le altre potranno tornare a stare in piedi, a correre, a (soprav)vivere. Sopravvivere in un mondo dove l’unica nota di colore possibile è quella del cibo portato a tavola. Tutto nel mondo de Le Assaggiatrici è infatti ammantato dalla polvere dell’incubo, da un sostrato di grigiore che desatura i colori, assorbe la luce, filtra ogni slancio di scappatoia. Un brutalismo non più architettonico, ma umano, che blocca le donne in uno stallo costante nell’attesa che passi la paura, e l’avvelenamento non si mostri.

È un pasto a più portate, Le Assaggiatrici, dove il reflusso della paura si fa sentire, brucia lo spirito, inonda le pareti gastrointestinali di timore; ma è anche un’opera con slanci umani, di amori e batticuori, pronti a essere respinti da un senso di colpa impellente. Eppure, la necessità impellente di raccontare quanto più possibile, porta al conseguente depotenziamento dello stato di ansia e angoscia che dovrebbe invece dominare un attimo come quello del pasto. Lo stesso disgusto personale che coglie, smuove e allontana il personaggio di Rosa tanto da se stessa, quanto dal suo amante (il comandante delle SS Albert Ziegler), è una vocina che sussurra, ma non urla. Per quanto brava sia la sua interprete (Elisa Schlott) a giocare di sottrazione, si staglia tra lo spettatore e Rosa una distanza siderale, che impedisce al pubblico di accogliere e condividere con lei ogni suo sentimento, o stato di tensione.

“Mors tua, vita mea” dicevano gli antichi, e quella del Führer era una vita da salvaguardare, anche a costo di eliminare dei civili, pedine sacrificabili (soprattutto se di sesso femminile) in un gioco a eliminazione non così distante da quello contemporaneo; un periodo pronto a rigenerarsi come un rigurgito, un reflusso che riempie la bocca, inacidisce la lingua, brucia nello stomaco, sulla scia di un pasto mal digerito, o di un veleno pronto a rivelarsi.

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