Blues di confine
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Fabrizio Zampighi
- 15 Maggio 2012
Una sintesi di sensibilità e visioni musicali differenti costruita su un terreno sconnesso: i VeneziA sono elettronica spuria e blues, attitudine punk e sperimentazione, testi da cantautorato e claustrofobie sparse, il tutto in un fluire di forme elementari e a bassa fedeltà. Inquietudini ripetitive che si mescolano a percussioni tribali, in una rivisitazione della musica del Diavolo che ne La culla scarnifica e ricontestualizza, seguendo esclusivamente l’instinto.
Terra di provenienza del gruppo è la Sicilia, la stessa di Cesare Basile e de Il pan del Diavolo: tanto per dire che il blues è humus comune, nel primo caso declinato in un cantautorato sempre più vicino al folk autoctono, nel secondo in sbornia rockabilly. Un suono delle origini che anche i Venezia plasmano a propria immagine e somiglianza, condividendo con i conterranei citati soprattutto l’attitudine: “La provenienza geografica influisce sempre su qualsiasi espressione artistica. Probabilmente vivere in una terra di confine culturalmente isolata come la Sicilia in cui mode e tendenze artistiche arrivano tardi e vengono recepite spesso in maniera distorta, fa si che un gruppo come il nostro possa sperimentare un linguaggio musicale più originale e libero da condizionamenti”.
A chiudere il cerchio certi testi criptici figli di un immaginario sporchissimo che sa di desertificazione estetica e esistenziale. Ci si affida ai silenzi, si scopre un recitato teatrale e onirico (Whiskey Harp n.1, Mondo di consumi), emerge un declamare in cui la musica diventa idealmente testo e il testo parte ritmica, oltre che significato. In mezzo, la metafora de La culla: “”La culla” indica il grembo, il ritorno al ventre materno e ancora il non essere nati. Ci si affaccia alla vita, strappati da chissà dove per un viaggio di cui ci sfugge il senso, un viaggio circolare, che parte dalle profondità cosmiche per riapprodarvi dopo una serie, forse, di inutili gesti (“traccio una strada nel nulla”, “sfondo una porta già aperta”). Il verso nella sua ripetizione quasi ossessiva, diventa strumento di ricerca e liberazione.”
Il passaporto del gruppo è però la voce scorticata di Andrea Venezia, roba che da Howlin’ Wolf, passando per Captain Beefheart e Tom Waits traccia un continuum che aggiunge drammaticità e credibilità ulteriore. Una voce che “che raschia il fondo sia fisico che spirituale”, diretta conseguenza della poetica del gruppo e unica via di fuga possibile per un universo primordiale tutto da scoprire.
