Viva gli eccentrici
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Giancarlo Turra
- 2 Dicembre 2006
I musicisti possono essere ottime guide in fatto di gusti, è cosa nota. Leggendo le interviste ci si imbatte sovente in stimoli per ricerche che sfociano poi in eccellenti scoperte, per non dire di quando gli artisti stessi, con intenzionalità mirata, glorificano per iscritto chi li ispirò. Immagino sia andata così un po’ a tutti con l’oggetto di questo speciale: il genio della coppia Klaus Dinger–Michael Rother (tipi tanto incompatibili che non potevano che divenire complementari) venne fuori dal dimenticatoio nella seconda metà degli anni Novanta, grazie a quel fantastico tomo – solo di recente tradotto in italiano- di Julian Cope che è Krautrocksampler, rivelatosi negli anni vera e propria “cornucopia” d’illuminazioni.
Dopo aver metabolizzato a furia di ascolti Neu! e La Düsseldorf, la loro importanza capitale si svelò e se ne sentirono gli echi rombare ovunque, soprattutto dentro le maree post rock e new wave, per non dire del punk britannico e di parecchio indie noise d’oltreoceano (i Ciccone Youth nel 1988 li citarono nel brano burla – adeguato a questa storia: si veda più oltre – Two Cool Rock Chicks Listening To Neu!). Una volta di più, e potete scommettere che non sarà l’ultima, il mercato delle ristampe digitali ha consentito di riscrivere una consistente parte di storia.
Già, perché se ne ascoltano di band future, tra loro eterogenee e distanti, in quella manciata di album: dai Joy Division ai Sex Pistols, passando per il David Bowie della trilogia berlinese e planando lievi su Stereolab (degli altri che, a forza di citazioni, contribuirono alla riscoperta) e Labradford. Le chitarre minimali e la batteria etichettata oltremanica come “motorik” (“Ritmo Apache è come piace a me chiamarlo” sostenne Dinger a inizio millennio), quel senso di dinamica da autostrada – “autobahn”, anzi… – col panorama della città in lontananza, l’acido martellare di sei corde e ritmica su voci irose, le aperture pastorali che richiamano le foresta del centro Europa giunsero tra noi nel breve, fecondissimo lustro 1971-1976.
Il primo dopoguerra è testimone di una Germania messa in ginocchio: tuttavia, lo spirito di rivalsa nei confronti di un passato vissuto come orribile e indesiderato sfregio, fa sì che nel giro di un paio di decenni la nazione si risollevi e divenga la potenza economica e politica che sappiamo.
In questo clima, quando le basi NATO portano il rock tra la gioventù teutonica, c’è entusiasmo misto ad autogestione. Nascono gruppi beat e garage locali (anche sulla spinta dei Monks, pazzesco combo di ex militari statunitensi in trasferta su cui si tornerà, prima o poi) ma ciò che passa ai posteri reca con sé un’innegabile germanicità, che ha reso band come Faust, Kraftwerk e Can peculiari e influenti. Proprio da cover della “british invasion” si avviano, in quel di Düsseldorf, Michael (voce, chitarra e tastiere) e Klaus (voce e batteria, per ora): stancandosene subito approfittano di un incontro con l’altra coppia che venne dal futuro, Ralf Hütter e Florian Schneider.
Costoro hanno in carniere un disco a nome Kraftwerk, in un brano del quale siede Dinger alla batteria; Rother si era invece avvicinato al gruppo di Colonia passando dalla porta di servizio, lavorando col solo Hütter a una colonna sonora mai pubblicata. Al fine di promuovere l’album di cui sopra si allestisce un sestetto cui prendono parte anche i nostri, che naufraga lasciando la formazione dimezzata. Klaus e Michael si trattengono con Schneider per qualche tempo negli Organisation (la ristampa su cd del loro Tone Float contiene un’esemplare Vor Dem Blauen Bock realizzata assieme), finché la creatività in eccesso li forza a separarsi. Florian si ricongiunge con Ralf e avvia un’epopea molto più nota, mentre Dinger e Rother si decidono a mettere su nastro le rispettive idee, nel frattempo accumulatesi.
L’iniziale Hallogallo è il manifesto della formazione, dieci epocali minuti di groove d’implacabile raffinatezza dove le chitarre entrano ed escono, volteggiano o si limitano a un accordo secco e stoppato. Nessuna voce, nessuna melodia, ma un flusso che ti inchioda e ti ipnotizza all’infinito. Sarebbe più che sufficiente per consegnarsi agli annali, ma proseguendo s’incontrano il funk industriale tutto stop e furiose ripartenze Negativland (oltre ad aver battezzato la band americana, costituisce la matrice per le prime imprese dei coniugi Gane/Sadier); l’algido sospendersi di Sonderangebot e la dolcezza atonale di Lieber Honig, la sognante Weissensee e la laconica Im Glück. Il senso di alterità è ribadito dalla confezione, una busta bianca su cui campeggia la ragione sociale tratteggiata con un pennarello, minimale e irridente, al massimo buona per una pubblicità da supermercato (ed è da lì che viene, dagli studi d’architettura di “Herr” Dinger, dall’amore scoperto per Andy Warhol e Joseph Beuys). Non solo: se pensate agli svolazzi dei contemporanei Yes e Genesis vi passerà per la mente la parola “punk”. Siamo nel 1972, in ogni caso.
La coppia prova a portare sul palco l’azzardata idea, espandendo la line-up e incontrando difficoltà che, dopo una manciata di concerti, li fanno desistere. Erano e resteranno un progetto da studio, i Neu!, di conseguenza sconteranno questa concezione progettuale con una mancata promozione che li confinerà a nome per specialisti. Un hippie in ritardo (Rother) e un punk in anticipo (Dinger) pronti a fregarsene delle convenzioni, pensano a un 45 giri quale seguito al debutto. Col confermato Plank se ne escono dagli studi con due canzoni che l’etichetta rifiuta, per cui ci si richiude di nuovo tra le quattro mura della Baviera. C’è tuttavia un problema non da poco: le idee fanno difetto, e una replica persuasiva e potente di Hallogallo come Für Immer, più la sorellina Spitzenqualität, il singolo abortito Neuschnee (acida invenzione degli Ultravox!) e Super (proto punk che crea i D.A.F.) non bastano a coprire la distanza di un intero album, nonostante l’Immagine Pubblica nel paranoico specchio di Lila Engel.
Frattanto sono pure terminati i soldi, non c’è più tempo da trascorrere in studio e si registra di notte per terminare il tutto. Parola impegnativa e poco adatta, “terminare”, giacché Neu!2 è un’esperienza al limite dell’assurdo che, tolti i brani dotati di forma eccelsa e compiuta, si può leggere come una provocazione che concepisce lo studio di registrazione come uno strumento a sé stante, oppure interpretarne l’aria di sberleffo che ne promana. Nelle restanti tracce, accade infatti che il nastro venga manipolato con le dita o deteriorato, gli stessi pezzi incisi a 16, 45 e 78 giri. L’impianto stereo farnetica e l’ascoltatore perde le sicurezze fino a sentirsi deriso, salvo rammentare che Lydon, Levene e Wobble sono lì che si slogano il polso prendendo appunti, e alla fine rintraccia una logica (perversa e tangibile) nella melma risonante di Gedenkminute e Cassetto.
Le tensioni e il nervosismo in studio hanno appesantito intanto il labile rapporto di coppia, e per cambiare aria Rother fa visita ai Cluster per una breve collaborazione. L’atmosfera, nell’idilliaca magione sulle colline del Weser, è così prodiga di buone vibrazioni che si ferma per qualche giorno. Alla fine saranno due gli anni di permanenza, durante i quali il trio armeggerà attorno a una splendida creatura significativamente denominata Harmonia. Quando Dinger cerca di metter in piedi una propria label (ci rimetterà fior di marchi) e insegna al fratello Thomas a suonare la batteria, Musik Von Harmonia esce per la Brain nel 1974, sfoggiando la giocosità elettronica della ditta Roedelius–Moebius temprata dal piglio più cadenzato di Michael in una sequenza memorabile in cui spiccano la marcia Sonnenschein e la pulsazione di Sehr Kosmisch. Materia ambientale, è vero, ma con un sostegno ritmico che le impedisce di soccombere a eccessive esilità, e altresì dotata di una grana onirica che farà scuola (da Eno alle memorie futuribili di Boards Of Canada e Mouse On Mars). Bello altrettanto il seguito Deluxe, ospite Mani Neumeier dei Guru Guru, con il deserto ghiacciato Walky-Talky, la cantilena della title track e la new wave ante litteram di Monza a imprimersi saldamente nella memoria.
Dopo i saluti, Rother si dedica a una discreta – in entrambi i sensi – carriera solista a base di melanconia principalmente strumentale, mentre Klaus sfoga ulteriormente rabbia e acredine coi La Düsseldorf, condotti fuori dalla sala prove in un mondo finalmente più ricettivo. Il debutto omonimo arriva nei negozi su Nova nel 1976, anticipando il Duca Bianco di Low quel tanto che basta a far entrare il robusto idillio Silver Cloud in classifica anche a dispetto del cospicuo minutaggio. Sul marchio di fabbrica della ritmica “meccanica ma con sentimento” sono piano e synth a imporsi e sottrarre spazio alle chitarre, tracciando linee melodiche cristalline, insistenti ma dalla misurata sobrietà. Si rincorrono senza pause nella fluviale epica elettro-rock Düsseldorf, innervano la disarticolata wave spruzzata di demenza La Düsseldorf (per essere un tedesco, Klaus non difetta di senso dell’umorismo…), infine si aprono sugli orizzonti meditativi a stento trattenuti di Time.
Voi fingete pure che il raffazzonato Neu!4 non abbia mai visto la luce, e lo stesso fate per tutte le inutili speculazioni da lì in poi propinateci da Klaus, da un live del gruppo madre alla sfilza di operine per La Düsseldorf, Engel des Herrn e La! Neu? (umorismo tedesco, infatti…).
Ars longa per una vita brevis, come la tradizione impone, e così fu.
