Il decalogo del noise

Siamo nel 1987. Luogo dell’azione, la Nuova Zelanda. Bruce Russell lavora come pubblicista per l’etichetta indipendente Flying Nun, con sede in una città del South Island, Christchurch. L’industria discografica nazionale sta vivendo un momento di grande crisi nel paese. La EMI, da tempo attiva con una sua filiale in quei paraggi, ne ha da poco chiuso i battenti. L’indipendente Flying Nun decide di tentare la carta della sopravvivenza e di spostare i propri uffici ad Auchland, stabilendo rapporti di distribuzione con la potente WEA. Siamo ancora, vale ricordarlo, in un’epoca di primitiva espansione del supporto digitale. I cd ci sono, vendono, ma costano un occhio della testa. E le principali etichette indie, di qualsiasi parte del globo terrestre esse siano, stampano ancora i loro lavori su supporti vinilici e persino cassetta. Russell, comunque, non è sereno riguardo la decisione presa dai vertici della Flying Nun. La scena neozelandese è da almeno un decennio che prolifica –  cauta e pacifica, ma rigogliosa – soprattutto perchè poco condizionata da improvvide ‘scelte di mercato’. Decide quindi di formare una propria etichetta discografica che mantenga i suoi uffici ancora a Christchurch. Nasce così la Xpressway. L’home-made recording sarà il suo campo d’azione. Ma non solo…. 

“Being Beyond Music…

Prima uscita della neonata label, una misteriosa cassetta a nome di un altrettanto fantasmagorico gruppo. Il nastro reca stampigliato sul dorso Live Dead See. Un anno è trascorso, ed è nel 1988 che il manufatto discografico esce sul mercato. A dire il vero, la sua è una comparsa alla chetichella. Gli stessi nastri live ivi inclusi parlano di un’esistenza ectoplasmatica. Quella dei Dead C nel loro primo, furtivo, anno di carriera:

Live Dead See. The first thing i ever mastered for cassette release, compiled from tapes made of performances over the first year of the band’s existence”. (B. Russell)

Paradossalmente, sarà proprio sfruttando la collaudata catena distributiva degli antichi datori di lavoro della Flying Nun che Russell riuscirà a piazzare le prime uscite a nome Dead C sul mercato discografico, nazionale e non. Intanto la sua Xpressway diviene, di fatto, una sorta di punto d’intersezione – tanto da non poterne ben distinguere i confini – fra band e label vera e propria. Robbie Yeats, che già con i Verlainesaveva inciso per la Flying Nun, trova impiego tanto nei Dead C quanto nelle fila della microscopica Xpressway. Ma l’altra vera e importante metà creativa del combo ha nome Michael Morley. Sia Morley che Russell avevano bazzicato il retroterra fertilissimo della giovane scena neozelandese – ora incidendo per la Flying Nun, ora per altre etichette minori (la loro inclusa) – prestando le chitarre elettriche a band dai nomi bislacchi (ma di non trascurabile portata artistica).
I This Kind Of Punishmentdi Peter Jeffries, ad esempio. Quattro gli lp che il gruppo pubblica fra 1983 e 1987. Cui Morley offre un contributo tutt’altro che simbolico. Se il loro album più regolare, In The Same Room(Flying Nun, 1987), parla la lingua di una wave dalle tinte dark e folky, dove il piano ha spesso una sua non minoritaria parte, forse il loro capolavoro rimarrà il coevo At Swim Two Birds. Su entrambi i dischi Morley già non c’è più. Ma vale prestare un orecchio alle nenie psichedelico-catatoniche, a metà fra minimal music e ascendenze gotiche e floydiane, dei due succitati lp degli TKOP. Ancora prima, un imberbe Michael era stato parte, con l’amico di scuola Richard Ram, dei primordi della scena psych-rock di Dunedin. La band l’aveva chiamata Wreck Small Speakers On Expensive Stereos (di cui rimane quale testimonianza l’ep postumo, uscito per i tipi Flying Nun nel 1987, River Falling Love).
Aggiungiamo solo che la musica da loro proposta, registrata fra il 1984 e il 1986, affrontava territori lo-fi talmente spogli e dimessi da partorire uno strano connubio fra i coevi neozelandesi Tall Dwarves, i Pere Ubu ed accattivanti evanescenze pinkfloydiane (Alice In Wonderland potrebbe essere un outtake di A Saucerful Of Secrets). Passiamo adesso a sondare, in breve, la preistoria musicale ed artistica di Russell, che da anni calcava le scene locali con gruppetti più o meno noti. Scontata però questa ‘falsa partenza’, il nostro inizia a fare sul serio proprio con i Dead C. Un paio di ‘uscite minori’ –  il 33 giri DR503 del 1987 raccoglie loro composizioni già datate, seguito a distanza dal mini Helen Said This(1989) – ed ecco che arriva un primo vero assaggio di quei luculliani festini a base di rumore modulato che i nostri ci sapranno, di lì a non molto, regalare. 

….It Is Noise”

Trapdoor Fucking Exit (Siltbreeze, 1990) contiene Power, canzone contro l’invasione statunitense di Panama, e Hell Is Now Love. Entrambe offrono il destro al critico arguto per elencare, senza comunque tirarle troppo per i capelli, tutta una serie di influenza ‘sghembe’ che il suono Dead C ha saputo attrarre nelle maglie della sua cotta noise. Ci sono i Jesus And Mary Chain, gli Holy Modal Rounders, i Pink Floyd, i Grateful Dead e soprattutto dosi massicce, trasfigurate in pure icone di rumore estensibile, di Velvet Underground e raga-rock. I due veri capolavori del disco sono Helen Said This, che coniuga Velvet e Fugs, Virgin Forest e Sister Ray, e Bury, rumoroso sketch psico-folk. Dice Bruce a proposito del mini-lp Helen Said This:

With 2 songs clocking in at just about 25 minutes, this guitar monstery at its most ferocious

Krossed e Mightyfungono da degno corollario a questa gogna cui il suono psichedelico degli anni ’60 viene sottoposto al fine di trascenderlo in puro avant-rock. Ed è solo il principio di quell’azione catartica che il temibile trio imporrà come dictat alle sue partiture improvvisate su canovacci di rumore astratto. Considerando Eusa Kills(Flying Nun, 1990) come tappa di transizione verso la loro fase matura, non si può però non cogliere come l’alternanza di episodi acustici (Alien To Be, Scarey Nest) e quella di altri elettrici (Now I Fall, I Was There, Maggot) sia, in entrambi i campi affrontati, sempre trascesa in un modus operandi indecifrabile, astratto, caotico. Vera cifra stilistica di tutta la psichedelia. Di ieri come di oggi. Ottenere lo status di classicità dell’esecuzione strumentale facendone però il passaggio obbligato per l’irrazionalità (musicale, concettuale ecc…) maggiormente ardita. Questo lo scopo sottaciuto dell’operazione. Vertice e apice di questa prassi fu il celebratissimo Harsh ’70s Reality… 

“Free Music Is The Absence Of Exact Premeditation”

Harsh ’70s Reality(Siltbreeze, 1992) è un album, doppio per durata media rispetto ai precedenti altri, ‘tetragono ai colpi di ventura’. Apre con Driver U.F.O., ventidue minuti che bisogna saper resistere, ancora prima che comprendere. Musica primitiva e non primitivista. Musica che celebra il suono prima che le note. Fisica e fisiologia dell’azione esecutiva ‘dispersa’. Se avessero lasciato decomporre al sole il cadavere Twin Infinitives (Royal Trux) tentando poi di ricomporne le carni putrefatte, i Dead C non avrebbero saputo meglio rendere ciò in metafora sonora. O peggio forse. Chitarra, basso, batteria. Synth e tastiere. Ancora tracce, seppure flebili e mai così ‘spezzate’ nel dispiegarsi, di Pink Floyd cosmici e Grateful Dead. Ma come fossero stati macinati assieme senza distinguere tra canzoni e cantanti, disco e band, strumenti ed ossa, la viva carne dalla musica.
Estensibile, deformabile, distorcibile, modulabile, il rumore dei Dead C è bianco e puro. La distorsione geme in sordina. Forse qualcosa di questo caos è stato sottratto con destrezza agli Amme all’improvvisazione libera. Forse è semplicemente che il suono è materia organica. Viva. Imbrigliabile a stento. Non se ne fa cavia da laboratorio. E’ esso stesso topino-cavia e laboratorio scientifico al contempo. Sky e Constellation sanno, sin dal titolo, di non essere cose di questo mondo. Ma di fluttuare libere nell’iperspazio. E così anche l’ascolto medesimo. Bolla di sapone fragile in balia del rumore più oscuro e geroglifico. 

A Walk In The White House….

La marcia di avvicinamento al rock ‘regolare’ segna, sulla tabella di marcia retrospettiva che stiamo vagliando, un’ulteriore tappa significativa. Essa ha nome The Operation Of The Sonne(Siltbreeze, 1994) ed è una sorta di album non ufficiale reso poi tale per volere della band. Incorpora tre improvvisazioni prive della voce biascicata di  Driver U.F.O. e con i feedback quasi dimenticati nel baule dei trucchetti abusati. Così, per dire anche solo di Mordant Heaven, le musiche rimangono sì psichedeliche ma quanto mai classiche. Ci sono qui i Grateful Dead e la musica cosmica, i Tangerine Dreame i Floyd. Ma quasi non paiono esterrefatti come al solito. Il trattamento loro riservato, infatti, è nitido piuttosto che caotico. E’ così che il volto ‘umano’ della band neozelandese, scontati i continui vortici elettronici e dei passi quasi jazz dell’opera tutta, si mostra appieno. La sfera di cristallo si è illuminata. Si vede finalmente chiaro nelle influenze dei nostri. E non è cosa da nulla! Morley spiegherà meglio la strategia sul rumore attuata dal terzetto. Molto meglio di mille altre vane parole:

I have been painting for 20 years so it is just an ongoing research of looking at painting and what it can do, and silence’s has kind of offered itself as an interesting area, you have different responses to what it is. I am looking at how that can be manipulated as a visual thing.”

The White House vede la luce nel 1995, dopo un altro bootleg ‘ufficiale’ (Clyma Est Mort, 1994). Etichetta discografica, l’usuale Siltbreeze. Sebbene da alcuni giudicato troppo ‘normale’ è in realtà un altro lavoro epocale dei tre. La forma canzone emerge nitida adesso. Your Hand suona come farebbe Smogin quegli anni. Sporca e catatonica nenia biascicata. Le distorsioni chitarristiche le coprono le terga, ma in modo funzionale alla costruzione del pathos narrativo intrinseco la canzone stessa. Voodoo Spell e The New Snow, prima e seconda song in scaletta, accumulano una certa quantità d’energia noise brada. Distruttiva la prima, quasi (free)jazzata la seconda. Bitcher e Outside chiudono, da par loro, offrendoci una sorta di rivisitazione dello space rock marca Hawkwind, la prima (i vortici elettrici sono quelli di Lord Of Ring, 1972, degli inglesi), e con 17 minuti di shoegazing letto a loro modo la seconda.

“Our Noise Grows Out Of Confusion”

Repentè l’album del 1996. La copertina è in digipack. Erano quelli invenduti di The White House. Nuova copertina appiccicata sulla vecchia e via. L’arte del bricolage ha sedotto anche i nostri (molto più verosimilmente pronti a smerciare così il non venduto). Repent è disco della stessa pasta di The Operation Of The Sonne. La struttura è davvero free questa volta. Morley non si dà pace alle tastiere e il livello del caos armonico è solo (a tratti) normalizzato. Sibili, fruscii, molto free jazz deformato e mimetizzato. Le suite senza nome incluse nel cd parlano chiaro: avviluppano senza scampo, sono dei boa costrictor del suono lento e biascicato. Iperpsichedelico. Eccessivo, denso.
Quando però la bomba disintegratrice d’armonie detta Dead C esplode, il botto c’è. E la sesta delle composizioni in scaletta, la maggiormente caotica e brutale, sta lì, in chiusura di programma, a ricordarcelo. Tusksegue una parentesi di due anni in cui i nostri rimangono tutt’altro che inattivi (vedi i progetti ‘collaterali’, che ci ripromettiamo di trattare più estesamente in un articolo successivo, Gate, A Handful Of Dust, 2 Foot Flame, Dust nonchè i cd solisti di Morley e Russell, The Pavillion Of Dreams, 1996, e Project For A Revolution In New York, 1998). Si tratta di un’opera riassuntiva dell’intera arte dei neozelandesi. Una sorta di loro White Album. La materia prima è sempre il noise più insano. Niente frivolezze poppy qui. Half e Tusksono anzi titaniche. Monumentali inni alla scienza del rumore costruita nei tanti laboratori-album disseminati dai nostri cammin (artistico) facendo.  

“What Is Free?”

It’s all about microphone placement and room sound. The sound that people make together in a room playing, to me that’s what recording ought to be about”. (B. Russell)

Dal 2000 in qua, ogni uscita del terzetto neozelandese è dignitosa ma non eclatante. Ripete schemi, riformula linguaggi, riassembla intuizioni. Ma già tutte compulsate e meglio attuate altrove nella discografia del gruppo di Morley e Russell. Dead C (2000), doppio omonimo, cambia la dicitura dell’etichetta discografica sul dorso stampigliata (la Language, mentre la vicenda della Xpressway s’era già conlusa 6 anni prima…) ma non i contenuti. Recupera, per lo più, vecchie registrazioni risalenti ai 5 anni precedenti e ha forse il suo vertice espressivo in Speederbot. Mastodontica! La composizione nei suoi 33 minuti di durata riesce a fondere l’andamento cingolato di Chromee Hawkwind a una ricetta non individuabile di pseudo sonorità noise e jazz. Il free jazz è stata indubbiamente una lezione ben imparata dai nostri. Ecco l’ultima parola a riguardo del ‘free’ scritta da Russell nel suo What Is Free? A Free Noise Manifesto:

Free jazz, while chewing up and spitting out many through the exigencies of its service, left enough marks behind to show others the way”.

New Electric Music (2002), The Damned (Starlight Furniture, 2003) e la raccolta Vein, Erudite And Stupid(Ba Da Bing, 2006) mantengono decentemente in vista il nome dei Dead C, senza però far gridare al miracolo. Stessa sorte tocca all’ultimissimo Future Artists(Ba Da Bing, 2007), il quale certifica una delle ipotesi precedentemente fatte riguardo le origini del suono Dead C. Quella riguardante, almeno in teoria, la matrice Amm del medesimo. The Amm Of Punk Rock, prima di 5 tracce in scaletta che durano fra i 3 e i 20 minuti, non parla il linguaggio impro-disarticolato degli Amm quanto piuttosto scorre via come stolido canovaccio minimal-percussivo. Non una delle loro cose più riuscite (a parte il finale pulsante e circolare). The Magicianè invece una canzone regolare. Cantata e tutto. Naturalmente su tappeto di distorsioni fracassone su ritmo rock 4/4. Le ultime 3 tracce ripetono lo svolgimento della prima con variazioni di stile minime. Ed anche se non ci vedo il futuro dell’impro-noise in questo cd, vale almeno la pena prenderlo come spunto per rivisitare, riscoltandoli, gli album più riusciti della carriera dei neozelandesi. Maestri del rumore come pochi ne abbiamo incontrati negli ultimi trent’anni.

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