La memoria è un’arma: Cousteaux, canzoni d’amore e cicatrici. Intervista a Davey Ray Moor
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Alessandro Liccardo
- 22 Gennaio 2018
È uno di quei ritorni che non ti aspetti, quello di Liam McKahey e Davey Ray Moor sotto l’insegna CousteauX. A parte la novità della “x” finale, muta, il resto è storia ben nota: The Last Good Day of the Year fu una rete a strascico in cui molti in Italia, complici il suo utilizzo in uno spot di un liquore e quell’atmosfera elegante e sinistra, cool e fuori dal tempo, rimasero piacevolmente impigliati. Ben si comportarono i primi due album dei Cousteau, l’omonimo lavoro del 1999 (che da noi arrivò due anni dopo, grazie alla meritoria Nun Entertainment di Stefano Senardi) e Sirena, datato 2002. Per Davey Ray Moor arrivarono, oltre al disco solista Telepathy, collaborazioni made in Italy di qualità. Poi le strade si separarono e ci furono i Moreau con Nova Scotia, preludio di un lunghissimo silenzio finalmente interrotto. Abbiamo incontrato Davey, australiano ma nato a Beirut, polistrumentista con un lungo curriculum (molto prima dei Cousteau ci furono i Crystal Set e un impiego, a metà anni Ottanta, come tastierista dei Church) e una parlantina brillante a dir poco.
Tu e Liam siete tornati a lavorare insieme dopo quindici anni. Chi ha scritto a chi? Com’è accaduto?
È successo che un tizio chiamato Rodriguez ci ha fatti riavvicinare. Quando formammo i Cousteau, Liam e io eravamo soliti ascoltarlo ogni giorno – abbiamo sempre considerato una follia il fatto che nessuno lo conoscesse. Così, dopo una lunga “guerra fredda” tra me e Liam, scrissi su Facebook nel 2012: “Ehi amico, lo so che non siamo amici ma… Rodriguez è diventato famoso!”. È stato l’inizio di un lento scongelamento terminato quando Liam mi contattò, sempre via Facebook, nel novembre del 2014. Ci sentimmo al telefono e sembrò che nulla fosse cambiato. Nel giro di pochi minuti dicemmo: “Wow, avevamo qualcosa di grande allora. Tu sei vivo, io pure, possiamo fare ancora quella musica insieme? Facciamola!”. In qualche modo la bellezza della storia di Rodriguez ci ha spinti a mettere da parte certi orrori meschini di un divorzio incasinato, e ci ha ricordato quanto di buono abbiamo fatto. Il tempo fa questo per noi – le cose insignificanti perdono ulteriormente significato.
Il vostro nome, CousteauX, ora ha una “x” muta alla fine. Come mai questa scelta?
Siamo CousteauX perché “ex-Cousteau”! Una maniera elegante per risolvere molti problemi. In primo luogo, abbiamo bisogno di differenziarci dalla Cousteau Society: sono venerabili custodi del mare, e molto protettivi col proprio nome. CousteauX è un cognome popolare in Francia, così ci chiamiamo come un’altra famiglia… in più è il plurale di “Cousteau”, come “gateaux” e “chateaux”. E i Cousteau li amiamo tutti! Funziona perché indica un re-boot per il ventunesimo secolo: prima eravamo una band di cinque componenti, ora siamo un duo. Quello era un gran gruppo, ma questo è qualcosa di diverso (anche se uguale, per tanti aspetti). Alla fine mi piace il fatto che la X sembri una cicatrice dopo un duello sul volto del nostro nome, un bacio in conclusione di una lettera, o uno scarabocchio fatto col rossetto al mattino sullo specchio di chi amiamo. È un residuo delle nostre battaglie, così come una protezione per il futuro.
Quando il vostro primo album uscì ce ne innamorammo subito. The Last Good Day of the Year ebbe un successo lusinghiero e fu il sottofondo di uno spot pubblicitario molto trasmesso. Nulla suonava come i Cousteau allora. Eppure sembra che non vi sia stato difficile ricatturare quella stessa magia, quel sound così cinematico, nel nuovo lavoro…
Mi fa piacere! Anche allora scrivevo esattamente il tipo di musica che volevo ascoltare – immagina David Bowie che canta Burt Bacharach ma con i testi di Leonard Cohen. Sono stato fortunato a incontrare un uomo con una voce dotata di potenza e di dolcezza, che è entrato in questa musica e ha saputo farla propria. La voce di Liam ha una qualità “saturniana”, un fascino cupo, meditabondo, a tratti minaccioso. Negli anni lui ha maturato una passione per l’americana e le atmosfere gotiche di Nick Cave e Lee Hazlewood. Così, per CousteauX ho assimilato la musica di Liam e scritto canzoni con quel senso di libidine spettrale. Memory is a Weapon, The Innermost Light e Thin Red Lines sono esempi di musica dei Cousteau contorta nella nuova “formula X”.
Come sono cambiati i metodi di scrittura e registrazione, da Cousteau e Sirena ad oggi?
C’è stato un cambiamento sostanziale. Nei primi due dischi scrivevo canzoni con l’idea di cantarle in prima persona, e una volta in cui sentivo che avrebbero funzionato, le facevo ascoltare a Liam. Dopo sarebbe stato lui a valorizzarle. Liam ha un talento nell’interpretare i testi con empatia e partecipazione, al punto che possiamo dire che lui “è” i CousteauX. Il tetro romanticismo e la sensualità sono i campi in cui le nostre sensibilità si sovrappongono. Questo nuovo album mi vede scrivere nello specifico per Liam, facendo risaltare la sua personalità nelle parole e nell’estetica.
Siete stati oggetto di diversi paragoni e accostamenti, negli anni. Scott Walker, Bowie, Bacharach, Black (Colin Vearncombe), Nick Cave. Ci sono altri artisti che vi hanno influenzato?
Conoscendo bene Liam, so quali sono i suoi cantanti preferiti. E quelli che hai menzionato sono proprio nel suo DNA – di conseguenza canta come loro e non può farci niente. Tra gli altri che ama ci sono Stevie Wonder, Lee Hazlewood, gli Smiths, i Pogues, Sinatra, Lou Rawls, Blair Jollands e Tom Waits. Penso che siano tutti musicisti che riflettono nell’arte ciò che amano, con un sincero trasporto emotivo.

Ultimamente cosa ti capita di ascoltare di più?
Guarda, oggi per il mio viaggio in macchina ho preparato Barr Brothers, Alabama Shakes, Other Lives, Beck e la brillante Cristina Donà. Sono innamorato della sua canzone Universo.
Diverse band col passare del tempo tendono a perdere mordente, ad “ammorbidirsi”, mentre riesco a percepire la stessa urgenza, la stessa rabbia e lo stesso tetro romanticismo nel vostro attuale stile. Quanto le vostre esperienze soliste hanno influito sulla stesura delle nuove canzoni?
Hai ragione! Molte persone forse si aspettavano che saremmo tornati con un progetto easy-listening di bossa nova – come fossimo, che so, gli zii di qualcuno che si mettono a fare musica lounge! Non so perché, ma sia io sia Liam abbiamo maturato un gusto per il lato oscuro nella musica. Entrambi amiamo l’alternative rock e l’indie per il suo squallore maestoso, quindi suppongo che siamo andati in quella direzione. C’è ancora molto delle mie ballad e del mio torbido romanticismo in quanto stiamo facendo, ma questa volta ci ha eccitati la dimensione cinematica.
Davey, hai collaborato con Cristina Donà e gli Afterhours. È chiaro che hai una relazione speciale con l’Italia. Ti piace esibirti qui? Qual è la ragione, secondo te, per cui vi amiamo così tanto?
Quelli con cui ho lavorato sono artisti davvero speciali, e sono onorato di averli aiutati a farsi conoscere dal pubblico internazionale. Sì, per qualche ragione l’Italia è diventata la nostra dimora naturale. Penso che i motivi siano piuttosto complessi. Includono osservazioni squisitamente culturali – gli italiani rispettano la bellezza anche fine a se stessa, come anche la sensualità e la passione, e apprezzano le voci potenti e profonde. In più amano gli uomini che siano un po’ “personaggi”, così come amano vestirsi con gusto e stile. Tutto questo lo sentiamo a noi affine.
Memory is a Weapon ha un che dei temi di James Bond scritti da John Barry, mentre in The Innermost Light avete fatto incontrare i Bad Seeds e The Rhythm Divine (degli Yello con Shirley Bassey). Quali sono a tuo avviso gli altri brani chiave? Cosa ci puoi dire dei temi di questo nuovo album?
I temi di questo disco? Il solito buffet dei Cousteau fatto di lussuria, desiderio, trasformazione e speranza – il tutto con una spruzzata di pericolo. Mi piacerebbe poter scrivere, che so, della pace del mondo, di alieni, Armageddon, ma sembra proprio che non siano argomenti nelle mie corde. Penso che BURMA sia molto speciale. Si tratta di un gioiellino che è nato da qualcosa che ho ascoltato alla radio. Durante la Seconda Guerra Mondiale i soldati inglesi usavano una caterva di acronimi sulle lettere dirette alle loro amate per evitare la censura. Il più famoso era “Be Upstairs Ready My Angel” (“fatti trovare pronta di sopra, angelo mio”). Così, la canzone è diventata una storia di una lettera mandata dal fronte; un senso di desiderio e ritorno sognato in prossimità del pericolo e della morte.
I vostri futuri progetti? Ci sarà un tour lungo per promuovere CousteauX?
Speriamo di fare molti concerti quest’anno. Ma siamo contenti, per ora, di essere saliti sul palco per spettacoli occasionali ma andati sold-out (Londra, Milano, Portogallo, Spagna) grazie a persone che ci stanno (ri)scoprendo. Recentemente c’è stata un’ottima risposta negli Stati Uniti, e vorremmo proprio incontrare presto i nostri fan americani… Puntiamo a un tour vero e proprio in Italia quest’anno, quindi spargete la voce! Ah, una cosa: vuoi sapere dove abbiamo più estimatori in assoluto? In Città del Messico! Non sarà facile prevedere quando e come andarci. Ma va tutto bene – in molti stanno amando il nuovo disco, non possiamo che esserne felici.
