La rabbia, l’energia. Intervista a John Lydon dei PIL in occasione di “What The World Needs Now…”

«Dai, è veramente una bassezza dirlo a me come a chiunque altro. Avresti dovuto informarti meglio…». Bene. Come buttare un’onesta carriera di critico nel cesso di casa Lydon a Malibù. Per carità, meglio nel suo che in quello di qualcun altro. Eh beh, potrò vantarmi con i nipotini di avere fatto uscire dai gangheri l’uomo che ha cambiato due volte la storia del rock e di avere toppato l’intervista della vita, so far. Maledetta impertinenza. Maledetto l’inglese. Maledetta la parola che ho scelto, mock. Maledetto tutto quanto. Fanculo. Fuck this and fuck that, fuck it all and fuck a fucking brat. Che poi il brat sarebbe il sottoscritto. Una pioggia di maledizioni in serie si trasforma in tempesta tropicale sui lidi del Ticino. Pure quella dannata app di registrazione che si blocca sul più bello a metà dell’intervista e mi obbliga a fare il resto con gli appunti. Maledetto. Maledizioni a non finire. Ma sarò l’unico ad aver strabuzzato le orecchie? L’unico a non aver subito fatto quell’accostamento con i suoi figliocci di oggi?

Rewind. Un «Good moornniinnnngg» che risuona da Malibù fino alla provincia milanese quando da noi è tardo pomeriggio ma in California sono le dieci di mattina. La voce è inconfondibile. Buongiorno a te, John. E iniziamo l’intervista dalla domanda più semplice, banale se vogliamo. Da dove salta fuori questo titolo, What the World Needs Now…? «È un discorso aperto, talmente aperto che abbiamo messo i puntini di sospensione. Lo abbiamo fatto con la speranza di innescare un dibattito, anche perché non potete aspettarvi da me che abbia tutte le risposte sui problemi del mondo. Forse se discutiamo in maniera aperta, tutti quanti insieme ne troveremo una. Sto proprio chiedendo alla gente di esprimersi [letteralmente usa il verbo vote, cioè votare, ndSA]». No dai, non è di quelli che risolvono tutti i problemi, ma di certo è uno che vuole essere la soluzione.

What the World Needs Now, come abbiamo più o meno ribadito in sede di recensione, è un album di discrete, buone, sufficienti canzoni, frutto dell’esperienza e di un approccio eclettico che viaggia un po’ a ritroso nell’intero arco di carriera dei PIL. Double Trouble per esempio, primo brano e anche singolo scelto per anticipare l’album, è un inizio molto diretto e punk, ma John la vede da un altro punto di vista. «In realtà è un inizio molto romantico, o almeno io la vedo così, perché nasce da una discussione [con la moglie, ndSA] che ci ha portati a fare pace. Il risultato è stato che abbiamo riparato il gabinetto. Si tratta proprio di una litigata sulla tazza del water…».

PIL-2015

Tu ascolti la musica senza pensare (o senza conoscere) i retroscena e ti colpisce l’assonanza con la vecchia Public Image, come se fosse una sorta di manifesto del 2015. Sì lo è, ma per tutt’altro motivo. «Sì lo è, è l’intenzione di risolvere tutte le discussioni…ed è quello che fa la canzone. È una traduzione piuttosto letterale di un litigio vero che c’è stato tra me e mia moglie. È stata proprio una bella litigata, talmente bella che ho deciso di usarla per dare il buon esempio di come dovrebbe essere la vita. C’è un problema, ne discutiamo, ci insultiamo per un po’ e alla fine lo risolviamo».

Vale un po’ per tutto, insomma, anche per il titolo dell’album: «vale per me stesso e per tutto quello che riguarda la mia vita, sì, è quello che dovremmo fare un po’ tutti. È un concetto molto semplice: se qualcosa è rotto, riparalo, se non lo è, beh, stai tranquillo e lascia stare… È un pezzo molto divertente e a te che sei italiano dovrebbe ricordare… i film con Sofia Loren. Ti ricordi di Sofia Loren?». Come no. «I suoi film degli anni Sessanta e degli anni Cinquanta sono fantastici, non li dimenticherò mai. Quello che amo delle donne che ha interpretato è che quando uno dei suoi personaggi aveva qualcosa da dire, la diceva chiaramente, non se la teneva dentro per farla poi degenerare in rancore, in risentimento».

Splendido il siparietto di vita domestica alla Sandra e Raimondo. Ma senti, di questo rap o spoken word che hai messo all’inizio, vuoi dirmi qualcosa? E lui mette i puntini sulle “i” con il suo inglese elegante e da istrione. «È una conversazione. “Ti stai ancora lamentando…”. È più o meno come parlo veramente [questo è vero, ndSA]. Adesso il semplice parlare è ridotto a livello di rap… che è arrivato molto molto dopo… ma per un tradizionalista della vecchia scuola [lui un tradizionalista, aiuto!, ndSA] quella è una conversation…».

Immaginatevi la parola “conversation” detta da lui. La pronuncia esattamente come ci immagineremmo, e fa veramente effetto. Ma il critico no, ha sentito mezza cosa e deve insistere. Posso chiederti se è un modo di fare il verso agli Sleaford Mods? Pessima scelta di vocabolo, concordo. «Chi… ? Chi…? Chi…??? [ripeto tre volte il nome, pensando che la mia pronuncia sia talmente scarsa da non permettergli di comprendere, ndSA]. Non riesco proprio a capire cosa tu stia dicendo… [ride, ridiamo tutti e due, qui gatta punk ci cova, ndSA]». E poi mi piazza la stoccata: «è ridicolo, so da dove lo hai preso, qualcuno ha recensito il disco e ha sottolineato questa cosa…». Sì, ma quel qualcuno, io non l’ho letto. È evidente che non sono stato il primo né sarò l’ultimo a notarlo. Scusami comunque, provo a spiegarmi. «No, no, non insistere, è un insulto a loro e a me, alright…? E qui chiudiamo l’argomento… Ho cose migliori da fare che “fare il verso” agli altri gruppi».

Ok, scusami allora. «Scuse accettate». Pffiuuu. Lo zimbello della rete. Ci manca solo quello. Eppur si muove, come diceva il buon Galileo. A freddo riascolto in sequenza l’inizio di Double Trouble e quello di Tied Up in Nottz. Giusto per fare un esempio. E non avevo notato che i giri di basso/batteria si somigliano, più dell’inflessione vocale e dell’accento – no, volete mettere føøøøøckin con fåååååckinnn: siamo agli antipodi dell’Inghilterra. Una citazione voluta, e non per scherno? Una semplice coincidenza? Le risate che si è fatto prima di arrabbiarsi? Tagliamo la testa al toro, comunque, perché se influenza c’è, è chiaro che si tratta di un’influenza di ritorno. Ha ragione John, è una conversazione tra lui e sua moglie, lui parla davvero così e quello è un comunissimo giro post-punk. Ha ragione chi pensa male. Può essere benissimo un omaggio fatto con simpatia. Può essere un caso. Smettiamo di girarci intorno, ognuno che legge è libero di farsi la sua idea.

Accettate le scuse e archiviata la gaffe, torniamo a parlare del nuovo album. «È stato l’ultimo e il più divertente, io e gli altri della band siamo molto vicini, siamo amici, non ci sono animosità, non c’è competizione a livello personale, niente gelosia, odio, avidità, c’è un gruppo di persone magnanime che si chiamano Public Image e fanno la musica che amano, e se non se ne fa nulla pazienza, ma il punto è che facciamo quello che noi vogliamo. E il resto del mondo può andare a farsi benedire… Mi soffio il naso in sua memoria… [espressione idiomatica bellissima per dire “pace all’anima sua”, ndSA]. Per la prima volta nella mia vita non dipendo dalle minacce di una casa discografica, nessuno mi può controllare, nessuno ha il diritto di dirmi quello che devo fare, nessuno ci può imporre niente, possiamo fare quello che vogliamo. Siamo completamente, totalmente liberi. Questo è quello che vogliamo fare, e la vita va avanti. Nessuno d’ora in poi ci dirà più cosa fare, non lo ascolteremo. Questo è quello che sentiamo nelle nostre vite, e questa è la musica che esprime meglio il nostro mood del momento. Per noi. Non abbiamo concesso niente alla moda, non vogliamo fare parte di niente, solo del meraviglioso mondo dei PIL. Una rappresentazione artistica onesta e veritiera di quella che è la nostra vita». Parliamo anche di un brano complesso come Bettie Page, una canzone sull’America che mescola satira («satirico, che strano aggettivo hai usato») e denuncia, per un Paese che è descritto come il più “pornografico” del mondo, anche – direi soprattutto – nei suoi rapporti con le altre nazioni, ma che è anche il Paese adottivo del nostro John.

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Lui non si tira indietro quando c’è da parlare di politica, dice di essere un sostenitore di Obama e della sua riforma sanitaria, mentre en passant gli chiedo alcuni ragguagli sull’attualità della sua carriera, come l’allestimento di Jesus Christ Superstar in cui avrebbe dovuto impersonare Erode e che sfortunatamente non è mai andato in scena. «Essermi preparato per un musical mi ha insegnato tantissimo sulla recitazione, su modi diversi di usare la voce. Peccato, si vede che è destino: io e la monarchia non dobbiamo andare d’accordo… ». Impagabile. Arriva una conferma, invece, sul documentario annunciato dal sito ufficiale dei PIL. «Sì, c’è un gruppo di persone che ci sta lavorando da qualche anno. Dovrebbe essere il documentario definitivo sui Public Image». Ne vedremo delle belle, insomma.

Che cosa si prova a essere degli intoccabili, persino quando ci si sputtana genialmente in TV con l’Isola dei famosi inglese e le pubblicità del burro? Quando parte con il suo eloquio fluido e teatrale, più che un’intervista sembra un monologo in cui tu lo interrompi, più che stimolarlo. Ma va bene così, perché parla a ruota libera che è un piacere. Si finisce naturalmente a discorrere della sua ultima biografia: Anger Is an Energy. La rabbia, dove una volta c’erano la sporcizia e la furia; la vita dopo i Sex Pistols, insomma. Rabbia che non è violenza cieca, ma una forza viva, positiva. «Sì la rabbia è un sentimento importante, non è soltanto qualcosa di negativo, non è la violenza, che non porta a nulla, è una forza creativa, che ti spinge a sfidarti di continuo. È stato così per tutta la mia carriera, ma è anche quello che i dottori hanno detto ai miei quando ho avuto la meningite e non ricordavo più niente, di mantenere viva la rabbia, perché è attraverso la rabbia che non mi sono arreso e ho potuto recuperare la memoria».

Provi ancora rabbia, John? E per che cosa? «Per le ingiustizie, io sono da sempre dalla parte dei più poveri e dei più deboli, e questa ispirazione è stata alla base dei Sex Pistols come dei Public Image. Politicamente parlando, sono un socialista, anche se non credo negli estremi, gli estremisti di destra e di sinistra non hanno mai combinato niente, la verità, l’equilibrio, stanno nel mezzo…». Oddio, non finirai democristiano pure tu. Ma si può dire lo stesso anche in musica? La risposta è sì: «Pensa ai Public Image, abbiamo giostrato tra gli opposti, abbiamo messo insieme tanti elementi, a cominciare dall’elettronica e dal suono live…».

Eccolo, il Lydon di oggi. Un uomo che ama parlare e che sa essere serissimo, ma anche gigione abbastanza per raccontare a uno sconosciuto che lui «si masturba un sacco», come «il Papa dovrebbe ben sapere» e come dovrebbero fare anche i preti, così la smettono di molestare i bambini. Ben conscio del suo ruolo di papa emerito del post-punk inglese, che ha creato non meno del punk. Un uomo che nella sua biografia ammette senza problemi di avere gusti musicali tutt’altro che intransigenti, giusto per sfatare l’ennesimo mito inutile. E che alla domanda su cosa ascolti e cosa lo ispiri risponde: «tutto, ascolto musica di tutti i generi, amo gli esseri umani e tutto ciò che creano… musica, libri, spettacoli, tutto quello che ha un’anima». Un umanista, ecco chi è oggi il nostro John. Di quegli umanisti di cui c’è bisogno. Ascolta tutti, ma non ditegli mai che fa il verso a qualcuno. O si arrabbia. E ha ragione nel farlo. Tra i milioni che lo hanno seguito, se si riappropria di qualcosa che hanno fatto alcuni suoi discepoli, ne ha ben donde. Grazie John, e scusaci l’impertinenza.

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