Certe onde non si infrangono mai. Intervista ai WU LYF
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Alessandro Liccardo
- 23 Giugno 2026
Quindici anni. Quindici. Lunghissimi. Anni. Molti ricorderanno una misteriosa band di Manchester che nel 2011 scosse le fondamenta della scena indie mondiale con il debut Go Tell Fire To The Mountain, e per loro la bella notizia è che i WU LYF hanno conservato l’energia e la voglia di stupire, giocando ancora una volta un proprio campionato con le proprie regole.
Allacciate le cinture: i quattro sono tornati e il nuovo capitolo del loro viaggio ha un titolo eloquente: A Wave That Will Never Break. Una dichiarazione d’intenti in piena regola già dal titolo, per un’onda pronta a travolgerci ancora una volta e che il tempo non è riuscito a scalfire. Per celebrare il loro ritorno inaspettato ma in cui tanti nutrivano speranze, e in occasione del loro concerto del 2 luglio in tandem con i These New Puritans in piazza Castello che inaugura la nuova stagione del boutique festival Sexto ‘Nplugged a Sesto al Reghena (in provincia di Pordenone), due anime del progetto – Evans Kati (voce, chitarra, armonica) e Tom McClung (voce, basso, chitarra) – ci hanno rilasciato un’intervista esclusiva per parlare delle dinamiche di questa rinascita, dell’evoluzione del loro sound e della loro stage persona (e, non per ultimo, com’è stato ritrovarsi in studio a tre lustri da quel tanto acclamato debutto). Una chiacchierata così piacevole e illuminante (anche se col senno di poi vi consigliamo di non usare la parola prog…) che è qui riportata conservando il più possibile il brio e la spontaneità dei due musicisti.
Avvertiamo una certa impazienza e un bel po’ di entusiasmo da parte del pubblico di Sexto Nplugged nel vedervi di nuovo dal vivo: ho un amico che verrà apposta da Roma, tanto per darvi un’idea…
Tom McClung: Questa è un’ottima notizia, ci fa molto piacere!
Sono trascorsi quindici lunghi anni dal vostro debutto. Praticamente nemmeno Peter Gabriel o Kate Bush ci hanno mai fatto aspettare così tanto! Sappiamo bene che in tutto questo tempo ognuno di voi si è dedicato a progetti ed esperienze musicali diverse, per cui siete indubbiamente maturati molto come musicisti. Com’è avvenuto il vostro riavvicinamento? Qual è stato l’approccio che vi ha portato a ritrovarvi, riformare la band e tornare a creare musica insieme?
Tom McClung: Direi che è successo tutto in modo molto naturale tra Evans, Joe ed Ellery. Hanno iniziato a suonare insieme a Manchester perché Ellery voleva organizzare delle serate in stile jam session; Joe, il nostro batterista, ha cominciato a frequentarle e alla fine si è unito anche Evans. Io mi sono trasferito in Francia circa cinque anni fa e un giorno mi hanno chiamato per dirmi che si stavano vedendo di nuovo per suonare. Così ho risposto: ‘Beh, uno di questi giorni passo a trovarvi’. Da lì abbiamo ricominciato a suonare tutti insieme e, fin dalla nostra prima volta in sala prove a Manchester, abbiamo subito iniziato a scrivere nuovo materiale. Credo che in realtà loro stessero già lavorando a qualche pezzo ancora prima del mio arrivo. Insomma, abbiamo fatto le cose in modo molto rilassato, senza alcuna pressione. Tu cosa ne pensi, Ev?
Evans Kati: Sì, proprio così, non c’era alcun piano prestabilito. Inizialmente non avevamo l’intenzione di rimettere in piedi la band in modo professionale o di tornare a organizzare dei concerti. Si trattava semplicemente di ritrovarci a suonare con gli amici dopo tanto tempo, ed è stata da subito una bellissima sensazione. Ha funzionato praticamente all’istante.
Io e Tom, ad esempio, non ci vedevamo da parecchio e avevamo perso un po’ i contatti, ma la musica ci ha permesso di ritrovarci e di connetterci di nuovo. Era proprio questo ciò che cercavamo principalmente: capire se quella chimica fosse ancora intatta, e lo era.
Ovviamente, avendo maturato esperienze diverse nel corso degli anni, ognuno di noi ha portato in sala prove nuove influenze. Poi, chiaro, ci è voluto un po’ di tempo per dare forma all’album, per veder nascere le canzoni che ascoltate oggi sul disco e per sentirci pienamente soddisfatti della direzione musicale che stavamo prendendo. Ma, alla fine, credo proprio che abbiamo raggiunto il nostro obiettivo.

Il nuovo album si intitola A Wave That Will Never Break. Ancora una volta avete scelto di promuovere la vostra musica seguendo le vostre regole: il pubblico può acquistare le copie fisiche in formato CD, musicassetta e vinile, oppure ascoltare i sette nuovi brani esclusivamente su Bandcamp. Qual è la ragione principale che vi ha spinto a non rendere disponibile il disco sulle piattaforme di streaming più diffuse, inclusa quella il cui nome inizia per ‘S’ e finisce per ‘Y’?
Tom (ride)
Evans: Credo sia stato Ellery a segnalarci un articolo specifico su alcune questioni piuttosto… Insomma, eravamo già tutti ben consapevoli del fatto che quella piattaforma non sia esattamente il massimo per come tratta gli artisti. Ma anche prima che esplodesse l’indignazione generale nei confronti di Daniel Ek, c’erano già state altre vicende, altre pratiche commerciali decisamente poco trasparenti…
Tom: …Pratiche e strategie di Spotify di cui siamo venuti a conoscenza leggendo alcuni articoli online. Alla fine, abbiamo deciso tutti insieme che sarebbe stata una buona idea restarne fuori, giusto per vedere cosa avrebbe comportato per noi a lungo termine. Poco dopo aver rimosso la nostra musica è emerso che Daniel Ek stava investendo in tecnologie di guerra basate sull’intelligenza artificiale, e molti altri artisti hanno seguito il nostro esempio. È diventata, se vogliamo, un’ottima scusa per fare qualcosa di speciale con la nostra vecchia idea della Lucifer Youth Foundation: fare in modo che solo i nostri fan, ovvero chi sceglie di sostenere la nostra fondazione, possa ascoltare la nostra musica in uno spazio centrale dedicato. In sostanza, ci siamo ripresi i diritti della nostra opera, gestendo lo streaming su una piattaforma proprietaria.
È una scelta che rispecchia profondamente il nostro modo di intendere il valore degli artisti e il rispetto che il loro lavoro merita. Da lì in poi abbiamo tirato dritto per questa strada. Per noi sta funzionando, il che è un bene, visto che si trattava di una mossa piuttosto rischiosa. Ma non credo che il resto del mondo sia così lontano da questa visione; penso che inizieranno a nascere altre idee sulla stessa linea, probabilmente anche migliori della nostra.
Tornando alla musica: com’è stato il processo di scrittura di questo nuovo album e quali ritenete siano le differenze principali rispetto al vostro disco d’esordio? Siete stati tutti coinvolti nella composizione dei brani, magari portando ciascuno le proprie idee?
Tom: Direi che potremmo iniziare parlando di come funzionavano le cose all’epoca.
Uhm…
Tom: Come scrivevamo le nostre canzoni?
Evans: Con dolore
Tom: (ride)
Evans: Moltissimo! [ride] Sì, direi che è stato un modo di lavorare insieme completamente diverso. In passato scrivevamo le canzoni semplicemente suonandole di continuo in sala prove. Prendevamo le idee che ci venivano e le perfezionavamo lentamente, col passare del tempo. Basti pensare che per scrivere Go Tell Fire To The Mountain ci abbiamo messo forse un paio d’anni. All’epoca vivevamo tutti nella stessa città, eravamo giovani e la band era praticamente il nostro impegno principale. Insomma, eravamo alla ricerca di un suono molto specifico, che alla fine abbiamo trovato. La differenza fondamentale è che, ai tempi, non avevamo poi così tante idee. C’erano meno cose in grado di entusiasmarci davvero, o comunque era molto più difficile che un’intuizione attecchisse e prendesse forma. Oppure…
Tom: Mmmmmh…
Evans: …che fosse abbastanza significativa da spingerci a lavorarci su. Questa volta, invece, avevamo dalle quindici alle venti idee che hanno iniziato a prendere forma fin da quando siamo tornati a fare jam session insieme. Non saprei, in un certo senso credo che oggi siamo molto più produttivi. Forse proprio perché non eravamo ossessionati dalla ricerca di un suono specifico. I brani suonano tutti in modo diverso, hanno una propria energia e cercano di esprimere emozioni differenti, mentre in passato il nostro stile era sicuramente più monolitico e uniforme.
Ad ogni modo, abbiamo sempre composto tutto insieme per la maggior parte del tempo. Magari lo spunto iniziale poteva venire da Ellery, oppure si partiva semplicemente da un riff, ma un pezzo diventa davvero una canzone solo se tutti noi diamo il nostro contributo. È questo il metodo dei WU LYF. Non c’è nessuno che arriva in sala prove dicendo: ‘Ecco una canzone finita, si fa così e basta’.
Mi piace molto il fatto che, come dicevi, ogni brano del disco abbia una sua identità ben definita. Ci sono diverse tracce piuttosto lunghe che spaziano dall’art rock al post-rock, passando per echi new wave fino ad arrivare persino al rock progressivo, con canzoni che si evolvono e si trasformano continuamente nel corso del loro minutaggio. Eppure, ascoltandole nel contesto dell’album, riescono a fondersi e ad amalgamarsi alla perfezione. E per quanto riguarda i testi? Quali sono le vostre principali fonti di ispirazione quando scrivete le parole delle vostre canzoni?
Tom: Direi che Ellery sarebbe la persona più indicata per rispondere a questa domanda, anche se, a dire il vero, per questo disco sia io che Evans abbiamo contribuito parecchio alla stesura dei testi. Per quanto riguarda il modo di scrivere di Ellery, credo sia spesso molto legato a dei temi centrali. Più che farlo di proposito, gli viene naturale: tende a individuare determinate frasi, parole o concetti e a trasformarli in una sorta di slogan all’interno delle sue liriche. In questo modo li rende subito riconoscibili, creando così dei veri e propri fili conduttori non solo tra una canzone e l’altra, ma persino tra album diversi. È proprio una caratteristica distintiva del suo stile.
Evans: Pensiamo ad esempio a Love Your Fate, che riprende esattamente le iniziali di LYF, proprio come faceva Love You Forever nel nostro album d’esordio.
Tom: E ci sono tantissimi altri piccoli dettagli di questo tipo. Certo, la mia è solo un’ipotesi, ma credo che il suo metodo di scrittura si basi proprio sulla ricerca di connessioni tra le cose, per poi restituirne il contesto in una veste poetica. Spesso i suoi testi non hanno un senso logico immediato a una prima lettura, ma se si uniscono le parole al suo modo unico di cantare, si capisce che il suo obiettivo è semplicemente quello di evocare il suono e l’energia della musica attraverso i testi. D’altra parte, in questo nuovo disco ci sono anche molti passaggi che risultano decisamente più diretti dal punto di vista delle parole. È più facile distinguere ciò che canta, e forse questo rende i testi anche più semplici da interpretare.
Credo sia stato davvero bello – certo, Evans può confermarlo per conto suo – ma è stato gratificante per noi poter intervenire in fase di revisione e contribuire attivamente con dei versi scritti di nostro pugno. Una dinamica del genere, tanto tempo fa, non si sarebbe mai verificata.
Evans: Sì, esatto. Credo che oggi i testi abbiano assunto un’importanza decisamente maggiore per tutti noi. Abbiamo voglia di dire la nostra e di avere voce in capitolo sul risultato finale. In passato, a dirla tutta, la maggior parte delle volte non sapevo nemmeno quali fossero le parole esatte che venivano cantate; ne percepivo l’atmosfera, avevo una vaga sensazione, ma si trattava di un approccio puramente emotivo. Oggi, invece, le parole hanno un peso e un significato molto più profondo.
Penso proprio che questo sia un album che parla di redenzione, del tempo che passa e dell’accettare ciò che la vita ti ha riservato. In fondo, si tratta di cercare di restare umani affrontando queste emozioni e guardando a come va il mondo, nel continuo tentativo di dare un senso a tutto quanto.

Devo dire che ogni brano di questo disco fa centro, ma Tib St. Tabernacle, con i suoi undici minuti di durata, rappresenta probabilmente uno dei momenti più alti in assoluto. Ci sento persino delle atmosfere alla Robert Plant, il che è davvero… insomma, lo adoro. Tra le altre, c’è una canzone in particolare che considerate la vostra preferita? E come vedete il potenziale di questi nuovi pezzi all’interno di un set dal vivo?
Tom: I nostri pezzi preferiti del disco e quelli che secondo noi rendono meglio dal vivo? Beh, ultimamente abbiamo iniziato a suonare Wave per la prima volta. Era un brano che non avevamo ancora mai portato sul palco: l’anno scorso abbiamo fatto qualche concerto ma l’avevamo tenuto fuori dalla scaletta. Però, quando alla fine abbiamo trovato il coraggio di misurarci dal vivo con la seconda canzone più lunga di tutto l’album…
Evans: (ride)
Tom: … ci siamo resi conto che in realtà non era affatto così complicata come credevamo. Anzi, suonarla dal vivo si è rivelato davvero divertente.
Evans: Sì, adoro suonare Wave. In generale, devo dire che preferisco sempre i pezzi più nuovi che portiamo dal vivo, quelli che stiamo ancora esplorando… insomma, quelli più freschi. Tib Street Tabernacle, ad esempio, abbiamo iniziato a suonarla già l’anno scorso ed è passata attraverso un bel po’ di arrangiamenti diversi prima di trovare la quadra per la versione dell’album. Tra l’altro, anche quella versione è stata in parte assemblata in studio unendo take molto diverse tra loro.
Ma sì, tirando le somme, i miei pezzi preferiti del disco sono Wave, Tib Street Tabernacle, At the End Of The Day e anche Robe of Glory, e penso siano esattamente quelli che mi dà più soddisfazione suonare dal vivo.
Sì, assolutamente. Wave è un vero e proprio ottovolante, perché a un certo punto sembra interrompersi di colpo per poi ripartire. Mi piace molto il fatto che ci siano questi momenti di forte tensione che mi ricordano le atmosfere di diversi artisti. Ascoltando Letting Go, ad esempio, sembra quasi di sentire gli U2 del periodo ’83-’84, mentre in Wave ci sono delle chiare vibrazioni alla Nick Cave. The Fall è probabilmente il pezzo più orecchiabile del disco, mentre At the End Of The Day, per usare la definizione che ne ha dato qualcun altro, suona un po’ come se i Mogwai avessero un cantante. Alla luce di tutto questo, cosa ne pensate di etichette e definizioni come post-rock o art rock se applicate a quello che fate? Credete che siano calzanti per descrivere la vostra musica, o vi sentite parte di qualcosa di completamente diverso?
Tom: Guarda, credo proprio che entrambe queste definizioni vadano decisamente meglio rispetto a farci etichettare come prog rock”.
Evans: Penso che siano ottime definizioni, onestamente. Non mi importa affatto di come la gente scelga di chiamare la nostra musica; per me va benissimo così.
Tom: Penso che siamo stati piuttosto coraggiosi e forse anche un po’ sfacciati nel cercare di far passare le cose che abbiamo fatto o cercato di far passare in questo album. Cioè, penso, tipo, alla durata oscena delle canzoni e alla… [ride] …alla scala super ambiziosa del suono e tutto il resto, che a volte è piuttosto ostentato. Ma speriamo di farcela, e penso che rimanga piuttosto “pop” a modo suo. Penso che sia perché la voce e le chitarre sono piuttosto orecchiabili. Anche la batteria lo è.
Evans: (ride)
Tom: Forse… forse la nostra sfida più grande sarà scrivere una canzone di tre minuti.
Evans: Sì. Sembra proprio che sia così. [ride] Ehm, sì, le etichette sono buffe. Ho visto alcune persone commentare l’album dicendo che non è più proprio “heavy pop”, sai. Il che in un certo senso è vero. È…
Tom: Mmmmh…
Evans: Insomma, lo schema che ci eravamo costruiti l’abbiamo un po’ messo da parte, diciamo. Ci sono ancora dei residui, ma insomma, sai com’è. Penso che ora attingiamo da vari filoni della musica rock in modo molto più libero rispetto a prima. In sostanza è art rock, è post-rock, è prog in alcune parti.
Tom: (ride)
Evans: Purtroppo, ma, insomma, qualcuno doveva pur dirlo.
Tom: Sì…
Evans: Beh, insomma, Tib Street Tabernacle è piuttosto prog, nel suo finale. È quell’eccesso tipico degli anni 70, nella produzione e nella portata, che ormai non esiste più. Quindi attingiamo anche da quel mondo. E penso che forse Love Your Fate rappresenti invece il nostro sound più classico, quello che avevamo prima. E sì, è probabilmente l’unica canzone dell’album in cui riconosci i WU LYF del 2011.
Sono molto affascinato dal modo in cui canta Ellery, a tratti mi ricorda Richard Butler degli Psychedelic Furs ma anche i primi Arcade Fire. Ho avuto modo di rivedere la vostra apparizione al David Letterman Show e il suo modo di porsi aveva un che di “frenetico”, alla David Byrne per intenderci. Mi piacerebbe chiedere a tutti voi come sentite di esservi evoluti, sia come band che come artisti e musicisti, in questi quindici anni. All’inizio avevate quel sound tipico della giovinezza, mentre ora siete approdati a qualcosa di più maturo. Non direi ‘rilassato’, perché i vostri pezzi sono ricchi di spunti. Al di là dell’evoluzione artistica, del look del cantante o della presenza scenica, si percepisce in tutti voi una maggiore sicurezza, sia quando salite sul palco che durante le sessioni di registrazione in studio.
Tom: È una riflessione interessante. Credo che, se dovessi guardare una nostra esibizione di allora e confrontarla con una di oggi, la differenza principale che salterebbe all’occhio è quanto siamo più connessi. Ora sul palco ci cerchiamo molto di più con lo sguardo; interagiamo e suoniamo davvero l’uno con l’altro, molto più di quanto facessimo in passato.
Evans: Mmmmh…
Tom: In parte è anche una necessità, perché in questi nuovi brani, per esempio, ci sono molte più cose su cui dobbiamo concentrarci per farle uscire bene. Quindi siamo costretti a comunicare costantemente tra noi. Se penso a come suonavamo agli inizi, invece, sembravamo tutti chiusi nella nostra bolla, quasi come se stessimo eseguendo i pezzi per routine o per inerzia.
Evans: Credo addirittura che ora suoniamo anche alcuni dei vecchi pezzi con quello stesso spirito.
Tom: … la cosa bella è che, forse, la personalità che avevamo prima era un po’ più… diciamo, provocatoria e frenetica, e forse ansiosa. Ma credo che semplicemente fossimo tutti chiusi nei nostri pensieri, come capita a vent’anni o giù di lì. Adesso, invece, penso che la nostra identità sul palco sia più che altro il risultato di cinque persone che comunicano tra loro in modo davvero intenso. Però, a dire il vero, quando suono non guardo quasi mai il pubblico, perché passo la maggior parte del tempo a guardare gli altri ragazzi della band. E sai, è una cosa che mi piace un sacco: in questo modo non devo preoccuparmi troppo di che faccia sto facendo o di che aspetto posso avere mentre sono sul palco. [ride]
La cosa più divertente è che all’epoca siete riusciti a registrare un disco di culto, praticamente senza alcuna promozione tradizionale e in un periodo in cui i social media non erano quello che sono oggi, eppure è diventato virale. Non rilasciavate interviste e non mostravate nemmeno i vostri volti, eppure quel primo album è ancora amatissimo oggi. Eravate qualcosa di unico allora e siete riusciti a rimanere tali anche oggi. A proposito, a inizio luglio sarete in Italia per Sexto Nplugged, il che ha perfettamente senso visto che è uno dei festival più apprezzati qui da noi. Avete bei ricordi delle vostre precedenti visite nel nostro Paese?
Evans: Abbiamo un bel ricordo del Magnolia a Milano. L’anno scorso abbiamo suonato in Sicilia, allo Ypsigrock, ed è stata un’esperienza fantastica.
Cosa dobbiamo aspettarci dallo spettacolo di inizio luglio a Sesto al Reghena, anche per quanto riguarda la scaletta? Come si amalgameranno i nuovi brani con quelli del passato? E che mi dite di A New Life is Coming, che non è inclusa nel nuovo album?
Tom: Di solito la suoniamo dal vivo, non penso proprio che la salteremo… nel tour che abbiamo fatto durante la settimana di uscita dell’album, abbiamo suonato tutto il disco dall’inizio alla fine, in ordine, ed è andata piuttosto bene. Quindi credo sia molto probabile che suoneremo tutti i brani del nuovo disco e poi, in base al tempo a nostra disposizione sul palco, quanti più pezzi vecchi possibile. Insomma, abbiamo solo due album all’attivo, più uno o due lati B,
Evans: Immagino che forse suoneremo Triumph, se riusciamo a metterci d’accordo e a organizzarci per bene. [ride]
Tom: Direi che è un ottimo ponte tra il nuovo materiale e quello vecchio, dato che si tratta di un brano datato che però abbiamo finito solo ora.
