La geometria dei pensieri naufraganti. Intervista a Brenneke

«Come quando da bambino mangi la pizza e non può non piacerti, ma le acciughe le odi. Poi cresci e la pizza continua a piacerti ma ti piacciono anche le acciughe. Ecco, io voglio essere le acciughe della musica italiana». Così Brenneke (nome d’arte di Edoardo Frasso) definisce il pop di Nessuno lo deve sapere, il suo ultimo lavoro discografico uscito il 1 febbraio 2019 per Vetrodischi, a tre anni da quel Vademecum del perfetto me (2016) che lo aveva fatto conoscere. Originario di Busto Arsizio, Edoardo muove i primi passi come chitarrista della band milanese Il Fieno prima di intraprendere il suo percorso individuale, pubblicando il primo EP Brenneke nel 2013.

Dopo essere stato nostro ospite al Sofa Concert e in attesa della sua prossima data al Mikasa di Bologna prevista per giovedì 2 maggio, abbiamo parlato con lui dell’album: un inno alla “resilienza” che vive del paradosso dell’intimo nell’indefinito e si dispiega come un battito regolare scandito da sonorità sintetiche e psichedeliche sempre sorretto da un cantautorato pop, che ci accompagna in una metafora cosmica attraverso la rivalutazione di stati d’animo emarginati che trovano qui lo spazio per riaffiorare. E quando le suggestioni dream pop ci portano con la testa tra le nuvole, ecco che di nuovo le parole ci riconducono sulla terra, in un’altalena costante che ci solleva senza mai toglierci la sicurezza del ritorno.

Nessuno lo deve sapere è l’album dei “sentimenti accantonati”, dove la quotidianità delle piccole cose diventa protagonista assoluta. In che modo la RESILIENZA diventa parola chiave dell’intero lavoro?

Nessuno lo deve sapere è nato per esorcizzare la via di mezzo tra i venti e i trent’anni, poi curiosamente la stessa genesi del disco è risultata una mezza odissea, quindi la Resilienza è dal mio punto di vista nella sua stessa esistenza. Avrei potuto sul serio abbandonare il disco al suo destino, perlomeno l’ho pensato più di una volta. Le canzoni spesso sono delle piccole cronache di pensieri naufraganti, come certe conversazioni serali che fai con gli amici in cui non arrivi a una vera conclusione, ma alla fine ti senti meglio.

Se è vero l’album è come «un lago che goccia dopo goccia si è scavato la sua forma», allora Compleanno e Lasciarsi alle spalle sono i remi che ci fanno approdare in questo mare aperto di suggestioni cosmiche, in cui l’intimità della mente umana diviene metafora dell’immensità dello spazio. In cosa consiste questa “eternità delle piccole cose”?

Il mio modo di parlare dei temi “vasti” passa attraverso la descrizione dei piccoli gesti, degli oggetti, delle cose di tutti i giorni. Come le monete al casello di Nessuno lo deve sapere o il semaforo spento di Compleanno e le tende di Lasciarsi alle spalle. Suppongo perché i piccoli dettagli di una vita che consideriamo normale e che ci tengono legati alla civiltà sono proprio la prima cosa che mettiamo in contrapposizione all’immensità dell’eterno quando proviamo a immaginarla. In qualche modo le cose piccole danno valore alle grandi domande sull’esistenza, è per questo che le fotografo spesso nelle mie canzoni.

Nel tuo lavoro i temi del rimpianto e dell’incombenza del passato vengono accompagnati da sonorità pop sintetiche che stemperano la malinconia e risuonano anzi come una nota di riscatto. Sei così anche nella vita di tutti i giorni o trovi nella musica un modo per esorcizzare la negatività?

La musica è senza dubbio un modo per esorcizzare la negatività, così come l’arte in generale, perlomeno nella mia visione. La cosa interessante è trasformare sentimenti come il rimpianto e l’incombenza in energia positiva, pur lasciandoli temi centrali. È strano che una canzone che sviscera un certo tipo di disagio lo trasformi al tempo stesso in ispirazione. Nella vita di tutti i giorni sono molto diverso dalle canzoni, è proprio il motivo che mi spinge a scriverle.

In brani come Satelliti, Lasciarsi alle spalle, Sto pensando di mollare tutto o Menta lo scandirsi ritmico e regolare delle basi è sostenuto in alcuni punti da un’iterazione anche verbale. È un modo per creare una liaison sintattico/sonora o un bisogno di ribadire per essere ascoltato?

È una sfaccettatura di quello che faccio, al quale do molta importanza. La sillabazione è una della caratteristiche centrali del mio modo di intendere le canzoni, assolutamente al pari dei testi presi estemporaneamente. È il veicolo tramite il quale la voce non è più solo una traccia narrante, ma un vero e proprio strumento al pari di tutti gli altri. Si possono creare con la ritmica della voce degli incastri molto emotivi, talvolta perché molto “matematici”. In generale sono un vero fanatico dei controtempi, delle figure ritmiche che si rispondono anche in modo imprevedibile. È un aspetto che voglio ancora esplorare abbondantemente.

A quale brano sei più legato e quale invece ha richiesto maggiori sforzi in fase di registrazione?

Sono stati tutti una bella fatica! Per il brano al quale sono più legato ti risponderei ora come ora Sono in una fase, perché è uno dei più vecchi di tutto il disco e perché è anche il primo in cui io e il mio produttore Matteo abbiamo fuso alla perfezione il mondo sonoro della sua elettronica e del mio pop alternativo. Ci siamo parecchio confrontati lavorando a quella canzone, spesso in modo acceso, ma quando l’abbiamo risolta abbiamo capito molto anche del resto del disco. Un pezzo che ha richiesto sforzi invece è Menta, che per tanti mesi non ne voleva sapere di tirare fuori il suo potenziale. Solo verso la fine della lavorazione del disco abbiamo trovato gli elementi giusti da mettere in risalto, e il pezzo è andato in orbita. Ne sono molto fiero, anche e soprattutto perché sta diventando una delle più belle dal vivo.

Rispetto ai tuoi primi lavori, graficamente delineati da tonalità seppia, in Nessuno lo deve sapere (le cui grafiche sono a cura di Michele Canziani ed Eugenio Nuzzo) compaiono i colori nelle tonalità sognanti dal rosso al blu. È una scelta voluta?

Sì, perché c’è stato un lavoro impegnativo e pensato. Le grafiche le hanno curate questi due ragazzi bravissimi che nella vita fanno gli architetti, quindi possiedono una grande attenzione per la geometria. Per raccontare questo disco abbiamo voluto dare risalto all’aspetto psichedelico insito nelle canzoni, approfondendo la metafora del cosmo nelle piccole cose. Hanno creato quindi un mondo visivo che rimandasse anche a livello di colori a un viaggio onirico. Non ci avevo mai pensato prima di adesso, ma credo sia significativo che questo disco abbia visivamente un immaginario colorato e i miei precedenti perlopiù in bianco e nero.

In Sto pensando di mollare tutto citi i Bluvertigo e Luigi Tenco sostenendo di non dar ascolto ai tuoi “amici”. Come mai?

Le citazioni di Morgan, di Tenco e Modugno sono finite in quel brano un po’ casualmente, quasi non ricordo come ho deciso di inserirle. Il riferimento ai miei “amici” è legato a un modo che ho di intendere le canzoni. Scrivere e diffondere una canzone significa fare un discorso confidenziale a persone che non conosci. Con chi ascolta le tue canzoni si crea quasi un’amicizia sbilanciata e mi è capitato tante volte di pensare di conoscere quasi personalmente i miei artisti preferiti solo perché conosco a menadito le loro canzoni. Con quel verso in qualche modo dichiaro questa mia visione.

Definisci il tuo lavoro «indipendente ma non indie». Parlaci del tuo «Elite-pop»…

Elite-pop è una definizione che mi diverte parecchio e quindi l’ho scelta per collocarmi da qualche parte in questa frastagliata scena di musica contemporanea italiana. Io credo che fare pop significhi comunicare dei messaggi che potrebbero essere compresi da tutti, ma che non per questo necessariamente lo sono “per forza”. Non voglio sparare un mio ritornello nelle vene di chi sceglie di ascoltarmi approfittando del fatto che ho creato qualcosa che “gli piacerà di sicuro”. Non voglio fare musica che ti piaccia di sicuro, voglio fare musica che ti possa parlare con onestà! E che quindi, talvolta, possa fieramente non piacerti, in una interazione “pop-ular” autentica. È la differenza che c’è tra il piacere e il compiacere. Suono e scrivo una musica pop che arriva lentamente, che è un ossimoro meraviglioso perché il pop è una tendenza dell’immaginario collettivo che dovrebbe conquistarti subito come un’esplosione.

Sappiamo che consideri i live il tuo vero banco di prova. Come hai vissuto il periodo di realizzazione dell’album lontano dal pubblico? Come uno stimolo per fare sempre meglio o con la paura delle aspettative?

È stato un insieme di entrambe le cose, ma la paura non era tanto per le aspettative, c’era perché dopo tanto tempo lontano da qualsiasi palco quasi non ricordavo nemmeno più come ci si salisse, e avevo un po’ l’impressione che non fosse più facile tornarci. È stato difficile sparire per un anno intero dopo anni invece in cui ho suonato senza sosta tutti i mesi. Dopo questa pausa, da un lato non vedevo l’ora di tornare sul palco, dall’altro mi domandavo se ne sarei ancora stato capace. Inoltre, durante questa pausa sono anche cambiate molte cose nella musica italiana indipendente, in primis la fruibilità. Dopo questo anno di stop forzato, dal palco ho avuto una specie di nuovo battesimo di fuoco incredibile: al Fabrique di Milano in apertura a Galeffi di fronte a mille persone. Ho capito quella sera che tornare sul palco non era così difficile come credevo.

Nicolò Contessa è un artista che apprezzi, avete entrambi indagato le profondità astrali, seppur da galassie diverse. In cosa le vostre idee di cosmo differiscono e in cosa invece sono simili?

Non saprei con esattezza, perché non ho mai conosciuto Niccolò. Ma direi ascoltando Aurora che in quel disco lui tendeva a guardarsi dentro riportando poi un collegamento con il suo tempo e una riflessione con la contemporaneità che probabilmente è più spiccata rispetto a quello che faccio io. Al tempo stesso lui è molto emotivo ma più “glaciale”, io penso di tentare di alzare di più la temperatura di tanto in tanto, soprattutto tramite il modo di cantare e la presenza delle chitarre. Ci assomigliamo forse nel modo un po’ distaccato di raccontare la realtà. Ma non sono sicuro su questo, forse lui direbbe che non c’è alcun nesso tra quello che siamo artisticamente.

Il tuo è un percorso musicale che cresce e si delinea sempre di più con il passare degli anni. Che consiglio daresti al te stesso di 9 anni fa?

Gli avrei consigliato, nel caso, di non accettare consigli dal me stesso più vecchio di 9 anni!

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