Retrologia di uno scombinacarte

Dal vivo, per cominciare

L’abbiamo visto a Barcellona, in un caldo pomeriggio. Il suo concerto, all’interno del Primavera Sound, era quasi separato dal resto dell’elefantiaco cartellone. Segno che qui, in Europa, il suo nome non muove, almeno secondo gli organizzatori del festival, le grandi masse. Del resto, si sa che Ariel Pink è da sempre connotato da un senso di oscurità, da una difficoltà a inquadrare il personaggio, innanzitutto nel bilanciamento tra furbizia e talento. Si badi: non pensiamo che questo possa essere stato il ragionamento dei ragazzi dell’Apolo, locale da cui nasce la preparazione dell’evento del Forum barcellonese. Né che la ragione sia la poca notorietà di Pink, cosa che risulterebbe oltremodo assurda oltreoceano. Riteniamo piuttosto abbia prevalso una sorta di incapacità di posizionamento, fatto molto più interessante e comprensibile nell’ottica del frequente astigmatismo barcellonese. Di conseguenza, tra il concerto di Ariel e il successivo c’è stato il tempo per un aperitivo e una cena.

Ariel Pink ci è apparso nella sua minuta e curiosissima figura, agghindata con un mini-vestito femminile (provvisto di spallina che cade) che subito ha fatto pensare alla passione di Ariel per Madonna. Accanto a lui, quattro musicisti che sembrano usciti dagli anni Settanta. E le macchine? E il lo-fi? Vi raccontiamo dell’episodio perché ci pare una buona introduzione a quello che oggi è la ragione sociale Ariel Pink’s Haunted Graffiti. Gente che suona tantissimo in America, al punto che si è instaurato un meccanismo curioso: Ariel è ormai diventato un personaggio al tempo stesso di culto e visibilissimo. Da un paio d’anni, ormai, lo si può andare a vedere nei suoi continui live act, e ne abbiamo avuto la testimonianza, finalmente, anche in Europa.

Non solo; sono sempre di più la band da noi intervistate che ci raccontano dell’emozione di fare da spalla agli Haunted Graffiti; fra gli ultimi, i Cryptacize e, per tornare al Primavera, le Vivian Girls, che scondinzolano quando il nostro le invita sul palco per un cammeo, fatto del suono di un tamburello in un paio di canzoni. E non può essere l’emozione di un momento fuggevole, dato che le Girls hanno condiviso con Pink una tournée intera negli Stati Uniti, che ha avuto il suo picco nel concerto al Coachella. Un altro palco enorme. Pink è insomma diventato quasi un trampolino d’onore per chi si muove nella nicchia. Eppure, spesso le band che suonano con lui con il tempo escono da quella cerchia ristretta. Si ha invece la percezione che la personalità pinkiana non uscirà mai del tutto dal guscio di un criptico lo-fi. Epperò, come vedremo, non si tratta di fama o di vendite, o di circuito underground; piuttosto di una strategia di self-marketing che trattiene il Nostro in un duplice limbo: l’oscurità dei dischi e la fortissima (e spassosa) presenza scenica.

Per nulla facile?

Non sembra per nulla facile raccontare Ariel Pink. Tutti si perdono nel farlo. I suoi dischi sono come un muro di gomma. Si potrebbe iniziare così: nato a Los Angeles il 24 giugno del 1978… e rassegnarsi alla biografia. Non che sarebbe del tutto inutile menzionarne qualche rilievo. Per esempio, per dipingere Marcus Rosenberg è opportuno citarne gli ascolti giovanili: la wave gotica che ha affrontato dalla prima adolescenza, che lo ha portato ad adorare Robert Smith e i Cure, dunque quel pop scuro di tarda derivazione dopo-punk con cui è cresciuto e che ha accompagnato la scrittura dei primi brani, a suo dire, già da poco più dei dieci anni di età. I risultati avevano già a che fare con il lo-fi, genere rispetto al quale convenzionalmente si affianca la figura di Pink a quella di Daniel Johnston, o di Jandek, a tutti questi soggetti che badano a registrare ciò che gli capita in mente, senza fare caso – volutamente o meno – a questioni di produzione o arrangiamento.

Tra la schiera di ipertrofici lo-fiers, c’è almeno una figura chiave che ha segnato per partecipazione diretta parte della produzione di Ariel: è Stevie Moore, caso da manuale della bassa fedeltà di confezionamento di un disco, e tanto azzeccato nel nostro discorso, biograficamente parlando, dal momento che ha iniziato a fare musica negli anni in cui Marcus emetteva i primi vagiti dell’esistenza. In realtà, pur rimanendo nel contesto lo-fi, vorremmo spostare un poco il tiro: se c’è qualcosa a cui la produzione di Ariel Pink – cioè il suo modo di mettere a punto i dischi – ci fa pensare quella è una band geograficamente poco distante da lui, e generalmente accolta come l’iniziatrice dell’estetica lo-fi, almeno nelle implicazioni concettuali del genere. Una band californiana come Pink, che fece uso di quelle tecniche di incisione che appannano i suoni registrati, anziché avvicinarli e schiarirli alla nostra percezione: i Residents.

Ariel è innanzitutto colui che nei Duemila più ha stressato il topic del missaggio scomposto, del lo-fi non come necessità ma come effetto. Certo, si dice che facesse la parte ritmica dei propri brani registrando suoni fatti con la bocca e che usasse espedienti di bassa fedeltà anche in altre occasioni; è innegabile però che è la “post-produzione”, per così dire, a emergere come lo-fi nel sound pinkiano. Detto in modo semi-serio, senza spaventare, suggeriamo che l’ottica lo-fi di Ariel vada presa non in senso “genetico” – cioè nell’effettiva mancanza di sofisticazione nei vari momenti che vanno dalle prime note ai solchi del vinile – ma “generativo”: in un senso dunque più concettuale, o ripercorribile solo astraendo ex post un processo; in altre parole, in un’acezione di lo-fi più relativa agli effetti prodotti nell’ascoltatore, più “simulacrale” che realmente suonato tale. Da questo punto di vista è naturale mettere il piccolo losangelino nella scia di quei maestri del sottobosco vestiti da occhio o da frigorifero. Citiamo a evidente testimone l’unico album della produzione di Ariel uscito a nome (anzi cognome) Rosenberg, Ariel Rosenberg’s Thrash & Burn, pubblicato da Human Ear Music nel 2006, ma registrato su cassetta nel 1998, quindi attribuibile ai primi anni dell’Ariel bricoleur musicale (un’opzione, quella degli anni che si intrecciano e si disfano, a cui ci dobbiamo abituare parlando di Pink). Un disco di fruscii di synth e quasi di elettroacustica psichedelica di quarta mano. Un Cut-up di macchine che ricorda quei filmati dadaisti dei Residents, appunto – ma anche gli incubi dei primi Throbbing Gristle, seppure virati dalla mente surreale di Ariel. Certo, non appena menzioniamo il paragone Pink/Residents vengono al pettine molte differenze: Ariel per esempio non si è mai dissimulato; la rete è piena di sue interviste e non è certo difficile leggerne le opinioni.

Gli inventori della Ralph Records invece giocarono (e giocano) proprio sull’impossibilità di legare il loro mondo musicale a identità umane, a persone. A dirla tutta, è un’altra la sovrapposizione meglio tentabile tra le due entità; specie nei primi dischi, i Residents prendevano motivi noti e popolari e, dopo averli coperti con una spessa coltre di fumo, li rendevano inquietanti; la patina dei Residents agiva sull’universo del noto e popolare. Ariel Pink fa a volte le stesse cose; Worn Copy, uno dei suoi tre dischi su Paw Tracks, cita la top 100 degli album indie di Amazon; in generale Ariel è in grado di unire psichedelia e para-folk con la passione per Throbbing, Cure, Metallica, l’ex-re del pop Michael Jackson e il suo idolo (ironico o reale, non è dato saperlo) Madonna.

Insomma gli è propria un’insolenza nel viaggiare nei decenni e nel saltellare tra mainstream radiofonico (che il nostro dichiara di non disprezzare affatto) e quella patina di polvere malata a bassa definizione. Tutto ciò va sotto alla categoria “pop”, direte. E qui passiamo e chiudiamo con l’ultimo elemento di confronto con gli spettri di Frisco. I temi musicali di costoro erano (e rimangono, nella pallida e continua riproduzione di loro stessi) qualcosa che smuove il riconoscibile, nell’ascoltatore; ma le forme organizzative della musica dei Residents ha trovato molti sbocchi, difficilmente ascrivibili alla song popolare. Ariel ha invece sempre rivendicato di essere uno scrittore di canzoni, cioè di qualcosa che parte da un testo e una melodia: Quando avverto una buona melodia tendo a meditarla per circa un mese per poi, una volta individuata, sedermi con chitarra, tastiera e base ritmica – frutto della mia voce – nella speranza di darle corpo. Le tracce le aggiungo una alla volta, ascoltandole anche dieci volte di seguito ipotizzando variazioni oppure per scovare eventuali errori, finché non le raggruppo nel multipista. L’ultima fase consiste di riversare il prodotto nel mio mangianastri e ascoltare, ininterrottamente, l’esito per un periodo volubile a seconda della situazione

Ariel è responsabile di una musica con un profondo radicamento nello sballo tra Sessanta e Settanta, ma anche un modus operandi e una finalità dell’approssimazione che non può che far pensare alle conseguenze dilettantistiche esaltate nel periodo punk e post-punk. Non dimentichiamoci che fu il dopo punk a riconoscere i meriti dei Residents; e non a caso è la musica wave che Ariel ha ascoltato da ragazzino che diventa poi la prima a riprodurre. Così come, insieme ai suoi amici del lo-fi, Ariel tende a ricordare più volentieri le Shaggs (band di incompetenza strumentistica proverbiale) piuttosto che qualsivoglia antenato intellettuale (Zappa su tutti). E il dubbio con cui iniziamo finalmente a parlare di dischi è il seguente: Pink è inventore o eterno dilettante? Le melodie che gli riconosciamo proprie nascono da un bruitismo analfabeta o da raffinata ricerca dello straniamento?

Guida facile a un ascolto difficile

All’inizio sembra ci voglia la lucina di Geologist per indagare la discografia di Ariel. È come fare speleologia. Ti cali giù con la fune e, stando attento a non farti male, dove ti giri trovi fiumi come particolari di infinitesima bellezza. E naturalmente tutto al naturale, tutto grezzo come ci piace quando affrontiamo l’indie con la I maiuscola; quella che chiamavano “underground”, espressione da cui, guarda caso, prende il nome il primo lavoro di Pink, ristampato nel 2007 ma risalente agli anni carbonari ’98 e ’99.

Registrato sul Tascam 8 e sulla Yamaha MT8X a Santa Clara, Underground 1 (Vinyl International) è il primo esempio della tracotante vena dello smilzo One Man Band. Ci si trova un approccio hard wave che verrà abbandonato per un amore sixties senza fine ma del resto è dal lo fi che tutto inizia – e “lo” fa rima con Lou e con Barlow, con cui Ariel condivide senz’altro una spontaneità melodica sconfinata, debordante. Di diverso però c’è l’anarchismo e la precisa volontà di auto sabotarsi. Sempre.

In Ghost Town è presente la follia armonica di Jandek, così come tutto il nichilismo dei Suicide; quelli che potrebbero anche non azzeccartene mai una di canzone e quando ce l’hanno buttarla via. Ariel però non butta nulla. Lavora tantissimo per qualche anno – giusto la fine dei Novanta e l’inizio dei Duemila – e poi aspetta il raccolto. Registra sapendo che l’indie quando lo amerà metterà a coltura questi album. Sono semi e non opere o lavori. Nuggets degenerati e non parti di canzonieri. Se incidi musica come un agricoltore e dimentichi di abbeverare le tue piante quel che ti ritrovi è una selva intricata di rami e frutti. Molti marci. Forse tutti. Qualcuno quando si salva ti coglie di sorpresa – come Shaven, la canzone con la quale il ragazzo inizia l’avventura. È vicina a certi Animal Collective gravi, soprattutto anticipa l’impostazione vocale di My Awesome Mixtape e propaggini. Ed è un caso. Come sono casuali le canzoni e la loro successioni. Le direttrici di base sono ben visibili: pose da storyteller maledetto, e da lì tutta la wave, si alternano a una California dei bei tempi andati, e da lì invece le noccioline melodiche (Ariel come zio pazzo delle Vivian Girls? Si, esatto).

Tractor Man è un classico raga-rock, l’ennesima replica compressa della Sister Ray dei Velvet Underground. Crusades ha un uso surreale e alla Pere Ubu delle invenzioni e dei modi di organizzare le armonie degli Wire di 154. E Nana chiude il cerchio attorno a un simil-Beck melmoso da Mellow Gold. Ma Underground, che dà il titolo all’album, è piena di oppiacei all’imbrunire e si porta dietro lo psych folk della baia mentre Auto Vanity e Damage Done sono deliziosi sketch garage rock nei quali se ti spingi poco più in là ci trovi ancora Residents e Snakefinger. Chissà se quegli Haunted Graffitti sono un omaggio all’amore per i B Movie degli occhiuti di Frisco; ciò che è sicuro è che Ariel tardivamente si butta nella coda della moda lo-fi dei Novanta esasperandone gli intenti.

Anzi. Ariel sta cercando qualcosa. Non sa cosa ma quelle melodie e la facilità con la quale gli vengono lo fanno andare dritto, proprio come Anton Newcombe, verso i Sixties e non senza qualche acido. Pink registra quello sarà il seguito di Undeground nei primi duemila. E’ The Doldrums, ristampato, come quasi tutti i suoi album, anni più tardi. Sì perché il giochino di stampe e ristampe è presto detto. E mette in discussione la sbornia che il tentativo di orientarsi nella discografia del nostro dovrebbe comportare. Tutti i dischi usciti sotto il nome Ariel Pink sono numerati da uno a otto; il primo di questi, Underground appunto, è l’ultimo che ha visto la luce in una stampa del 2007. Gli altri, a partire proprio da The Doldrums, escono autoprodotti a partire dal 2000, anche se è nelle ristampe che trovano una distribuzione accettabile.

Nel secondo disco della serie calano le voglie freak, quelle Sixties sono messe da parte, i registri iniziano a impennarsi; ma di diverso c’è il sound e la voglia di ottenerne uno personale. Ariel ci va con cautela: la pacatezza è la parola d’ordine e siamo lontani dal grottesco grandguignol che seguirà. I prodromi di questo cambiamento ci sono già (la stessa title track ne è un esempio) ma nell’album è la wave a prevalere. Envelopes Another Day, The Ballad Of Bobby Pyn e X richiamano antichi amori goth, glam e neo-romantic; con la differenza che Pink le suona con quel fare svagato, come se fosse uno Zappa senza testosterone. La “migliore” traccia, virgole obbligatorie, è Let’s Build A Campfire There, un cut up di tre arrangiamenti messi assieme con lo scotch. Un poppetino perfetto e al contempo guasto ai massimi livelli. Ultima chicca di quel disco la traccia di chiusura: la sonnolenta ballata Young Pilot Astray, già uscita come singolo, ovviamente autoprodotto, nel 1999. Da ultimo, nel disco c’è la traccia da cui prenderà il nome esteso l’avventura Ariel Pink: Haunted Graffiti.

Lo stesso album, qualche anno dopo, sarà il primo ristampato dalla Paw Tracks. La ragione artistica Ariel Pink’s Haunted Graffiti, in quegli anni, sarà l’unica non del collettivo animale a ritagliarsi uno spazio nel catalogo della label. Ritrovarsi parte di un’etichetta nel momento in cui i proprietari, Panda Bear e compagni, sono sulla bocca di tutti permette, a lui, di avvalersi della giusta visibilità, mentre consente a noi di soffermarci su quei dischi facilmente reperibili che poi, non a caso, risultano essere forse i migliori.

Nel 2002, mentre i preparativi per il contratto con la neonata Paw Tracks procedono, Pink pubblica tramite la Ballbearings Pinatas, nata l’anno prima, due volumi della sua serie Haunted Graffitti. In più decide di auto prodursene altri due, anche quelli incisi chissà quando, ma prima. Escono nell’ordine, poi pluri ristampati: Scared Famous 3, FF 4, House Arrest 5 e Lover Boy 6.

Prima di affrontarli, proviamo a dare un senso alla procedura con cui Ariel ha diffuso le uscite negli anni. Di fatto la produzione “numerata” è tutta registrata tra il 1998 e il 2001, e fatta uscire poi in varie sessioni. Fatto particolarissimo, per un personaggio che comunque ha segnato tutti i Duemila, almeno per il versante low-fidelity. Ma in realtà è una storia semplice. O comunque una vicenda all’interno della quale non è impossibile districarsi, trovare delle strade e dei percorsi di lettura. Uno, su tutti, ci è suggerito dal walzer delle ristampe. Ariel ha cadenzato le proprie uscite a più riprese, tra autoproduzioni, etichette più o meno note; e, come abbiamo visto, ha aspettato l’ultimo turno per pubblicare, su un vinile colorato alla maniera delle maglie hippy, l’ultimo (e primo) capitolo: Underground.

Ci sembra allora che la procedura in qualche modo crei uno scollamento temporale tra momento di incisione e momento di diffusione. Qualcosa che ripristina e raddoppia quella vaghezza e quell’oscurità residentsiana di cui sopra. Ecco una chiave possibile: il modo con cui Ariel stesso ha rimescolato le carte della propria vicenda, per creare confusione all’interno di una storia tutto sommato comprensibile, è un’ulteriore strategia di straniamento a sostegno della musica. In un certo senso Pink ha trovato un piano di traduzione nel mercato musicale dell’approccio lo-fi. Anche in questo è figlio dei Residents (ricordate la presa in giro del litigio e della separazione dalla Ralph, cioè da loro stessi?). Ariel ha spalmato le pubblicazioni come le canzoni nei dischi. E la ristampa è una lente che va di pari passo con quel lo-fi, una retorica di allontanamento dalla comprensione. Un filtro che apre le maglie temporali, per sbriciolare il tutto in un effetto psichedelico.

Le maglie colorate

Ma dicevamo dei dischi. Scared Famous (del 2002, poi uscito su Hall Of Records / Human Ear Music nel 2007) si fa subito notare per i nuovi vecchi amori che Ariel non ha più paura di confessare. Madonna (a modo suo, con falsetti queer e svenevole pop da girl group come lo vedrebbe un camionista pedofilo) e Michael Jackson (sempre pedofilia droga e tutta la storia indietro fino ai Jackson Five). Di più; c’è il mentore Moore con il quale Pink incide Express, Confess, Cover-Up e SteviePink. Come anticipato, Sir Robert Steven Moore, prime mover delle self release, ad oggi responsabile di oltre 400 produzioni disseminate tra cd-r e cassette, è in qualche modo una guida spirituale per Rosenberg. Un vate conosciuto da Ariel all’epoca di The Doldrums, e, come successo con gli Animal Collective, conosciuto grazie a uno scambio di una di quelle innumerevoli cassette.

Ai tempi conoscevo un solo album di Moore, Everything You Ever Wanted, ma tanto bastò per rapirmi. Ne volevo sapere di più, quindi mandai una copia di The Doldrums al diretto interessato chiedendo anche qualche disco dal suo catalogo. Lui fu entusiasta del mio lavoro tanto da scrivermi una mail, la prima ricevuta sul mio account Hotmail, ricolma di complimenti ed atti di stima”

Nel caso di Scared Famous, Moore è espressamente menzionato negli arrangiamenti di Birds In My Tree; mentre sua è Shedon’t Know-Whattodowithherself. È chiaro che dietro al trattamento di certa strumentazione c’è Stevie. Tuttavia il kitch (o trash) pop grandguignolesco all’ennesima potenza è tutta farina di Ariel. Tra le pieghe, inoltre, si respira un’influenza più nera, sia in scrittura sia nelle idee prese a prestito. E, con l’aumentare di esse, tenuta salda la produzione, la pesantezza dell’ascolto si fa tosta. La melma raggiunge picchi nei due sensi: nel fascino e nella fatica di star dietro al folletto. Ariel è determinato, dirige le frequenze verso l’alto e ne viene fuori un pastiche coloratissimo e dolce da devastare i denti al primo boccone. Con pazienza, le gemme si schiudono: sono Are You Gonna Look After My Boys? (fate conto Jacko giovane missato da un dj tedesco di fine Settanta), la pastella psych Baby Comes Around, e i richiami alle passioni glam di Scared Famous (Bowie-Pop a registrare nel bagno del bar) e ai mai dimenticati Ottanta di Girl In A Tree.

A ruota, si diceva, arriva FF (del 2002), con Stevie Moore che compare addirittura come co-autore. E a questo punto pare di capire meglio i gusti e le idee messe in gioco da entrambi. Nella naive Beefbud o nel vaudeville pop di The Kitchen Club c’è Stevie, un folk popper amante della bassa frequenza, mentre in tutte le stramberie e nei richiami al pop britannico c’è Pink. Sta qui la differenza tra i due, ma anche la profonda unione che li lega. Da citare c’è infine Talking All The Time tipica, fastidiosa e ruspante hard glam song del ragazzo. Una formula che ripeterà all’infinito fino ai giorni nostri.

Da un punto di vista di visibilità House Arrest e Lover Boy (quest’ultimo originariamente uscito insieme al primo, nella sua versione a 2 cd, poi ristampato singolarmente con qualche brano in più) sono gli album con i quali Pink si fa conoscere, prima al pubblico losangelino e poi anche in Europa, con le ristampe (chiaramente Paw Tracks, del 2006) . Dunque sono anche gli album più ascoltati del nostro e quelli più tipicamente Sixties. Hardcore Pops Are Fun ha dei richiami che potremmo pure dire tropical punk, a osare; ma a colpire è quel cheese che ora si compatta attorno al folk.

House Arrest è un tipico lavoro di cui si direbbe che fosse stato registrato “bene” avrebbe drizzato sopraccigli ai piani giusti della discografia. Ha delle melodie appiccicose che difficilmente abbandonano l’ascoltatore. Pink è integerrimo e delle due la produzione è ancora più ondivaga, con un richiamo alle droghe prettamente fatto di produzione e non di scrittura. Ancora quell’effetto psichedelico. Le canzoni non hanno nulla di stravagante, anzi, sono gemme pop, per giunta con il sapore genuino di una volta. Ce se ne accorge soprattutto in episodi come Every Night I Die at Miyagis, quando effetti della chitarra e altri fattori non le sovrastano. Poi 9Alisa-01, che inizia Eighties e poi si rimangia tutto, forse è un caso o forse no. Gli innumerevoli richiami Sixties che gli anni reganiani promulgarono su larga scala sono senza dubbio un portato con il quale Ariel non può che fare i conti; questo nonostante si apra un periodo centrato sull’idea di canzoni perdute, che si prende tutto il portato ideologico del lavoro.

Ariel propone quelle canzoni che abbiamo ascoltato sempre inaspettatamente e distrattamente, ma che abbiamo giudicato le migliori della nostra vita. O meglio, le più vere. All’esistenza o all’illusoria verità di quel momento, Ariel deve la sua carriera, pur con duecento fuori onda che fanno la differenza. Prendete Almost Waiting, zappiana come soltanto Zappa nei Sessanta poteva essere. Ariel non è così cinico. Lo fa ogni tanto ma è troppo imbambolato da sé stesso per fare del sarcasmo da Mothers. Il suo animo queer e glam prevale; ma forse è il processo di spreco che lo interessa. Il che lo farebbe dannatamente Duemila, nel senso che il suo faro proietterebbe una scritta su cui riflettere non poco.

È su queste elucubrazioni che arriviamo ai giorni nostri. Quasi: alle porte del 2008: Ariel Pink, assistito da Julia Shammas Holter e dai Bubonic Plague interpreta, nel tributo a Madonna Through The Wilderness, una Everybody che la stessa Signora Ciccone si dice abbia molto apprezzato. Forse è il passo decisivo: non tanto per l’apprezzamento di Madonna, ma perché abbandonando il proverbiale solipsismo, il Nostro pone le basi per quella Haunted Graffiti Band – con gente di Beachwood Sparks, Lilys, White Magic e The Samps – con cui è in tournée ormai da un numero di mesi che non si contano. Fatto che ci non ci faceva pensare a nuove registrazioni.

Il neonato taglio “a band” di Ariel – per cui recentemente ha chiesto a più riprese di non considerarlo più uno che lavora da solo – ha invece comportato un nuovo ingresso nella sala di incisione. Non sappiamo ancora che cambiamenti possano avvenire nelle sue tecniche di registrazione e nel processo di allattamento di un brano. Però ora c’è un gruppo che suona come un affiatato complesso dei Settanta. Li abbiamo visti e non ci dimenticheremo della scissione percettiva tra loro e i dischi del solo Ariel. Il messaggio per ora lo porta una compilation e un EP di freschissima stampa. Anzi, la prima notizia è la nascita della Cooler Cat Records, l’etichetta con cui Ariel e la sua Haunted Graffiti Band, a partire proprio dalla raccolta Grandes Exitos, hanno iniziato a far uscire un nuovo ciclo di dischi.

Un’etichetta personale, quindi ancora a cavallo dell’autoproduzione; ma un nome nuovo. E se Grandes Exitos è una raccolta che ancora rende conto dell’ortodossia lo-fi del nostro, le quattro tracce del nuovo EP, dal titolo Flashback, ci documentano i primi esperimenti di un gruppo che quasi suona in chiaro, con una batteria che non esce dagli schiocchi della lingua di Ariel ma da tamburi veri, così come “sincroniche” suonano basso, chitarre e tastiere. Una ventina di minuti che parlano un linguaggio rockista tra metà Settanta e fine Ottanta, insomma. Per ora attendiamo conferme e smentite dalla loro permanenza in studio. E probabilmente non ci aspettiamo che le nuove mosse vengano ancora dilazionate in un caleidoscopio di stampe e ristampe. Staremo ad ascoltare.

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