Ossessione in progress

Cerco di sopravvivere con la musica, per evitare di sprecare il mio tempo in altre attività“. Carlo Barbagallo sa essere laconico, se vuole. Più spesso però è un profluvio di parole, idee, prese di posizione, spesso segnate da un entusiasmo generoso fino al romanticismo. Quando gli chiedo chi siano i musicisti cui più si ispira, mi spara una sessantina di nomi (da Brian Eno a Charles Mingus passando da Wilco, Mulatu Astatke, Frank Zappa, Polvo, Claude Debussy, Kurt Vile, Swervedriver…) specificando che si tratta di una lista riferita solo agli ascolti degli ultimi mesi. Soprattutto, ci tiene a sottolineare quanto preferisca “approfondire storicamente la vita e le opere degli artisti, delle scene, dei movimenti che scopro e che mi colpiscono particolarmente“. Attività che da sola, ne converrete, potrebbe riempire un’intera esistenza.

Invece stiamo parlando di un siracusano classe ’85 che già da una decina d’anni mette lo zampino in svariati progetti (i blues-rock La Petroliera, gli avant jazz Les Dix-huit Secondes, gli ultra-popadelici Albanopower, i grunge in acido Suzanne’Silver, i bluesy Tempestine e i più matematici La Moncada…) senza contare l’attività solista e un certo numero di partecipazioni in veste di strumentista, sound engineer o produttore (per Colapesce, Mapuche e Loners tra gli altri). “Oltre a fare e studiare musica non faccio quasi nient’altro. Sacrifico spesso tutto il resto.Certo, non è una passeggiata organizzarsi tra tutti gli impegni, come non è semplice tenersi continuamente predisposti agli stimoli, cogliere le idee e saper trovare il modo migliore per realizzarle. Impegno e costanza ripagano, ma la pigrizia è sempre in agguato“. Pigrizia è l’ultima parola che avrei pensato di utilizzare per questo articolo. Sapevo invece che avrei scritto “anomalia”: perché anomala è la presenza di un musicista tanto sfaccettato, iperattivo a dispetto dei santi, talmente immerso nella propria ossessione da scordarsi di segnalare la propria presenza nel pur asfittico shobiz italiano.

Caroselli alieni

Mio padre comprò la Fender Redondo, che uso tuttora, più o meno nello stesso periodo in cui sono nato. Era il mio giocattolo preferito, insieme alle armoniche, i vinili e un piccolo registratore con il quale ho accumulato una quantità enorme di cassette“. Il tono e l’atteggiamento sono disarmanti rispetto alla fertilità poliedrica, al talento febbrile. Che nel repertorio solistico diventa imprendibile. Già The EP del 2008 era antipasto intrigante, ribadito l’anno successivo da quel Floppy Disk che sbalordiva per la visione psych espansa, un carosello denso e frizzantello di pop alieno e mollezze blues, di estrosa sperimentazione coi piedi cementati in un umbratile retroterra. All’epoca mi venne spontaneo associarne la cifra espressiva a quella di Richard Swift, un tipo anch’egli dall’indole piuttosto proteiforme. “Sai che non lo conoscevo? Lo citasti nella tua recensione di Floppy Disk, e per questo ti ringrazio La sua discografia è stata una sorprendente scoperta“.

Il bello però sarebbe venuto due anni più tardi, con quel Quarter Century (corposamente anticipato da un Quarter Century EP) che sgranava la calligrafia tra art-rock e lo-fi, tra astrazioni ambient e vampe jazz-prog, una trama mutante e sierosa come avrebbero potuto tessere Faust, Syd Barrett, Nino Rota, Flaming Lips e Gastr Del Sol tutti assieme. “Ascolto tantissima musica diversa, adoro accostarmi a tutti gli approcci del fare musica e non apprezzo molto le categorizzazioni, anche se sono cosciente che possano essere utili“. E infatti. Tempo un paio di mesi ed ecco uscire Live At Yoko Ono, incisione di un concerto risalente al marzo 2010 con Barbagallo one man band assieme alla fidata semiacustica. Sorta di ritorno al futuro del folk blues basale, con esiti non troppo distanti dagli Alice In Chain unplugged marezzato di trepido smarrimento Howe Gelb. Un grado zero barbagalliano, potremmo dire, che mette l’accento sul suonare proprio quando lo facevamo animale da studio. E invece, tutt’altro.

Qui Carlo fa una tirata che vale la pena leggere fino in fondo. “Il concerto e l’incisione sono entrambi aspetti fondamentali, il cui equilibrio varia a seconda dell’entità del progetto. Per quanto riguarda Suzanne’Silver e La Moncada, ad esempio, la configurazione da band, in cui ogni elemento porta il suo contributo in maniera eguale all’interno di uno spazio (la sala) e in un tempo definito (le prove), fa si che l’aspetto live sia costitutivo del progetto. I dischi si configurano spesso come delle fotografie documentarie, anch’esse circoscritte in un tempo e in un luogo definito, dell’attività del gruppo. In Les Dix-Huit Secondes invece il rapporto tra dimensione dal vivo e dischi è ancora diversa: essendo un progetto di totale improvvisazione ogni disco è live e ogni live un possibile disco. Per quanto riguarda invece la mia attività solista dischi e live si trovano sue due piani complementari. La produzione di musica esclusivamente registrata è la dimensione nativa, l’aspetto live è venuto solo successivamente. Da sempre registro continuamente e periodicamente raccolgo in opere unitarie ciò che ho prodotto, seguendo delle idee astratte o sonore. A circoscrivere il contenuto possono essere i cambiamenti nella vita o nelle condizioni di produzione, le caratteristiche del materiale o i processi messi in atto, similarità o contrapposizioni. I concerti mostrano tutt’altri aspetti: le idee di partenza spogliate di tutto ma esasperate da ciò che è non è proprio delle forme fisse, ovvero strutture labili o non definite, imprevedibilità e imprecisione nell’esecuzione, improvvisazione e istintività. Spesso suono da solo (come nel Live At Yoko Ono) ma nel prossimo futuro spero di riuscire a coinvolgere svariati musicisti in modo che, se le situazioni lo permetteranno, potrò organizzare degli ensembles sempre diversi in cui ognuno potrà apportare la propria creatività in totale libertà al repertorio“.

Estremismi e utopie

Un approccio decisamente jazzistico di quelli che fanno venire dei gran mal di testa ai cosiddetti imprenditori della musica. Alla maggior parte di loro, almeno. Un bel handicap, in effetti. Oppure una rara qualità. In ogni caso, non resta che farsene una ragione. “Promuovo i miei lavori rigorosamente DIY, prediligo il free download a cui affianco un po’ di tirature limitate, spesso autoprodotte o in collaborazione con piccole ma sincere etichette quali la Bloody Sound Fucktory, che ha stampato Quarter Century in musicassetta“. Cavalcare il presente insomma, adeguarsi al futuro dietro l’angolo, per quanto sia complicato sbirciare, calcolare dove vanno a parare queste benedette prospettive. “Penso che per quanto si discuta molto a riguardo, il problema è che ancora oggi non si fa altro che cercare di rinnovare o celare modi di vivere la musica non molto lontani da quelli dello scorso secolo, anziché sperimentare e abbracciare approcci profondamente differenti. Personalmente spero che le circostanze si estremizzino, in modo che si possa spingere verso il crollo definitivo di tutte le infrastrutture e schemi mentali che reggono i legami tra musica e intrattenimento, marketing, popolarità, immagine. Abbastanza utopico, lo ammetto“.

Anche utopia è un termine che non avevo preventivato, ma forse avrei dovuto. In fondo, la carriera del musicista indipendente italiano è una corrida tra utopie – appunto – e bocconi amari, felicità a momenti come diceva quel tale. E poi tante, troppe difficoltà. “Credo che le difficoltà in cui ci s’imbatte dipendano dagli obiettivi che ci si pone. In un qualsiasi step di un percorso, più si cerca di andare oltre, ricercare, rinnovarsi e approfondire, maggiori sono le difficoltà che si incontrano, e nell’impegnarsi a superarle si apriranno nuove possibilità di creazione-produzione che inevitabilmente porranno di fronte ad altre difficoltà. Un musicista indipendente dovrebbe continuamente mettersi in discussione, nel modo a lui più congeniale. E’ insensato, secondo me, in particolare in quanto indipendente, puntare all’assestamento delle condizioni per tentare di escludere le problematiche, per assicurarsi l’apprezzamento altrui“.

Due personaggi che corrispondono abbastanza a questo identikit del musicista indie ideale – poco incline al carezzevole, all’addomesticato  – sono Colapesce e Mapuche, nelle cui recenti prove Barbagallo ha suonato. Anche se non possiamo fare a meno di pensare che dimensioni piuttosto lontane si siano soltanto sfiorate. “Sia nel primo EP di Lorenzo che nel primo album di Enrico, entrambi conterranei, colleghi e amici, ho collaborato per caso, in circostanze identiche ma in periodi diversi. Entrambi i lavori sono stati prodotti al Vertigo di Toti Valente (Albanopower) dove mi capitava spesso di passare il tempo. Tra un paio di birre ho messo giù, rispettivamente, un coretto muto e una slide guitar. Personalmente, però, non sono mai stato un ascoltatore attento di musica cantata in italiano, è un ambito che conosco molto poco e al quale non mi sono mai particolarmente interessato. In generale, non seguo quello accade. Sono sempre alla ricerca di nuova musica, al di là dei tempi e dei luoghi. Devo dire però che spesso le cose più interessanti le trovo al di fuori delle scene più chiacchierate“. In effetti, come si dice, le chiacchiere stanno a zero, soprattutto di fronte al lirismo impetuoso delle ultime prove di La Moncada (In The Kennel, uno split coi notevoli Gentless 3) e Suzanne’Silver (l’eccellente Deadband).

In(contenibile) progress

Questi ultimi sono appena rientrati da un tour europeo, esperienza di cui sono palpabilmente fieri, anzi entusiasti. “Al di là delle location,” interviene Mauro, il batterista, “delle singole date, delle montagne attraversate, dei chilometri fatti, dei cimiteri visti, dall’odore del formaggio francese, della ruota anteriore sinistra che ogni 24 ore cadeva in depressione, al di là del nostro look improbabile, del caffè dal gusto improbabile, al di là dell’invidia per non essere delle mucche al pascolo… Al di là di tutto, la cosa che più ci ha impressionato è stato il fatto che fuori dall’italia conta solo una cosa: LA MUSICA. Se ne infischiano di chi sei e di cosa hai fatto, se la tua musica vale, allora sei ok. La cosa bella, soprattutto nel nostro caso, è stata il fatto di aver frequentato, in questo tour, ambienti in cui il nostro lavoro ha una dignità. In cui il nostro essere musicisti non è valutato da quanto è figa la nostra camicia o da quanta frutta fresca chiediamo durante il soundcheck, da chi ci ha promosso, da chi ci ha supportato, da quante date abbiamo fatto, con chi abbiamo collaborato o chi abbiamo pagato. Tutto questo non conta un cazzo, conta solo ed ESCLUSIVAMENTE quello che sappiamo fare strumenti alla mano. Ti dirò che, per noi che non ci siamo mai piegati alle italiche usanze del do ut des, è stato come, finalmente, trovare una casa“. Chiarissimo.

Come è chiaro che la cosa non si ferma qui. Un lavorìo costantemente in fieri. Tumultuoso. Irrefrenabile. State un po’ a sentire: “ho un pò di materiale completato,” riprende Barbagallo, “registrato in parte al Blue Record Studio, e molto altro in-progress. Ho in mente, però, di abbandonare per un pò il formato album, anche se ancora non ho certezze sulla modalità più opportuna. Parallelamente sto lavorando a delle composizioni di musica elettroacustica, conseguenti ai miei attuali studi. Quando sarà il momento le raccoglierò insieme e spero avremo modo di parlarne. Con Suzanne’Silver abbiamo in programma di registrare un EP al più presto e farlo uscire insieme al breve delirante libro che abbiamo scritto durante l’ultimo tour europeo. Anche con La Moncada siamo alla prese con l’arrangiamento dei brani per il prossimo album. E presto uscirà anche il secondo volume di In The Kennel“. Ah, ok, abbiamo capito. Roba da perderci la testa. Benedetto ragazzo.

24 ore sono poche per una giornata, non sono abbastanza per fare tutto quello che servirebbe per soddisfare la propria passione-ossessione“. Già, proprio così.

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