Compiere sempre scelte di cuore, il film del concerto di Andrea Laszlo De Simone
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Beatrice Pagni
- 18 Aprile 2021
Se c’è un’immagine – ma sarebbe più appropriato parlare di scena – che non riesco a dimenticare del film del concerto di Andrea Laszlo De Simone, è quella del fumo, che apre una storia fatta di sipari alzati e teatri nuovamente accesi. Il fumo di una sigaretta rollata, aspirata come se dentro ci fosse la libertà della vita di prima. Ce n’è più di una nel percorso compiuto dal musicista torinese all’interno degli spazi catartici e danteschi della Triennale.
Il fumo, i baffi a manubrio, il completo color panna. I titoli di testa, bellissimi, bianchi su sfondo nero. L’orchestra. A scorrere il tutto, sembrerebbe di stare nel passato, o in una visione distorta di ciò che ormai viene etichettato come vintage. Ma Laszlo non si muove in territori ibridi, lui è uno che fa canzoni e le fa oggi. I primi minuti del film sembrano volerci dare le coordinate con cui leggere la sceneggiatura, quella di una suite che molti di noi conoscono già, ma, incredibile, è un po’ come se l’ascoltassimo per la prima volta.
Preludio. Un’altra sigaretta si accende mentre compare, assieme all’orchestra di musicisti, un posacenere da terra, che sembra anch’esso uno strumento musicale. Niente è fuori posto. I primi piani sono centratissimi, Laszlo fuma. Su di noi, sulla musica, su una sala – ancora vuota – che attende di farsi illuminare dal brillio degli occhi al buio, di lasciarsi inondare dal rumore di sottofondo, di farsi bruciare. Anche dentro una sigaretta vive la circolarità del tempo. Un’orchestra che suona in un teatro prima, e in un museo poi. È questa la trama del film del concerto di Andrea Laszlo De Simone – costruito come un percorso dal buio alla luce, a rappresentare simbolicamente la rinascita – prodotto da MI AMI e Carlo Pastore, in collaborazione con DNA concerti, 42 Records, The Goodness Factory, Dice e con la direzione artistica degli stessi De Simone, Pastore e Daniele Citriniti.
Il suono che abita i luoghi della cultura, chiusi per un anno, dimenticati. Eppure proprio i centri che dovremo tenere vivi, aperti, illuminati per sperare in una rinascita che riparta soprattutto dalla bellezza, dalla nostra storia, dalla memoria di un paese che ha troppo e troppo cancella. L’Immensità Orchestra appare composta come un mosaico bizantino, perfettamente incastrata nella visione d’insieme: chitarra, tastiera, batteria, organo, piano, flauto traverso, tromba, flicorno, contrabbasso, basso, clarinetto, violino, violoncello, sax. Due coriste, un fischio. Niente in più, niente in meno.
Quando venne pubblicato, nel novembre 2019, Immensità, si mostrò immediatamente come un concept molto forte, una suite ma anche un mediometraggio, non un semplice ep. Quattro capitoli, per una durata di 25 minuti. Ogni cosa al suo posto, ogni ruolo rispettato, fra le canzoni e i preludi, senza pause né silenzi. Pensare di trasformare quell’opera in un film, non è stata solo una sfida dal punto di vista cinematografico, ma lo è stato anche per l’aspetto sonoro. Non possono esserci tagli, correzioni, modifiche. Tutto deve essere perfetto dall’inizio alla fine. Undici persone in scena e quattro camere, una prova e si parte. Per tutti, i tecnici, gli operatori al mixer, i responsabili delle luci, deve accendere l’intesa perfetta, il dialogo; un lavoro di squadra, che tutto muove e tutto permette.
Poco prima dell’uscita di Immensità, si era consumato una sorta di preludio con l’esecuzione integrale in diretta streaming dal Pavilion di Piazza Gae Aulenti a Milano per il Wired Next Festival. Fruire l’opera nella sua completezza apparve subito come l’unico modo per vivere a pieno un’esperienza poco comune per i nostri tempi, fatti di singoli e singolissimi, uscite compulsive e consumi rapidi. Un’unica traccia, per un un unico film. Se Immensità, nato come lungometraggio, già aveva in nuce l’idea di una sintesi audiovisiva, il progetto di un film e non di un semplice live streaming, aggiunge un profumo onirico e sembra rispondere a quel bisogno inusuale di dare un film a una colonna sonora, e non il contrario. De Simone restituisce così alla musica live una narrazione di altissima qualità, senza omettere la parte emozionale legata a una realtà che continua a mancarci come l’aria. Il regista che filma e firma l’opera è Fabrizio Borrelli, esperto di dirette televisive dopo aver lavorato per molti anni in RAI nonché collaboratore di artisti come Scola, Comencini e Tarkosvskij: un professionista che conosce il mondo del cinema, i suoi linguaggi e trasporta il viaggio sonoro in una visione compatta, lucida. Un trionfo.
Ripetiamolo. Perché non pensare di attingere dalle nostre maestranze per creare una collaborazione fattiva e fruttuosa fra musicisti e cineasti? Perché non pensare di riproporre una narrazione sonora fatta da chi lavora, empaticamente, con le immagini? Vien da chiedersi, cos’è un film se non una storia da raccontare? Cos’è un disco se non un racconto da ascoltare? Perché non riusciamo, o non vogliamo, pensare a un futuro in cui anche la divulgazione culturale possa passare attraverso la documentazione del suono? Perché continuare a crogiolarsi in programmi TV che tentano malamente di spiegare i dischi, quando basterebbe ascoltare e far ascoltare? Educare all’ascolto, attraverso l’immagine del suono.
Analizzare la componente sonora di un film vuol dire focalizzarsi non solo sull’analisi delle percezioni visive, ma anche su quelle uditive: con il suono non si tratta più solo di vedere, ma anche di sentire; il suono riesce sempre a sorprendere e a insinuarsi nello spettatore. Vista la sua estrema compattezza, l’opera di De Simone potrebbe per assurdo anche finire qui. Nessuno lo vuole, nessuno lo spera. Ma se domani, decidesse di staccare, e dedicarsi ad altro, avrebbe comunque compiuto il giro completo dell’orbita, nel più bello e immenso dei modi. Insinuatosi nella nostra memoria, per sempre.
Lo sguardo di questo film non ha ostacoli, abbraccia una distanza infinita, e in ogni direzione ci sono solo suoni così limpidi da resistere al gelo di uno schermo. In questo luogo – virtuale, eppure no – si tende a essere spirituali, a pensare all’anima: dove se non qui? Ma non c’è traccia di spirito, solo materia, solo muscoli che suonano, voci che intonano la canzone più bella.
Se abbiamo imparato qualcosa da questo modo di intendere lo streaming, e il suo futuro destinato a incrociare il nostro, è proprio il coraggio di proporre un’alternativa all’alternativa basica – di un concerto online al posto di uno dal vivo. Questa non è la semplice registrazione di un concerto, ma un concerto scritto e pensato per la telecamera, con il bisogno di una regia, al fine di una fruizione digitale che non abbia a che fare con sciatte riprese e problemi di sincronizzazione. Qualcosa di bellissimo, una poesia, in un mondo atroce che sembra averci tolto tutto: con Laszlo finalmente possiamo fare quaresima dai cattivi pensieri.
E questo esperimento, al netto delle critiche entusiastiche che arrivano da ogni angolo, racconta anche una basilare verità, talmente banale da non aver bisogno di essere sottolineata ma che assume, in tempi di chiusure e stallo, una ridefinizione: cioè che il lavoro, quello culturale, quello artistico, si paga. Perché chi ne permette la realizzazione – tecnici, scenografi, fonici, registi – lavora. Punto. Pagare un biglietto per i film sembra ormai pratica comune, anche sulle piattaforme online. Sarebbe bello lo diventasse anche quando quei film raccontano concerti. Altrimenti la vicinanza, la rabbia, lo sgomento, di chi si professa amante dei live club, e appassionato di musica, va a perdersi in un mare di reazioni vuote e chiacchiere stantie.
Il film del concerto è una storia di movimenti, i disegni che in musica apprezzo di più. Gli stessi che in questo lungo periodo sembrano essere mutati, censurati, falliti. Libertà di movimento e movimento in libertà come due chimere. Fortunatamente con questo film accade di tutto, accade il miracolo fatto di note e accordi in costante divenire, liberi soprattutto di fluttuare fra un passato futurista legato a Paoli, Battisti e Modugno e un presente estatico e sinfonico. Immaginiamo le canzoni sempre in contesti privati, nelle scritture intime, nei luoghi familiari dei nostri ricordi, mai nel loro habitat naturale, su quel palco calcato in lungo e in largo dalle note, dagli strumenti, dai cavi, dalle scalette stropicciate. Questo film, fra le altre cose, ci insegna anche questo: a rimettere le canzoni al proprio posto, dentro ai concerti. Una scelta di cuore, l’ennesima compiuta da De Simone.
Con Immensità prima e con questo film poi, il torinese, ha fatto qualcosa che continua a destabilizzare e ci porta a interrogare chi conosciamo, amanti del suono, menti infervorate, sulla materia che sta sul piatto oggigiorno, e che possono apprezzare, distruggere, analizzare chirurgicamente. Proprio ciò che pare essere l’unica cosa capace di rimetterci in condizione di guadagnare la libertà che desideriamo. Una relazione umana che tasta meticolosamente il polso a un suono bellissimo. Quarantotto minuti che possono cambiare le regole del gioco, per una performance essenziale, per colori e scenografia, anche se di essenziale nella musica di Laszlo non c’è proprio nulla. La grandezza, che vira spesso verso una malinconia risolta, smuove e riempie tutti gli spazi rimasti vuoti di questo anno di arida violenza e ci concede il privilegio di una debolezza.
Dal preludio che introduce la title track al primo interludio, La nostra fine, interludio secondo, Mistero, interludio terzo, Conchiglie, fino alla conclusione: i capitoli del sogno, della realtà, dello spazio e del tempo, come atti di un’opera teatrale, portano al momento della transizione, al cambio di uno spazio. Si tende, verso qualcosa, verso qualcuno. Ed ecco che arriva il bianco quasi accecante di Vivo. Tutto ciò che accade dopo aver messo il punto a Immensità, aver posato lo sguardo per disvelare la strumentazione preziosa che ne sta dietro e dentro, così ricca, così piena, così viva.
Ancora una volta, attraverso la sua metanarrazione sonora, Andrea Laszlo De Simone ci insegna che il giorno più importante della nostra vita è domani.
Sì, da domani.
